From Popper to Popeye
Appunti per un esame della pop-filosofia, e di ogni filosofia in generale. Nella mia cameretta ideale ci sono un busto di Platone e un poster di Stoya. La compresenza di questi due oggetti, oltre a costituire il non plus ultra della tecnologia antiseduzione, garantendomi che nessuna ragazza proverebbe mai l’istinto di trattenervisi per più di 4 minuti, illustra perfettamente il motivo per cui ho sempre provato una certa indifferenza nei confronti della cosiddetta filosofia della cultura pop. Che cosa si intende per filosofia della cultura pop? Siamo tutti abituati a vedere i filosofi indagare zelantemente su oggetti quali le teorie di Platone sulla teoria o i deliri senili di Heidegger, la verità assoluta del relativismo e i problemi matrimoniali del soggetto e dell’oggetto, senza ovviamente dimenticare il sempre gettonatissimo olocausto. Orbene, da un po’ di tempo a questa parte una moda sempre più diffusa tra i filosofi è quella di sostituire a questi argomenti nuovi e più moderni oggetti di studio: i film di Tarantino e i pokémon, le serie TV e i social network, i mobili Ikea e le scolarette che attaccano le gomme da masticare sotto i sedili della metropolitana. L’immenso proliferare di volumi sulla filosofia di questo e di quell’oggetto/show/costume quotidiano è certo ben familiare a chiunque frequenti le librerie.
Negli ultimi mesi ho avuto spesso occasione di incappare nella filosofia del pop, e devo confessare di averla accolta quasi sempre con poco entusiasmo. Questo non perché la disprezzi (non la conosco affatto) né perché ne sia scandalizzato o abbia a cuore le sorti dei filosofi “seri” (Dio sa quanto poco mi stiano a cuore i filosofi...). Semplicemente, credo di essere sempre stato, spontaneamente e dunque senza alcun merito, abbastanza incline a mescolare disinvoltamente letture astruse e frivolezze, Cartesio e Anna Oxa, ontologia e partite a Munchkin, cultura “alta” e cultura “bassa”... Non credo anzi di aver mai assegnato alcun credito alla distinzione tra “culture” : la filosofia pop come movimento epocale e come rivoluzione mi ha insomma sempre trovato già rivolto. Tutt'al più, provo una certa perplessità verso persone che dichiarano di voler riabilitare un oggetto ma continuano a menzionarlo con il termine peggiorativo coniato per discriminarlo : battersi per la dignità della cultura “pop” mi suona tanto come battersi per i diritti dei “negri”.
Ad ogni modo, a guisa di introduzione alle opere particolari di questo movimento, il cui effettivo valore andrà chiaramente valutato caso per caso, credo sia utile fare il punto sulla filosofia bacchettona che questi nuovi demoni vorrebbero rimpiazzare, sul suo indiscutibile fallimento e sulle sue cause fondamentali. Di seguito quindi una lista di quelli che sono stati, secondo me, i vizi capitali della cultura filosofica da una certa epoca in poi.
Questi vizi hanno trasformato la filosofia accademica in una disciplina oziosa e nociva alla vita, un gioco sterile da cui ormai mi astengo da quasi due anni, senza ancora avvertire la minima traccia di nostalgia. C’è da attendersi che questi stessi vizi, se conservati nella nuova popsofia, di cui stiamo qui discutendo, ne provocheranno immancabilmente la degenerazione, facendone una ridicola caricatura della sua madre bacchettona, e uno spettacolo abbastanza grottesco per tutti i sinceri amanti della verità.
1 - L’autoreferenzialità
La principale malattia della filosofia è il suo darsi per scontata, il suo ritenersi esente dal dovere di giustificare la propria esistenza. La filosofia non è che un certo modo di utilizzare l’energia elettrica nei nostri cervelli e una parte (notevole) del nostro (poco) tempo su quest’ingrata terra. In questo senso, essa è in competizione diretta con tutte le altre possibili attività umane, dal sesso al calcio, dal lavoro in fabbrica allo studio della medicina, della comunicazione o delle ormai proverbiali merendine. Leggere il libro IV della Metafisica significa perdere, e perdere per sempre, del tempo che avresti potuto utilizzare per guardare Breaking Bad, riparare un rubinetto o farti una buona scopata. Non è affatto facile stabilire quale delle attività sopraelencate sia più meritevole di tale investimento. Sorridere spocchiosa davanti all'obbiezione “in fondo a che servono i filosofi?”, dare per scontato che riflettere filosoficamente sulle cose sia in generale una cosa buona, è il primo e fondamentale difetto della filosofia come oggi la conosciamo, privilegiata che gioca a far la vittima, scansafatiche eternamente in sciopero, barone con il vezzo dell’outsider, prozac spacciato per rivoluzione. Una filosofia veramente non più parruccona, sarebbe quella che accetta di mettere in discussione, seriamente e non in modo retorico, la sua stessa esistenza, una filosofia cioè che torni a dire al lettore “questo libro è il mio contributo alla tua vita” e non “questo libro è il mio contributo al dibattito filosofico, ché ancora non c’erano libri sui pokémon”.
2 - Il feticismo
Ammettendo pure che l’esistenza di una filosofia sia in generale desiderabile, il secondo errore tipico dei suoi adepti è stato spesso ed è tutt’oggi quello di attribuire l’intelligenza o la filosoficità di un discorso al tema trattato e non al metodo utilizzato. La filosofia non è un argomento preciso, ma un modo di guardare alle cose, ad una qualsiasi delle cose: non è perché si parla di Dante che il discorso vale più di una partita del Napoli. Lo stesso feticismo rischia di conservarsi nella filosofia pop: parlare di Batman o di Facebook non basta a fare del popfilosofo un interprete del mondo migliore di quanto non fosse il filosofo accademico, bisogna ancora che il metodo utilizzato sia filosofico, e che le cose dette siano rilevanti. Tanto più che, se la vecchia filosofia aveva almeno la scusa che “nessuno parla mai di Dante”, tutti parlano invece di Batman o di Facebook, e quindi il popfilosofo è chiamato ad una ancor più scrupolosa giustificazione del suo intervento nella caciara globale.
3 - L’eteronomia
Anche quando un oggetto è studiato in modo autenticamente filosofico, resta il rischio, tipico delle persone di cultura, di trattarlo come mero pretesto per fare cultura. Parafrasando Kant, possiamo dire che la cultura come noi la conosciamo dimentica spesso di essere un mezzo e non un fine, e quindi tratta tutti gli oggetti non più come fini ma come mezzi. Il film come pretesto per il riferimento a tale o tale altro filosofo, il libro come pretesto per la recensione, il fenomeno come scusa per il saggio, la verità come occasione per la citazione, la vita come occasione per parlare della vita.
4 - L’incompetenza
Se pure una filosofia è necessaria, se pure essa ha ben scelto il suo oggetto e se ne occupa con autentica metodologia filosofica, bisogna ancora che essa conosca l’oggetto in questione. Che parlino di arte, di scienza, di giovani o di nuove tecnologie, ai filosofi in genere piace parlare a vanvera, perché pensano (spesso in assoluta buona fede) che la superiore apertura mentale, la capacità critica o chissà quale altro superpotere da loro posseduto possa supplire alla mancanza di una conoscenza approfondita dell’oggetto su cui pretendono pontificare. La conoscenza dei fatti, la raccolta di dati il più possibile grezzi, non si dirà mai abbastanza, rimangono fondamentali, e questo che si parli di Brahms, dei sopravvissuti di Auschwiz o della costruzione dell’identità dei quindicenni attraverso i social network. Il rischio di finire a scrivere un (pessimo) romanzo è sempre dietro l’angolo.
5 - La caricatura
Ciò che qui chiamo caricatura è in un certo senso una declinazione particolare dell’incompetenza, in quanto si riduce (spesso) a ignoranza circa i propri bersagli critici. Il primo caricaturista della storia del pensiero è stato Eraclito, convinto com'era che solo lui pensasse e che tutti gli altri fossero dei poveri ottusi che non si erano mai fatti domande di nessun tipo. Abbastanza significativamente, Eraclito è uno dei primi ad utilizzare più o meno consapevolmente il termine “filosofo”. La filosofia nasce insieme al vizio di caricaturare tutto ciò che la precede.
In tempi più recenti, mirabili caricature sono state realizzate dalla filosofia contemporanea, che ha raffigurato i razionalisti come dei fanatici ottusi e incapaci di autocritica e gli scienziati come inconsapevoli manovali che non sanno, in fondo, nemmeno perché fanno quello che fanno. La scienza non pensa, diceva un tale che pure non sempre faceva bene, seppur bene pensava. Il rischio, chiaramente attuale anche nel caso della pop-filosofia, è di finire a combattere contro dei mulini a vento, e di sprecare preziose energie a demolire una tradizione “nemica” che invece meriterebbe soltanto di essere studiata con più attenzione e meno pregiudizi. Siamo sicuri, insomma, che la lobby di filosofi cattedratici che danno in escandescenza a sentir parlare di social network e di videogiochi esista davvero? Una rivoluzione non può permettersi il lusso di essere ridondante.
6 - L’autoeroismo, ovvero la vigliaccheria
Chiamo autoeroismo il fatto, statisticamente singolare eppure sorprendentemente diffuso, per cui un filosofo si trova, manco l’avesse fatto apposta, ad essere l’eroe del suo stesso sistema filosofico. Se dal filosofo è giusto aspettarsi un po’ di sana coerenza e una certa fiducia nelle proprie scelte, resta comunque legittimo provare un po’ di sospetto verso qualcuno che costruisce una teoria morale dalla quale egli stesso, guarda un po’, risulta essere il modello d’uomo virtuoso. Le due cose non si implicano a vicenda, contrariamente a quanto si possa credere: si può essere coerenti con se stessi senza per questo negare le proprie mancanze, si possono rivendicare le proprie azioni anche senza giustificarle moralmente, senza pretendere ad ogni costo la medaglia della virtù. Arriviamo con ciò a quello che è il vizio più originario della nostra lista: la filosofia è fatta oggi nel modo in cui è fatta, cioè nel modo che tanto spiace ai popfilosofi, perché conserva in se stessa traccia della motivazione iniziale per cui la maggior parte delle persone vi si dedica : l’autogiustificazione. A dispetto di tutta la retorica sulla cultura come stimolo, messa in discussione continua e quant'altro, infatti, la maggioranza delle persone non si aspetta dalla cultura e dallo studio nient’altro, ma veramente nient’altro, che conferme e rassicurazioni. L’autoeroismo non è presunzione, si badi bene: non si tratta di culto di se stessi, sicurezza dogmatica della propria ragione, ma piuttosto e più essenzialmente di insofferenza alla critica, paranoia totale, debolezza di spirito, patologica fragilità, vigliaccheria squisitamente umana. “La felicità è un pannello pubblicitario che ti dice che tutto va bene, che non c’è niente che non vada con te” si dice nel pilot di Mad Men. La filosofia e la cultura sono oggi usate, non so da quando e per colpa di chi, ma da un bel po’ e con la complicità di molti, come versione interiorizzata e più efficace di un tale pannello, come stampella per puntellare la propria insicurezza, come rifugio per un uomo piccolo che, come i piloti dei robottoni dei cartoni giapponesi, cerca riparo nell’esoscheletro rassicurante dell’uomo di cultura. Da questo vizio originario derivano in fondo tutte le cattive pratiche su cui mi sono troppo rapidamente soffermato in questo lungo post. Imposture simili sono prevedibili per la popfilosofia se essa non rimuove la causa a monte, e poco importerà che si parli di Dionigi Areopagita o di Christopher Nolan, di Popper o di Popeye. Cambiare una buona volta atteggiamento filosofico, invece di star lì a parlare del proprio nuovo atteggiamento filosofico, questa sarebbe la rivoluzione di cui la filosofia ha bisogno. Questo è quello che, da filosofo, sento di attendere, e pazienza se ciò dovesse avvenire attraverso libri che non parlano di Mad Men né di Stoya, ma ancora e per l’ennesima volta del Simposio di Platone o dell’invasione della Polonia. Mentirei se dicessi che ho fiducia nel fatto che la nuova popfilosofia sia sulla buona strada per il superamento dei più importanti di questi vizi. Non mento affatto, in compenso, quando dico che spero vivamente di sbagliarmi.










