un anno fa alla fine della prova orale dell’esame di maturità, per la quale avevo preparato di mia volontà delle tavole ad acquerello che mi avevano preso tempo in un periodo stressante per tutti, mi è stato chiesto, come da prassi, che cosa avevo intenzione di fare dopo. E io, guardando quel lavoro presentato, dissi che sarei andata all’Accademia: volevo fare l’illustratrice. E mentii, perché sapevo che l’accademia non era sicuramente quello che avrei fatto, ma lo dissi sorridendo e comunque convinta di quello che dicevo, perché l’unica certezza che avevo sempre avuto, era che un giorno sarei diventata un’illustratrice. Mi era sempre bastato sapere quello, per trovare l’entusiasmo di andare avanti, anche quando non ero certa di nient’altro, anche nel momento fatidico in cui, ognuno, a quell’età, è spaventato dal non sapere cosa troverà sulla sua strada e, ancor di più, teme di scoprire che le persone con cui sta vivendo i suoi giorni più belli, poi prenderanno strade diverse e finiranno con l’abbandonarlo. Eppure, l’idea di continuare ad usare i colori, e stavolta cominciare a studiarli per davvero, smettendo di andare ad intuito ma cominciando a imparare i metodi giusti, le tecniche, i segreti, e sentirsi soddisfatti, un giorno, più di allora (perché lo ero, lo ero), nel guardare qualche proprio lavoro perché con la consapevolezza di aver studiato ogni giorno qualcosa di simile alla felicità, mi aveva sempre spinta a dare la stessa, uguale, risposta a chi chiedeva cosa volevo provare (e riuscire) ad essere da grande. Per continuare ad innamorarmene, dei colori, come mi era sempre successo fino ad allora.
Ecco, è questo che oggi, a distanza di un anno, non sto facendo. E’ questo pensiero che, da nove mesi a questa parte, da quando mi é stato imposto il bianco e nero, nemmeno una mezza tinta, nemmeno un po’, mi ronzava dentro, senza mai prendere forma davvero. Oggi lo comprendo, come quando si ascolta per la prima volta il testo di una canzone che senti alla radio e poi intoni senza conoscerne davvero le parole.