“GLI OCCHI DI STALIN”. GIAN PIERO PIRETTO.
“Secondo i principi artistici sovietici, vero oggetto d’arte non era l’originale, bensì la sua riproduzione. La tela o il foglio su cui si tracciava il prototipo altro non era che il punto di partenza per la moltiplicazione dell’immagine.
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In un tale spazio semiotico avrebbero continuato a esistere “cattivi” simbolici, che esordirono con i “processi dimostrativi” (spettacolo, appunto) del 1928 e che avrebbero continuato a riempire le cronache e a essere eliminati e relegati, fisicamente e metaforicamente, nel piccolo ma atroce mondo del male cui gli “altri” si sentivano estranei e da cui erano disgustati, anche quando le vittime fossero parenti, amici o colleghi di lavoro. Lo scollamento fra vita privata e vita pubblica fu totale. Questo si deve intendere quando si legge di come l’esperimento sovietico abbia progressivamente cancellato la vita personale, la capacità di pensare autonomamente, l’opinione pubblica dall’esistenza dei cittadini. Tale fu l’esito del sapiente, sofisticato quanto efferato lavorio della propaganda.
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Nella Russia postsovietica, la storia fatica a essere studiata e riscritta. L’attenzione seria e critica per quei fenomeni si esaurisce sostanzialmente in due atteggiamenti: l’oblio imbarazzato e sprezzante o la nostalgia emotiva che affranca la storia”.
Gian Piero Piretto, Gli occhi di Stalin, 2010