“Un mondo che non è il mio”
(Il post doveva finire su facebook, ma alla fine è diventato troppo personale, lol Non ho neanche ricontrollato se quello che ho scritto ha senso, prendetelo come sfogo fine a se stesso, se c’è ancora qualcuno da queste parti)
Altra pagina della mia autobiografia spontanea non richiesta, mentre cferco di non avere un meltdown per colpa delle cazZO DI CUFFIE di cui ho già parlato qualche tempo fa.
L'episodio che mi viene da citare oggi risale alla prima superiore. La mia brillantissima (vorrei davvero avere la possibilità di scriverlo in corsivo per convogliare il sarcasmo, ma ahimé FB non lo prevede) prof di psicologia era solita coinvolgere la classe in "giochi psicologici", che in linea di massima non erano che tentativi goffi e mal costruiti di aiutare ad esplorare noi stessi e le relazioni con gli altri. Spesso e volentieri risultavano in quelle che sembravano vere e proprie invasioni del nostro spazio vitale, con momenti che spaziavano dall'imbarazzante all'incredibilmente tragico (anche se, in quest'ultimo caso, non fu la mia classe ad essere coinvolta - ma sono dettagli). Uno di questi 'giochi' prevedeva di scrivere su un biglietto l'opinione che si aveva di tutti gli altri compagni di classe, ovviamente in forma anonima, al fine poi di avere un quadro generale dell'opinione di ogni singolo componente del gruppo classe all'interno del gruppo classe stesso. Qualcosa che aveva tutte le premesse per essere a dir poco catastrofico, insomma, ma che per qualche motivo si svolse senza troppi drammi (almeno, appunto, nel caso della mia classe). Fu comunque un'attività terribilmente imbarazzante, e pure dietro la promessa dell'anonimato molti di noi - tra cui me - non scrissero davvero ciò che pensavano di tutti gli altri, vuoi perché era il primo anno, vuoi perché, se scrivi qualcosa di antipatico contro l'energumeno alto sei metri e permaloso come una principessina, pensi che davvero l'anonimato potrà proteggerti? Di conseguenza, la lettura delle varie 'confessioni' si svolse all'interno di una banalità disarmante, tra un "è una persona piacevole" e un "non lo conosco ancora abbastanza", tranne che per qualche piccolo picco di sorpresa. E, naturalmente, uno di essi non poteva che verificarsi durante la lettura delle opinioni su di me.
"È una persona simpatica, ma appartiene ad un mondo che non è il mio".
È, tuttora, una delle cose dette sul mio conto a cui ritorno più spesso con la memoria. Era, ribadisco, il mio primo anno di scuola superiore: laddove la maggior parte di noi "tryharda" un po' per mostrarsi particolare, diverso, per costruirsi un po' un'identità o un personaggio, io personalmente dopo l'incubo™ delle medie volevo solo vivere quanto più possibile nell'anonimato, a metà tra un cambio di contesto radicale e una serie di problemi personali con cui faticavo terribilmente a combattere. Eppure, in un modo o nell'altro, questo mi ha portato ad essere meno 'average' degli altri, collocandomi su un mondo "che non è il loro". Lì per lì non ci detti neppure tanta importanza, risi con imbarazzo, cercando di ignorare il consenso generale che mi circondava, ma nel corso degli anni quelle parole mi sono tornate in testa un sacco di altre volte.
È questa l'immagine che do al prossimo, di essere un alieno, qualcosa di incomprensibile, lontano, incompatibile? Non c'era una ponderazione profonda dietro quelle parole, erano frutto della prima, immediata idea sul mio conto: col passare del tempo, nei vari momenti della mia vita in cui sono tornata a ripensarci, ho avuto un continuo alternarsi tra momenti in cui non ero d'accordo e molti, molti altri in cui un po' mi rendevo conto che era vero. Che un po' un alieno lo ero, almeno in quegli anni, e che ho l'idea che questo ruolo non mi sia mai riuscito di lavarmelo via di dosso. Finisco quasi sempre per essere la macchietta, l'incognita, la persona un po' strana e un po' fessacchiotta con cui non è sempre facile avere a che fare solo perché è troppo uguale a se stessa, e lì scatta la seconda domanda.
È una cosa positiva, funzionale? È forse questo l'interrogativo che mi assilla ancora più del giudizio di cui sopra; il fatto di essere un presunto 'alieno' mi fa sentire sempre, costantemente il tassello fuori posto, qualcosa che è lì ma che non ha le armi per trovarcisi, il pezzo del puzzle in cui l'immagine è corretta, ma l'incastro è difettoso e non combacia con gli altri. Parlavo proprio ieri di come io tenda ad affezionarmi a quei personaggi di finzione che faticano a trovare il loro posto nel mondo, che fanno fatica a capire quale sia la loro identità e quali siano le aspettative degli altri nei loro confronti: questo barcamenarsi difficoltoso, questa esplorazione continua, non riguarda solo il mio Io, il mio essere me - riguarda anche il modo in cui questo "Io" cerca di relazionarsi con il resto del mondo.
Non voglio fare la vittima, non voglio dare l'idea di qualcuno che si sente solo e incompreso. Ho una ragazza che amo, pochi amici ma buoni, relazioni familiari soddisfacenti - ma nel resto del mondo ho come l'impressione di continuare ad essere la cosa strana che viene da un'altro pianeta, immersa in una perpetua sensazione di inadeguatezza dalla quale più passa il tempo, meno mi sento in grado di uscire.
Forse avrei dovuto prendere la palla al balzo tutti quegli anni fa e cercare di raddrizzarmi quando mi era stato dato il segnale più palese che avessi mai ricevuto in tutta la mia vita. Non è un po' tardi per certe crisi degni di un romanzo di formazione adolescenziale?













