IL BANCHETTO OVVERO SULLA BELLEZZA ...NOW WITH GIRLS!!! Grandezza e miseria dell’uomo nel nuovo film di Refn In una di quelle perversioni che mi piace pensare siano proprie di una natura autenticamente filosofica, e che probabilmente altro non sono che il sintomo di una patologica incapacità di fruire della vita senza pensarla, mi ritrovo a scrivere, dopo mesi di inattività, proprio dopo aver visto (e anzi rivisto) un film che come pochi altri mal si presta alla verbalizzazione, al diventare discorso. Se c'è infatti una cosa che caratterizza The Neon Demon, il nuovo filmone di N.W. Refn, è senz'altro la sua attitudine a mostrare, molto più che a dire. Ma visto che vogliamo parlarne, cominciamo dalle cose ovvie. Attenzione : spoiler.
Parte I : THE NEON
Di cosa "parla" The Neon Demon? In ciò, niente di controverso; i punti fondamentali, le "tesi" del film sono enunciate in modo sorprendentemente esplicito: "You are BORN beautiful, or you'll never be (...) beauty is not eveything, is the ONLY thing"
La bellezza non è la cosa più importante, la bellezza è tutto. Quando fa irruzione nelle nostre vite, la bellezza ha su di esse un potere assoluto. Di tutti i personaggi rappresentati, di tutte le storie raccontate (più o meno bene) nel film, non ce n'è una che non ruoti interamente intorno allo sconvolgimento conseguente a questo incontro/scontro con la bellezza, vale a dire (ma ci torneremo) con Jesse.
Il repertorio dei casi umani è abbastanza classico, e gli stereotipi non fanno alcuno sforzo per sembrare qualcos'altro, al punto che vi si potrebbe scorgere la deliberata intenzione di presentarsi come archetipi, eroi di una sorta di teatro greco in versione XXI secolo: i ragazzi per bene perdono la testa per Jesse e finiscono col cuore spezzato, quelli meno per bene (a rappresentarli un Keanu Reeves cui l'età sembra aver giovato) cercano di stuprarla; fotografi e stilisti, che pure vediamo muoversi tra donne splendide con lo sguardo annoiato degli intenditori, ne restano estasiati e stupiti (più degli spettatori, che questa annunciatissima sorpresa la vedono puntualmente arrivare con dieci minuti di anticipo, e con tutto il bene per Elle Fanning ne restano anche un po' perplessi); le sue colleghe modelle, cui è negata la stessa genuina bellezza e a cui altro non resta che tentare di approssimarvicisi attraverso la dieta, la chirurgia estetica e il make up, sono lacerate tra odio e invidia, tra il sogno di diventare lei e il desiderio di vederla scomparire (la sintesi delle due forze condurrà dritta al macabro epilogo della storia). La truccatrice Ruby, infine, follemente innamorata di lei o forse solo divorata dal desiderio, si umilia inesorabilmente tra affetto mendicato, rifiuti e pietosa disperazione, fino all'abbrutimento totale, alla rinuncia alla sua stessa umanità.
Questi gli effetti di Jesse sulle persone che la circondano; effetti di cui lei diventa nel corso della storia più consapevole, senza pero' per questo guadagnare in controllo: la sua bellezza sconvolge la sua vita al pari di quella degli altri, ella stessa ne è completamente in balia, e anzi è proprio lei che finisce col pagare le più gravi conseguenze.
Diciamo bellezza e vogliamo dire innanzitutto due cose: sul piano narrativo, la bellezza acerba, genuina e perfetta di Jesse, che sbarca nel cuore della società dello spettacolo credendo di dover lottare con le unghie e con i denti per ritagliarvisi un posticino, solo per scoprire che di quella stessa società, senza alcun merito e quasi senza volerlo, lei è già la divinità incarnata, il principio organizzatore e l'ideale regolativo. Un potere inatteso che le sfugge di mano, dal che seguirà il naufragio di cui sopra.
Sul piano cinematografico, la "bellezza" è più in generale la potenza estetica delle immagini di Refn, e in questo senso il film "parla" chiaramente anche di se stesso. Tra i due tipi di bellezza, qui sta il tratto di autentica genialità dell'opera, esiste una proporzione costante, anche se non sempre intuitiva: se nella scena del primo shooting di Jesse col montatissimo fotografo Jack la bellezza delle scena è, o almeno è anche, il risultato di un processo di amplificazione estetica della bellezza della sua protagonista, ci vuole invece un attimo di riflessione per rendersi conto che anche davanti alla tristissima scena dell'obitorio, davanti alle angoscianti sequenze dello stupro, davanti al trashissimo finale, e persino davanti al più classico tramonto dei titoli di coda noi siamo in fondo nella stessa identica situazione dei personaggi di Refn davanti a Jesse. Siamo mossi da pietà, da compassione, da disgusto, da entusiasmo, da angoscia, perché Refn vuole così, perché il cinema ha questo potere su di noi, e non c'è bisogno che il film dica nient'altro (nello specifico, niente di troppo rigoroso o approfondito) per guadagnare la nostra attenzione. Beauty is everything.
Un film sul potere della bellezza, quindi, e sul potere dell'immagine in generale, nonché sulla sua onnipresenza: impossibile contare gli specchi e i riflessi di cui Refn costella le sue scene, costruite con un'attenzione che lascia, ancora una volta, a bocca aperta. In questo senso, il "neon" del titolo costituisce sì un richiamo ai riflettori, alla spettacolarizzazione, al mondo della moda con cui il film certo polemizza (ci torneremo tra un attimo) ma può anche riferirsi più in generale al medium per eccellenza in cui la bellezza, e l'immagine in generale, esistono ed esercitano la propria forza condizionante: la luce, grande protagonista dei film di Refn, ambiente in cui la nostra vita inevitabilmente si estrinseca, spesso nella forma tragica del naufragio.
PARTE II : THE DEMON
Fin qui niente di controverso, giusto qualche pista di riflessione, la mera ripetizione di ciò che il film dice in modo abbastanza grezzo e approssimativo (nel discorso da baretto - nel senso che proprio si tiene in un bar - dello stilista) e mostra invece in modo sublime, in un'esperienza estetica violenta e totalizzante, da fare imperativamente al cinema.
Un punto resta però da approfondire, ed è la prima parte della tesi enunciata poc'anzi. "You are born beautiful, or you'll never be". Se la seconda parte della tesi (Beauty is everything) costituisce il motore della narrazione e la chiave di volta dell'intera veste formale del film, questa prima parte ne determina in modo altrettanto puntuale l'ambientazione e il soggetto: The Neon Demon racconta storie di modelle e stilisti, fotografi e truccatrici. Perché proprio questa ambientazione? E cosa dice di queste persone?
Anche qui, il film rimane sorprendentemente didascalico: nel mondo della moda l'artificio cerca disperatamente di supplire all'autenticità, "nessuno si ama come è" perché a bellezza "vera" è una cosa rara, e la maggior parte delle persone deve accontentarsi dei rimedi già citati, su cui il film ritorna troppo insistentemente perché si possano considerare riferimenti casuali. La dieta, il trucco, la chirurgia estetica, la messa in scena, tutti surrogati inefficaci, vani tentativi di arrivare a riprodurre la perfezione del bello genuino ("puoi sempre riconoscere la bellezza artefatta"), che producono solo fallimenti ("si fanno massacrare il corpo, e quasi muoiono di fame pur di diventare una pallida imitazione di quello che io sono"). Nel bagno di sangue conclusivo, Refn sembra poi spingersi ancora oltre: nel mondo della moda, nel mondo degli artifici, la bellezza autentica è quasi fuori posto, e non produce nient'altro che invidia e violenti tentativi di appropriazione. Contro ogni buon senso, perché tanto non funziona; contro ogni morale, perché si finisce col fare le cose più immonde per avere anche solo un po' di quel potere; contro persino ogni moto di rigetto (penso all'occhio di Jesse vomitato da Gigi, che Abbey Lee si affretta a buttar giù di nuovo).
E' una visione moralista, quella di Refn? Possiamo parlare di "critica del mondo della moda" o più in generale di "critica della società dello spettacolo" (di cui il mondo della moda sarebbe esemplificazione estrema)? Probabilmente no, e ciò per un motivo molto semplice: Refn non "fa la morale" a questi personaggi, non li condanna; semmai, li ridicolizza e li umilia. Dai trionfi di Jesse, all'umiliante amplesso con il cadavere, alla messa in scena del loro imbarbarimento, fino al finale trash che li mostra in tutta la loro natura grottesca, il film non cessa di rappresentarceli come dei poveri disperati. Non c'è critica morale, ma piuttosto olimpica derisione di una hybris che riesce solo a rendersi patetica.
Tocchiamo qui il punto fondamentale: se pur non essendo un film moralista The Neon Demon lascia comunque nello spettatore un certo retrogusto moralizzatore, un certo sapore reazionario e pessimista, ciò accade perché a fare da filo conduttore dell’opera è un discorso radicalmente antiumanista.
Intendo qui con antiumanista una visione del mondo in cui l'uomo, banalmente, non è al centro dell'universo, non è padrone del suo destino. Il titolo del film, The Neon _Demon_ è in ciò rivelatore, e possiamo senza timore di sovrainterpretare riferirci direttamente alle origini mitologiche del termine: la bellezza è un Demone, una forza che avvince gli uomini e ne stravolge i destini, e che rispetto a loro è assolutamente trascendente.
Il Neon Demon del titolo non è, come si potrebbe a primo acchito pensare, Jesse, non è l'animale da palcoscenico, la femme fatale. Lei non è che una pedina, come lo sono tutti gli umani rispetto ai capricci delle potenze divine. Il Demone di cui il film parla è quello che la possiede, che trae il suo potere dalla luce, perché esiste solo attraverso l'immagine, e fa degli essere umani i suoi schiavi. Suoi, e non del corpo che lo ospita.
"Nasci bello, o non lo sarai mai". Jesse, come si dice in una scena, "ha qualcosa di speciale". Poco importa che questo qualcosa sia effettivamente innato o acquisito nel tempo, il punto decisivo su cui il film è chiarissimo è un altro: di quest'avere o acquisire, come del non avere o nel perdere, del desiderare e del patire gli effetti, l'uomo non è che soggetto passivo.
La salvezza attraverso le opere è un mito scientista, è il mito di chi confida nella tecnica e nell'artificio, nella forza della determinazione (”Everything worth having is a little painful” dice la frivola Gigi, che pure enuncia una delle più antiche massime di ogni umanesimo) o nella capacità autopoietica dell'individuo. Puoi avere "the thing" o puoi non avercela, e a parte accettare la situazione e prepararti a subirne le conseguenze c'è poco che tu possa fare. In questo senso, The Neon Demon sembra quindi presentarsi come un film mistico, religioso, drasticamente antiumanista per l'appunto: nel ridicolizzare le disperate nemiche/ammiratrici di Jesse, Refn ridicolizza la fiducia nell'uomo, la sua orgogliosa credenza secondo cui la scienza, l'arte o il rigore possano renderlo un titano capace di opporsi alle forze divine che lo assalgono come a dei suoi pari, in una lotta dall'esito incerto ma dall'assoluto valore morale.
Con Refn si torna alle orgini, alla mitologia greca, all'impotenza di fondo di un uomo che troppo a lungo si è creduto grande. La bellezza sarà pure verità, ma la verità è che l'uomo non è niente, davanti alla bellezza, che l'uomo non è niente, una mera pedina di un gioco di scacchi giocato da qualcun altro, poco importa che sia Dio o il caso.
CONCLUSIONE : THE MAN
Questo è ciò che The Neon Demon, a mio avviso, dice. Purtuttavia, Refn ci dice ancora una volta più di quanto non sembri, e di ciò è possibile rendersi conto tornando a confrontare il fondo del film con la sua veste eminentemente formale. Abbiamo già detto che la potenza delle immagini è in questo film mostrata ed imposta allo spettatore, molto più che raccontata. Questo non farebbe che rafforzare, ovviamente, il messaggio antiumanista che abbiamo appena enunciato. Lo spettatore è impotente, lo si è detto, davanti a The Neon Demon, come lo è nella vita, davanti alle altre manifestazioni di quello stesso Demone, che per l'occasione si manifesta in un film che parla esplicitamente di lui, quasi in guisa di autocelebrazione.
Sennonché, un'osservazione finale si impone: non c'è nulla di naturale, in questo capolavoro di Refn. Vi si esalta la bellezza naturale, ma tutto, ogni dettaglio, ogni inquadratura, ogni gioco di luce, ogni immagine della supposta incarnazione della bellezza genuina, è costruito. Tutto è artefatto. Eppure non si staccano gli occhi dallo schermo.
Può anche darsi che Refn ci stia dicendo che ti accorgi sempre quando la bellezza artificiale, ma uscendo dal cinema non puoi non pensare che seppure così stessero le cose, la bellezza artificiale potrebbe rivaleggiare perfettamente con quella naturale, potrebbe anzi farne del tutto a meno, potrebbe ingoiarsela, mangiarsela viva, fino a che nessuna traccia di natura traspaia più tra le maglie dell'artificio che l'ha assorbita. Ma allora il quarto convitato al banchetto di Ruby e delle sue amiche è proprio Refn, che forse crede davvero alla potenza dei Demoni, ma che attraverso l'esercizio prometeico della sua arte questi Demoni arriva a mangiarseli, con la determinazione di Abbey Lee nel terribile finale del film.
Può anche darsi che la verità sia superiore all'uomo, che il suo ruolo nel mondo sia di essere una candela eternamente sbattuta dal vento, ma nel passaggio dalla reverenza stoica della tragedia greca alle sperimentazioni postmoderne di Refn a questa realtà si guarda in modo diverso. Anzi non la si guarda affatto, perché ormai c'è solo l'artificio.
La verità ce la siamo mangiata
Perché l'artificio è bello, e la bellezza non è la cosa più importante, è tutto.















