Era l’ estate del 2016 quando, dopo innumerevoli fratture scomposte ad anima e cuore, per la prima volta in 35 anni mi rompevo le ossa, per la precisione quelle del quarto ditillo del piede destro (ditillo del piede che avrei scoperto chiamarsi “pondolo”).
Neanche il tempo di arrivare al pronto soccorso, che Daesh aveva già rivendicato la paternità del fatto. Più di qualche testimone, inoltre, sarebbe stato pronto a giurare di avermi sentito urlare “A**ah akbar” mentre l’ ortopedico mi tirava il suddetto ditillo per riallinearmelo.
L’ urto contro uno dei mobili della mia casa, disposti secondo la filosofia orientale del “metto le cose a cazzo come capita”, aveva prodotto un deciso “crack” accompagnato dal dolore sordo tipico di quando si urta un piede. Dolore che è notoriamente sordo per evitare di sentire le bestemmie che ne conseguono.
Ma non era stato tanto il dolore a prostrare il mio animo di plastichina, quanto la vista del dito che aveva orrendamente abbandonato la sua posizione abituale per andarsi ad accavallare sul mignolino.
Esauriti i miei sempre esigui sprazzi di senso pratico in un annuncio rapido e normativo (“penso di essermi fatta male il piede e avrei bisogno di essere accompagnata al pronto soccorso”), avevo appena fatto in tempo a scegliere qualcosa da indossare al posto di una delle socialmente inaccettabili tenute estive, che mi accasciavo in macchina prossima allo svenimento.
Del resto non potevo più dire d’essere una donna tutta d’ un pezzo.
L’ ospedale Santa Maria delle Grazie, meglio conosciuto come La Schiana, era ormai diventato un luogo abbastanza familiare, anche se era la mia prima volta al pronto soccorso. Il senso di sciaveca era abbastanza contenuto e non c’erano pazienti che mostravano ad un’ occhiata superficiale di stare particolarmente inguaiati. Non c’erano per fortuna scie di sangue, solo un numero considerevole di donne di mezza età con canottiere a bretelle e tatuaggi a vista.
A presidiare la porta che divideva i ciaccati dai loro accompagnatori c’era una corpulenta quanto loquace guardia giurata, categoria nei confronti della quale non posso fare a meno di provare una forte antipatia. A far sì che questo mio sentimento non conoscesse cambianti di rotta, ci pensava appunto la panzuta guardia che mi accoglieva con un simpatico “signorina, lei ha problemi ginecologici?”: non mi era lasciata altra possibilità che attivare il feroce sguardo alla Tina Pica.
Dopo il giro in sedia a rotelle e la radiografia, era stato il turno dell’ ortopedico che non mi aveva lasciato alcuno scampo: 30 giorni senza mettere il piede a terra e divieto tassativo di bagnarlo.
- No, non puoi camminare neppure con le stampelle.
- Dottore ma tutto ciò è ridicolo!
- La vita lo è spesso.
Come dargli torto.