E niente, buonasera.
Questo è il sideblog personale di AtypicalAntinomy, dove si tratteranno argomenti svariati di dubbio interesse. Ergo, prendere tutto ciò come una sorta di valvola di sfogo di una persona che tende a perdere le priorità della propria esistenza un po' troppo spesso.
E a farsi prendere dal panico ancora più frequentemente.
È, innanzitutto, la versione rimaneggiata di qualcosa che ho scritto ormai un anno fa - edulcorata, anzi, perché sono tante le cose successe, e molte di esse credo non abbiano bisogno di troppo dettaglio per capirne la gravità.
In secondo luogo, questa è la storia dell’abuso che ho subito. Una serie di fatti molto intimi che ho sempre faticato ad esprimere, la cui pubblicazione in questo blog spero mi aiuti a fare un altro passo verso quella catarsi di cui nonostante tutto evidentemente ho ancora bisogno.
I TW si sprecano - si parla di tentato suicidio, di autolesionismo, ma soprattutto si parla di abuso. Abuso mentale e fisico, probabilmente anche sul piano sessuale; abuso che è avvenuto prima che diventassi maggiorenne, per mano di una persona che a sua volta non era maggiorenne neanche l’ultima volta che ci siamo parlati. Procedete, consci di questo, a vostro rischio e pericolo.
Prima, però, mi preme particolarmente aggiungere due precisazioni. Chiamatelo mettere le mani avanti, chiamatelo come volete, ma rileggendo quello che ho scritto trovo necessario aggiungere altro contesto per chiarire la mia posizione.
Primo punto: alcune delle cose descritte potrebbero essere interpretate come dettate solo da ignoranza e immaturità adolescenziale. E se in parte lo trovo vero, è vero anche che non è mai esistita rettifica a questa ignoranza: il mio punto di vista indipendente e autonomo è sempre stato sminuito, e quando c’è stata la possibilità di rientrare in contatto con me per porgermi delle scuse, invece, tutto quel che ho ricevuto sono stati messaggi minatori da parte di scagnozzi accaniti che mi minacciavano con i peggiori scenari di morte e distruzione. Non mi interessa se è stato frutto dell’ignoranza, a questo punto, dopo tutto quello che è successo, ha ampiamente smesso di essere una scusante alla luce dell'incapacità di prendersi la responsabilità di certi commenti e certe azioni.
Secondo punto: lo so anche troppo bene che parecchi mi vedranno come attore arrivo, e penseranno “beh, ma potevi scegliere di non fare quello che ti diceva, no?”
È una cosa che mi dico spesso anche io. Certo, nessuno mi legava le mani, nessuno mi puntava una pistola alla testa: è stato il pensiero che fino ad ora mi ha fatto credere che sotto sotto allora non sono mai stata davvero una vittima, forse sotto sotto è sempre stata colpa mia, il fatto che si siano perpetrate certe azioni. Poi, però, mi ricordo che c’era un motivo se mi costringevo ad agire.
Questa persona aveva così tanto il mio cuore e il mio cervello tra le mani che era riuscita nel compito di convincermi che il rischio che si ammazzasse fosse vivido, reale e plausibile. Mancata obbedienza, quindi, poteva significare solo una manciata di cose: che aprisse la finestra nel cuore della notte e si buttasse di sotto, che smettesse di mangiare e di bere, che andasse in cucina e si infilasse un coltello nella gola, magari pure mentre era a casa mia! E a quel punto, con un cadavere tra le braccia, cosa avrei dovuto fare? Come avrei dovuto spiegare quanto successo, quanto odio mi sarei tirata contro per aver permesso una simile tragedia? E cosa ne sarebbe stato di me, improvvisamente sola per una colpa che era soltanto mia?
Non sarebbe mai stata una semplice insubordinazione fine a se stessa. Non era mai semplice come aprire la bocca e dire no; non c’erano alternative. E se ancora c’è qualcuno che dubita, che pensa che invece avrei potuto benissimo tirarmi indietro, allora rispondo solo questo: mi sarebbe tanto piaciuto avercela, la tua tenacia. Ma ero debole, sola, triste e spaventata, e questa persona ha fatto in modo che tutto questo andasse a favore delle sue manie di controllo
Detto questo, vi lascio al resto.
Sono giorni che penso a come mettere tutto questo per iscritto, se fosse più giusto un flusso di coscienza, una cronologia, o chissà cos’altro. Ci sono tante cose che non ho mai detto a nessuno e che sono rimaste a fermentare, a volte nascoste, a volte meno, all’interno della mia testa, appesantendomi di un carico che non ho mai meritato di portare. Una quarantena più tardi, e tante, troppe occasioni di rimanere sdraiata sul letto a fissare il soffitto a lasciare che certi incubi risorgessero dalle gole del mio cervello stanco, però, ho iniziato a rendermi conto che non è un bagaglio che posso permettermi di nascondere ancora tanto a lungo.
Non so ancora che forma prenderà tutto questo; non so se vedrà mai la luce, se lo leggerà mai qualcuno, se rimarrà solo a me.
Probabilmente ne uscirà il quadro di una persona profondamente disturbata, con qualche tipo di problema più grande di lei, incontrollabile, spaventoso — e forse è così. Anzi, probabilmente è così — probabilmente non ho avuto le armi giuste per affrontarlo. Ma vorrei anche mettere le mani avanti, dire che il disturbo di qualcuno non dev’essere un pretesto per il mio dolore; e che, soprattutto, negli anni in cui si sono susseguiti questi fatti ero una bambina.
Tutto questo è accaduto prima dei miei diciotto anni. Tutto questo è successo in un periodo estremamente delicato della mia esistenza, in cui non stavo vivendo solo i classici e naturali cambiamenti adolescenziali di corpo e spirito: in mezzo a incertezze, dubbi, perplessità, confusioni, solitudini, sensazioni di estraniamento dai miei pari, era anche il periodo in cui ero affetta da quella che riesco solo descrivere come un’ansia paralizzante, che a posteriori posso dire aver inficiato in maniera rilevante sul mio funzionamento quotidiano, almeno all’epoca. Tutto questo lo dico non per elicitare compassione, ma solo per dare il quadro della mia persona: una costituzione mentale estremamente debole, mediamente disperata, e sorprendentemente prona allo zerbinismo.
È solo un caso che XYZ sia arrivata nella mia vita in un periodo così difficile, ma non è un caso, credo, che ai tempi mi ci sia attaccata con le unghie e con i denti. Un’amicizia come questa io non l’avevo mai avuta, un’intesa così con qualcuno non mi era mai capitata — e non c’erano motivi per avrei dovuto sospettare qualcosa, poiché non c’era niente da sospettare. Il corso delle cose, da quello che è iniziato come un legame puro e che è arrivato poi ad un abuso perpetuo vero e proprio, è stato talmente subdolo che è stato solo quando ne sono uscita che ho capito tutto il male che mi era stato fatto.
Proprio per questo mi è difficile per me capire da dove cominciare. Non aiuta il fatto che, per quanti siano tanti gli “aneddoti” che purtroppo costellano la mia testa, non sia facile per me trovarvi una collocazione in una linea temporale. È un rimestarsi di fatti che si accavallano gli uni sugli altri, di memorie, gesti, parole, che a volte da soli non significano niente, ma che se si guardano da lontano, se si osservano insieme a tutti gli altri, solo allora iniziano a delineare il profilo reale di quegli incubi che ancora mi perseguitano.
E proprio perché mi è difficile capire da dove è cominciato tutto posso solo partire dalla bandierina rossa più banale, ma anche la più insidiosa. Perché XYZ ci ha messo qualche mese a svelarsi per quanto fosse possessiva e controllante nei miei confronti: all’inizio, quando sei una ragazzina sola e che fatica a relazionarsi col prossimo, la possessività sotto sotto è una lusinga. Qualcuno ci tiene a me, ti viene da pensare — per qualcuno sono importante, se allora sono queste le reazioni che hanno nei miei confronti. Ci si crogiola in questa illusione anche quando la morsa inizia a stringere, e respirare diventa faticoso: accorgersi che qualcosa non va non è necessariamente qualcosa che arriva col dolore, con la paura, con l’angoscia; non quando il tuo attaccamento nei confronti di colei che ti sta trattando come il suo trastullo era così intenso.
Il suo bisogno di controllo nei miei confronti prendeva tante sfumature differenti. C’erano le accezioni più classiche; il bisogno di controllare ovunque fossi, con chi fossi, quando, come, dove e perché. Erano poche le attività che potevo intavolare di mia sponte; i suoi amici erano i miei amici, i suoi interessi i miei interessi, le sue attività le mie attività. Se non ero reperibile, se uscivo di casa, se “sparivo” per un po’ — non era l’epoca degli smartphone, quella — o anche solo se la mia attenzione verteva altrove per qualche secondo, era un altro il controllo che subentrava.
Quello nei confronti del mio umore. Un muro di silenzio e di freddezza scendeva quando qualcosa non gli andava a genio, senza che nessuno dei miei sforzi di capire quale fosse il problema fosse mai in qualche modo fruttuoso: era un gioco perverso in cui più cercavo di venirle incontro e più lei mi feriva, senza nessun tipo di volontà di rappacificare (se mai ci fosse qualcosa, da rappacificare — ho idea che la maggior parte delle volte non fosse che l’ennesimo capriccio, un esercizio di stile, se vogliamo, per vedere se la sua presa su di me fosse così salda da riuscire pure a contagiarmi con qualsiasi vago tono morale avesse deciso di far prevalere. E sì, ci riusciva molto bene).
Tutto quello che andava bene a lei, insomma, doveva andare bene anche a me: non esistevano compromessi, ogni tentativo di tirarsi indietro era un tradimento, un’offesa, un atto di guerra. Ricordo che solo nelle ultime volte in cui ci vedevamo riuscivo a ribellarmi nonostante dentro soffrissi ancora da morire; ricordo con lucidità quando dopo un ennesimo futile litigio tornai a casa senza di lei, trovai sua madre, e mi sfogai piangendo per come non ce la facessi più a gestirla.
Ma così mi sto avvicinando troppo alla fine, dando quasi l’illusione che XYZ sia stata solo una persona estremamente controllante e possessiva. Da una parte sì, da una parte la maggior parte dei problemi che mi affliggono tuttora riguardano proprio il mio terrore di vedere la mia libertà in qualsivoglia modo limitata.
Dall’altra non siamo che all’inizio.
Come dicevo, il suo controllo si estendeva un po’ a qualsiasi cosa.
L’anno in cui ci siamo conosciute è stato anche l’anno in cui ho iniziato a capire che forse forse il mio orientamento sessuale non fosse necessariamente il più dritto di tutti. Qualche tempo dopo, ho iniziato a capire che nemmeno la mia identità di genere lo era.
Quando si ha una persona così vicina accanto, in genere, è una delle prime a cui lo si dice. E non ci si aspetta di sentirsi dire che quello che vogliono per te è che tu trovi un uomo che ti ami e che non puoi non essere né maschio né femmina, devi scegliere. Per l’amor del vero, spezzo una lancia per quanto riguarda la prima frase — che non rimane, comunque, in alcun modo meno dolorosa — in quanto la sua posizione è cambiata, anche se non necessariamente per il meglio. Ma la seconda frase l’ha pronunciata quando il tutto era ormai agli sgoccioli; una pugnalata, quando si cerca di barcamenarsi nel tentativo di capire chi si è e cosa si vuole essere.
Ma, come è facile capire, non potevo decidere di essere qualcosa, perché prima di tutto io ero sua. Ero il suo trastullo e il suo divertimento; quindi dovevo essere ciò che voleva lei. Dovevo seguire i suoi canoni, le sue decisioni e le sue prese di posizione: in quello che non so neanche più spiegare se sia una sperimentazione, un genuino interesse o una mezza perversione, tra le due io dovevo essere il maschio.
Io il cavaliere senza macchia, lei la damigella da proteggere e salvare. E non parlo neanche per esagerazioni: dovevano essere i nostri ruoli fissi, e anche il mio mostrare debolezza, o incapacità di sostentarla, era visto come un attacco.
Mi sento ancora, in realtà, come se stessi continuando a danzare intorno al fulcro della questione, forse ancorandomi ancora al tentativo di dare una coerenza narrativa a quello che in fondo non è altro che uno sfogo. O forse esito, come ho sempre fatto, a dare forma alle cose più gravi: quelle che persino adesso mi sembrano assurde, e di cui non riesco a credere di esser stata parte complice.
Complice, mi dico, quando è chiaro che il mio ruolo è stato quello della vittima: ma non è facile operare questa distinzione, non ancora, nemmeno quando sono passati tutti questi anni. Ma ciò di cui ho appena parlato può forse servirmi come punto di slancio, perché il suo bisogno di essere salvata non era un bisogno di una spalla su cui piangere.
Non ho mai capito da dove arrivasse il suo fanatismo; forse era solo una perversione, forse qualcosa di più grave, che non mi interessa né mi compete di indagare. Vorrei ricordarvelo, ero una ragazzina quando tutto questo aveva luogo — e pure avessi provato a suggerirle di cercare aiuto professionista, la sua risposta sarebbe stata una sola.
Che gli psicologi sono inutili e bugiardi; che la psicologia è una disciplina inutile, e che se qualcuno sta male basta prendersi degli psicofarmaci. Non so se abbia cambiato idea, non mi interessa: l’unica cosa che vorrei aggiungere è che, allora, alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” In quel periodo avrei risposto senza battere ciglio “la psicologa”. Giusto per ribadire che non avevo la possibilità di scegliere cosa volessi essere, perché tutto quel che decidevo per conto mio incontrava quasi sempre la sua disapprovazione.
Tornando a noi, ciò di cui aveva bisogno di salvarsi era, spesso e volentieri, se stessa. O almeno così mi voleva far credere — ho ragione di pensare che ci fosse ben poco di vero, negli scenari terrificanti di cui mi voleva convincere di essersi cacciata con le sue stesse mani. Il problema è che, allora, le riusciva veramente bene di convincermi: ero sicura che si sarebbe buttata dalla finestra, che si fosse davvero infilata un coltello in un fianco, che avesse fatto davvero overdose di farmaci, che si stesse davvero tagliando le vene. A posteriori, i segni sul suo corpo di molte queste auto-aggressioni non li ho mai visti — ma che ragione avevo, all’epoca, di dubitare? Ero spaventata, non potevo vivere con la consapevolezza che se si fosse fatta del male sarebbe stata colpa mia, perché l’unica volta in cui l’ha fatto davvero è un trauma che ancora mi rimane. Non servivano discussioni serie per usarsi come ostaggio nei miei confronti; bastava un lieve disaccordo, o un cambio nell’atmosfera che non riguardava neanche me, perché con la scusa di farsi un bagno si calasse nell’acqua bollente fino a stare male. A raccontarlo o a immaginarselo, forse, fa pure un po’ ridere — ma non è stato divertente tirarla fuori da una vasca mezza svenuta, tutto questo per farmi avere paura.
Motivo per cui non volevo che si facesse del male in maniera irreparabile, come spesso, sempre, continuamente minacciava di fare. Motivo per cui dovevo salvarla, aiutarla ad espiare qualsiasi cosa la stesse attanagliando, e i metodi con cui farlo li sceglieva lei.
Mi vergogno molto di quello che sto per scrivere. Mi vergogno e mi sento male, in tutta onestà — e non so perché sento il bisogno di continuare a giustificarmi, ma non ho mai provato alcun tipo di soddisfazione in tutto questo. Il mio unico conforto era la consapevolezza che allora non si sarebbe uccisa, e questo per me valeva lo schifo che ero costretta a fare.
Lo dirò senza troppi giri di parole.
Il primo metodo era scrivere scenari di violenza esplicita nei suoi confronti. Questo da solo non è bastato tanto a lungo, e non era utile quando eravamo fisicamente insieme: allora il secondo metodo era la punizione diretta, che si concretizzava in lei che mi ordinava di farle del male, altrimenti si sarebbe ammazzata davanti ai miei occhi.
Non mi ricordo bene quante volte sia successo; ricordo solo che piangevo, tanto, tutte le volte. E che poi stavo male in segreto — perché lei stava finalmente di nuovo bene, io avevo fatto la cosa giusta, e non dovevo appesantire di nuovo l’atmosfera con il peso della mia dissonanza che mi ha schiacciato così forte da farmi dimenticare tutto questo per tutti gli anni e anni e anni in cui tutto questo è rimasto seppellito in fondo alla mia memoria.
Mi ero completamente persa. Non avevo più una dignità o una morale; tutto quello che facevo era in funzione di lei. Se stavo male, se soffrivo, se non volevo continuare, me lo tenevo per me.
Quando mi ha messo le mani addosso senza che io sapessi di preciso cosa stesse succedendo, approfittandosi interamente dello squilibrio di consapevolezze tra di noi; e quando nella nostra intimità successiva non mi ha più toccato, alienandomi completamente dal rapporto, non mi lamentavo neanche più.
Quando mi ha costretto ad agire certe pratiche su di lei nonostante i miei tentativi di dire di no, e quando subito dopo ho avuto una reazione di rifiuto così forte da sfociare in iperventilazione e attacco di panico, con tanto di se non volevi potevi dirlo detto dalla sua voce, ho imbottigliato subito tutto e ho fatto finta di niente.
Il punto di rottura è arrivato tardi, e purtroppo non è stato lo strappo netto che avrei voluto. Non lo è mai, in queste situazioni: c’è sempre il tentativo di ricucire, riparare, ritornare a quel finto idillio la cui unica sicurezza che regala è quella della prevedibilità, pure se è la prevedibilità della sofferenza.
Nacque da un pretesto stupido, da lei che mi dice che sua madre, all’ultimo momento, non vuole portarmi in vacanza con loro; e io che non ci sto, non ci sto a farmi trattare come un pupazzo per l’ennesima volta, e me ne torno a Firenze. Questo è l’inizio di un tira e molla che si è susseguito quasi per un anno; in cui lei inizialmente mi dice che dovevo combattere, che dovevo farmi valere su sua madre, che evidentemente a noi non ci tenevo abbastanza; e che durante la vacanza che poi riusciamo comunque a fare mi porta, poi, a fare da reggimoccolo ad un appuntamento con un altro ragazzo, calpestando i miei sentimenti e la mia dignità di persona. Tutto questo mentre, tecnicamente, eravamo in una relazione.
Un inseguirsi in cui lei scatena in me le reazioni di gelosia peggiori che abbia mai avuto, testando ancora e ancora e ancora la mia pazienza mentre lascia che una certa persona continui a flirtare con lei anche quando le ho chiesto, disperatamente, di smettere di darle corda. Un tentare di ripristinare il suo controllo assoluto in cui lei mi minaccia di seguirla ad una fiera del fumetto che non ho i soldi né il tempo di raggiungere; in cui mi dà della disorganizzata, dell’irresponsabile, della noncurante — e una mia resistenza iniziale, che capitombola di nuovo nel mentire a mia madre mentre scappo nella città dove XYZ vive per cercare di fare pace.
Tutto questo mentre emergevano segreti e parole; mentre il suo aspetto di santa cadeva, e le corna palesemente mi si appesantivano sulla sua testa via via che venivo a sapere che le sue relazioni con altri ragazzi non erano necessariamente solo di amicizia pura e casta.
Era chiaro però che le cose non potevano più rimanere come erano, e che non ne potevo più. Un’altra persona stava entrando nella mia vita, e nuove conoscenze mi stavano staccando dalla dipendenza morbosa che ancora mi legava a XYZ — senza la quale, prima del loro arrivo, sarei rimasta completamente sola.
Me lo ricordo, quel litigio che abbiamo avuto in un ambiente un po’ troppo pubblico. Quello in cui mi sono liberata di tante cose, in cui le ho urlato in faccia — probabilmente con troppa cattiveria — che era una persona falsa, bugiarda, che mi aveva fatto del male ancora e ancora e ancora e che non gliene fregava niente. Me lo ricordo, il mio tentativo di dividermi da lei; che è caduto però su terreno totalmente infertile.
Perché la sua conclusione da quel litigio fu che non tenevo abbastanza a lei; che l’avevo delusa, ma non perché avevo finalmente detto la verità — quella, evidentemente, non l’aveva proprio ascoltata. L’avevo delusa perché a detta sua non ero pronta a dire a tutti che stavamo insieme; non ero pronta a rendere pubblica la nostra relazione.
Detto questo, letteralmente qualche giorno dopo ha provveduto a trovarsi un fidanzato di copertura. “Perché i miei non capirebbero”, disse, ed era un vero peccato che lui non sapesse affatto di essere una presunta copertura, e che me li sia sorbiti, di nuovo, mentre mi si sbaciucchiavano davanti al naso.
A quel punto ero stanca. Dignità, amor proprio, morali, valori, orgoglio, coscienza — avevo già perso tutto, ed ero esausta come non mai. Posso solo ringraziare, in quel momento, di aver avuto accanto la persona che ho tuttora; quella che ha deciso comunque, pur sapendo della mia relazione, di confessarmi i suoi sentimenti per me, sentimenti che per altro già ricambiavo da un po’.
A quel punto, dopo esser stata usata, calpestata e maltrattata da XYZ, mentre lei “faceva finta di stare” con un ragazzo con cui a poco a poco approfondiva la loro intimità, trovare qualcuno che mi amasse davvero è stata la cosa che mi ha salvato, e mi ha concesso di distaccarmi da lei.
Non prima, naturalmente, di trovarmi XYZ sotto casa per ben due volte. Non prima di vedermi recapitati a casa dei fiori, con incredibile imbarazzo mio e di mia madre; non prima di essermi trovata la cassetta della posta gonfia di lettere firmate col suo nome, sia spedite che imbucate a mano (e vorrei ricordarlo, non vivevamo nella stessa città).
Solo dopo che, in un’ultima visita in cui ho tentato in tutti i modi di farle capire, di nuovo, che non volevo più stare con lei, ha preso il mio telefono senza dirmelo e ha letto i messaggi che io e l’altra persona ci scambiavamo. Solo allora ha capito che era tutto finito, che non volevo più il suo controllo sulla mia vita, e dopo un suo ultimo plateale gesto che alludeva al volersi buttare dalla finestra — non mi fa onore, ma non ho provato niente, in quel momento, se non rabbia — l’ho ritirata per i capelli dentro casa e me ne sono andata.
Sono sparita, o almeno ci ho provato. Ha continuato a contattarmi, trattandomi meglio di quanto mi avesse mai trattato in quegli ultimi anni; le ho dato corda per pietà, ricordandole cortesemente che non volevo più avere a che fare con lei (gentilezza, masochismo — non lo so, non so che nome dare a tutto questo; forse i rimasugli di un’obbedienza che è rimasta viva fino all’ultimo, per quanto agonizzante) se non in modo superficiale, e mi sono finalmente decisa a bloccarla ovunque potessi quando ha avuto la geniale idea di fare outing sul mio orientamento sessuale a persone a cui non ero ancora effettivamente pronta a farlo.
Ci ho messo un po’, ma alla fine se non altro ce l’ho fatta.
I suoi sgherri hanno continuato a cercare di contattarmi. A dirmi che la stavo uccidendo, che stava rifiutando di curarsi (?) per colpa mia, ma quel gioco aveva smesso di funzionare. Mi stavo liberando, catena dopo catena, lucchetto dopo lucchetto, di un regime di terrore che mi aveva assoggettato per anni; lei credo abbia continuato a inseguirmi anche dopo, e ho anche ragione di credere che un’amicizia che credevo sincera con un terzo soggetto non fosse, in realtà, che l’ennesima marionetta mandata a controllarmi [aggiornamento: motivo per cui, quando qualche tempo fa ho visto la sua richiesta d'amicizia spuntare su Facebook, ho trovato ridicolo che avesse avuto anche solo lontanamente il coraggio di mandarmela visto e considerato che gli ultimi messaggi nella chat di messenger erano palesemente inviati da XYZ che si fingeva quest'altra persona prima di bloccarmi]
È passato tanto tempo.
Sono passati tantissimi anni dall’ultima volta che l’ho ufficialmente tagliata fuori dalla mia vita, e una parte di me è convinta che io non debba fare altro che lasciar perdere. Che il passato è passato, e che non devo permettere che influisca più di me più del necessario.
Per quanto abbia ragione, però, rileggo tutto questo, penso agli anni che avevo, alle fragilità che avevo un tempo, e su quante cose io non sia andata nel dettaglio, quante piccolezze magari io non abbia menzionato (come la sua chiara consapevolezza che le condizioni economiche mie e sue fossero ben diverse, eppure mi spingesse comunque a pagare sempre io le nostre uscite ((chi mi conosce lo sa che sono la prima a propormi se ho la possibilità di farlo)); oppure, cosa davvero stupida, la sua totale ingratitudine laddove l’ho aiutata con elementi dei suoi cosplay che avevo fatto io; ma anche solo l’aver invitato, alla mia festa di compleanno a sorpresa, un tizio per cui avevo espresso chiaramente la mia antipatia, visto il suo eccessivo e insistente provarci con me) e quanti sicuramente siano ancora sotterrati nella mia mente per il bene della mia salute mentale — e allora diventa un pochino più facile smettere di biasimarmi per il terrore che provo tutte le volte che la vedo menzionare, per il malessere che mi assale quando uno nuovo di questi pezzetti emerge nella mia memoria e si erge, vivido e truce, tra i miei ricordi.
Ci sto provando, a dimenticare. Ad archiviare questa parentesi come qualcosa che non può più toccarmi, e nonostante certe debolezze ancora siano lì, credo di starmela cavando sempre meglio. Anche se ancora salto tutte le volte che vedo qualcuno che le assomiglia; anche se ancora sento le ginocchia di burro quando qualcuno mi ricorda che esiste.
Non c’è una vera conclusione; c’è la consapevolezza che tante di queste cose le sto mettendo a parole per la primissima volta, e la sensazione è meno pesante di quello che avrei creduto. Credevo che il gesto della scrittura avrebbe reso il tutto troppo concreto, ma è stupido pensarla così — dopotutto questi non sono pensieri ossessivi originati dalla mia testa; sono cose che sono già successe, che sono già concrete. Scriverle, elaborarle, è un modo come un altro di metterci un’etichetta sopra: forse, magari, così sarà più facile capire subito dove devono andare, quando dovrò mettere a posto.
E comunque i capelli li avevo sempre voluti colorati.
Non c’era bisogno di comportarsi come se l’avessi fatto per farti un dispetto.
(Il post doveva finire su facebook, ma alla fine è diventato troppo personale, lol
Non ho neanche ricontrollato se quello che ho scritto ha senso, prendetelo come sfogo fine a se stesso, se c’è ancora qualcuno da queste parti)
Altra pagina della mia autobiografia spontanea non richiesta, mentre cferco di non avere un meltdown per colpa delle cazZO DI CUFFIE di cui ho già parlato qualche tempo fa.
L'episodio che mi viene da citare oggi risale alla prima superiore. La mia brillantissima (vorrei davvero avere la possibilità di scriverlo in corsivo per convogliare il sarcasmo, ma ahimé FB non lo prevede) prof di psicologia era solita coinvolgere la classe in "giochi psicologici", che in linea di massima non erano che tentativi goffi e mal costruiti di aiutare ad esplorare noi stessi e le relazioni con gli altri. Spesso e volentieri risultavano in quelle che sembravano vere e proprie invasioni del nostro spazio vitale, con momenti che spaziavano dall'imbarazzante all'incredibilmente tragico (anche se, in quest'ultimo caso, non fu la mia classe ad essere coinvolta - ma sono dettagli).
Uno di questi 'giochi' prevedeva di scrivere su un biglietto l'opinione che si aveva di tutti gli altri compagni di classe, ovviamente in forma anonima, al fine poi di avere un quadro generale dell'opinione di ogni singolo componente del gruppo classe all'interno del gruppo classe stesso.
Qualcosa che aveva tutte le premesse per essere a dir poco catastrofico, insomma, ma che per qualche motivo si svolse senza troppi drammi (almeno, appunto, nel caso della mia classe). Fu comunque un'attività terribilmente imbarazzante, e pure dietro la promessa dell'anonimato molti di noi - tra cui me - non scrissero davvero ciò che pensavano di tutti gli altri, vuoi perché era il primo anno, vuoi perché, se scrivi qualcosa di antipatico contro l'energumeno alto sei metri e permaloso come una principessina, pensi che davvero l'anonimato potrà proteggerti?
Di conseguenza, la lettura delle varie 'confessioni' si svolse all'interno di una banalità disarmante, tra un "è una persona piacevole" e un "non lo conosco ancora abbastanza", tranne che per qualche piccolo picco di sorpresa.
E, naturalmente, uno di essi non poteva che verificarsi durante la lettura delle opinioni su di me.
"È una persona simpatica, ma appartiene ad un mondo che non è il mio".
È, tuttora, una delle cose dette sul mio conto a cui ritorno più spesso con la memoria. Era, ribadisco, il mio primo anno di scuola superiore: laddove la maggior parte di noi "tryharda" un po' per mostrarsi particolare, diverso, per costruirsi un po' un'identità o un personaggio, io personalmente dopo l'incubo™ delle medie volevo solo vivere quanto più possibile nell'anonimato, a metà tra un cambio di contesto radicale e una serie di problemi personali con cui faticavo terribilmente a combattere.
Eppure, in un modo o nell'altro, questo mi ha portato ad essere meno 'average' degli altri, collocandomi su un mondo "che non è il loro". Lì per lì non ci detti neppure tanta importanza, risi con imbarazzo, cercando di ignorare il consenso generale che mi circondava, ma nel corso degli anni quelle parole mi sono tornate in testa un sacco di altre volte.
È questa l'immagine che do al prossimo, di essere un alieno, qualcosa di incomprensibile, lontano, incompatibile?
Non c'era una ponderazione profonda dietro quelle parole, erano frutto della prima, immediata idea sul mio conto: col passare del tempo, nei vari momenti della mia vita in cui sono tornata a ripensarci, ho avuto un continuo alternarsi tra momenti in cui non ero d'accordo e molti, molti altri in cui un po' mi rendevo conto che era vero.
Che un po' un alieno lo ero, almeno in quegli anni, e che ho l'idea che questo ruolo non mi sia mai riuscito di lavarmelo via di dosso. Finisco quasi sempre per essere la macchietta, l'incognita, la persona un po' strana e un po' fessacchiotta con cui non è sempre facile avere a che fare solo perché è troppo uguale a se stessa, e lì scatta la seconda domanda.
È una cosa positiva, funzionale?
È forse questo l'interrogativo che mi assilla ancora più del giudizio di cui sopra; il fatto di essere un presunto 'alieno' mi fa sentire sempre, costantemente il tassello fuori posto, qualcosa che è lì ma che non ha le armi per trovarcisi, il pezzo del puzzle in cui l'immagine è corretta, ma l'incastro è difettoso e non combacia con gli altri. Parlavo proprio ieri di come io tenda ad affezionarmi a quei personaggi di finzione che faticano a trovare il loro posto nel mondo, che fanno fatica a capire quale sia la loro identità e quali siano le aspettative degli altri nei loro confronti: questo barcamenarsi difficoltoso, questa esplorazione continua, non riguarda solo il mio Io, il mio essere me - riguarda anche il modo in cui questo "Io" cerca di relazionarsi con il resto del mondo.
Non voglio fare la vittima, non voglio dare l'idea di qualcuno che si sente solo e incompreso. Ho una ragazza che amo, pochi amici ma buoni, relazioni familiari soddisfacenti - ma nel resto del mondo ho come l'impressione di continuare ad essere la cosa strana che viene da un'altro pianeta, immersa in una perpetua sensazione di inadeguatezza dalla quale più passa il tempo, meno mi sento in grado di uscire.
Forse avrei dovuto prendere la palla al balzo tutti quegli anni fa e cercare di raddrizzarmi quando mi era stato dato il segnale più palese che avessi mai ricevuto in tutta la mia vita.
Non è un po' tardi per certe crisi degni di un romanzo di formazione adolescenziale?
Quando arrivano ansie che non hai mai voluto, e altre storie
È passato poco più di un anno.
Poco più di un anno da quando sto male. Dal giorno che reputo il mio punto di rottura, da quando c’è un’ombra più scura del solito a permeare quasi tutti i miei pensieri.
Un anno da quando la mia visione del mondo è cambiata, e il presente e il futuro hanno iniziato a farmi paura.
Non voglio dire di aver solo sofferto, in questi mesi. No, ci sono stati tanti momenti belli, tanti momenti in cui potrei dire di aver avuto l’animo leggero, in cui le persone che mi circondavano mi facevano sentire bene. Sono momenti che porto gelosamente nel cuore, che accarezzo come ricordi preziosi, e mi ricordano quanto grande sia il bene che mi circonda — tutte cose che non potrei negare, perché se lo facessi sarei solo una persona ingrata, un essere gretto, che nel buio preferisce crogiolarcisi piuttosto che cercare di districarsene.
Ma, cielo, quanto è difficile rimanere a galla.
Perché di momenti così dolorosi e umilianti io non ne ho mai avuti. Momenti in cui il pensiero del ‘poi’ era così spaventoso da farmi piangere, momenti in cui la consapevolezza che niente sarebbe valso e che tutto prima o poi sarebbe finito mi stringeva il cuore in una morsa così forte da non farmi respirare.
Non era questo il rapporto che avevo con me, col mondo.
Di ansie ne ho sempre avute tante. Un’attitudine un po’ grigia, non proprio ottimale, io l’ho sempre avuta.
Ma non ho mai avuto un rapporto del genere col concetto di fine, con quello di morte.
Non ho mai pensato così intensamente a quando le persone che amo se ne andranno, a quanto starò male, a quando potrebbe accadere.
Non ho mai fatto così attenzione alle ‘ultime parole’ che sto rivolgendo a qualcuno.
Non ho mai pianto su un treno, in silenzio, perché quella mattina si era impiantata nella mia testa che quel giorno la morte sarebbe arrivata o per me, o per qualcuno di a me caro.
È difficile lavorare su questo nuovo essere me, perché non riesco a riconoscerlo. Cerco di migliorarmi, di convincermi che vada tutto bene e che, in fondo, sono tutte idee che posso controllare — ma questi virus mentali sono più profondi e ben innestati di quel che pensavo. Ho avuto, ahimè, ampiamente modo di confermarmelo.
E sono così forti da farmi paralizzare davanti al terrore di qualcosa senza senso, qualcosa che la mia razionalità sente come lontano, lo sa, ma che eppure è lì, che mi respira sul collo.
Moriranno, e tu non riuscirai ad andare avanti
Morirai, e tutto questo sarà stato invano
Non esattamente il più allegro dei post, ma avevo bisogno di lasciar andare questi pensieri.
I problemi sono come la carta igienica pt3 - IL ROTOLO DI CARTONE NON ESISTE
What the hell is this
Ok but parliamo di questa rivoluzionaria invenzione secondo cui al posto del rotolo di cartone nel rotolo di carta igienica ti mettono UN ALTRO PICCOLO ROTOLO.
È come dire che appena credi di essere finalmente tranquillo, in realtà c’è tutta un’altra serie di problemi che non aspetta altro spandersi nella tua vita e nella tua borsa nel momento in cui la libererai dall’involucro di carta che la trattiene.
I tanti motivi per cui la persona media mi sta brutalmente sulle palle, e qualche parola sulle belle cose
Oh mannaggia che titolo edgy.
Comunque, parliamoci chiaro: adoro il cinema.
Adoro carnalmente l’atmosfera della sala che piano piano diventa buia, dell’aria che diventa quasi solenne, mentre le immagini che scorrono sullo schermo ti avvolgono come una coperta calda. Sei lì, in quella dimensione esattamente a metà tra la vita di tutti i giorni e una finestra sul fantastico e sull’irreale, e per quell’ora e quaranta non esiste altro. Tanto quanto si tratti di una sala gremita di persone della prima del film più atteso dell’anno, oppure dell’ultima proiezione di una pellicola attesa solo da una manciata di persone, in quell’attimo non ci sei che tu, con i tuoi occhi, le tue orecchie, la tua attenzione.
… idealmente.
Non so bene cosa sia cambiato dai primi tempi in cui la mia maturità cinematografica, se tale la si può chiamare, ha iniziato a fare capolino, in quel periodo in cui il fu Vis Pathé di Campi era praticamente la mia seconda casa. Andavo al cinema spesso; non spessissimo, d’accordo, ma ogni volta che c’era qualche nuovo titolo interessante tiravo per la manica mia sorella e mi ci fiondavo. E non importava che ci fossero così tante persone da non sapere nemmeno dove appoggiare l’acqua, tutti erano in religioso, assoluto silenzio.
Tutti.
Non credo fossi io a farci meno caso o qualcosa di simile, ma non ricordo di aver mai sentito un eccessivo vociare o chiacchierare durante quello span di tempo. Certo, il commento, la risata, la persona che davanti a te si alza per andare in bagno - sono tutte cose che ci stanno, è normale, siamo persone e non manichini. Ma cazzo.
Il primo esempio più lampante lo ricordo durante la proiezione di Coriolanus, lo spettacolo teatrale con Hiddles. Non c’era molta confusione, forse perché la gente era più assorbita dai sottotitoli che dal vicino di posto - ma non era raro che qua e là sorgessero puntini di luce dei cellulari degli avventori. E dico, io, ma che te ne fai del cellulare? Ci riesci a stare un’ora e mezza senza stare a contatto con il mondo, o muori?
E il brutto è che non lo capiscono neanche quando glielo comunichi nel modo più palese possibile. Ovvero, sussurrando seducentemente ‘il cellulare’ al vicino di posto che ti sta sfondando le retine con la sua luminosità al massimo, e quasi mettendo una mano sullo schermo pur di difenderti da quelle affilate lance di luce.
Da lì, è stato tutto un rovinoso capitombolare. Per qualche motivo, più vado al cinema, più la maleducazione delle persone aumenta.
Il bambino che chiacchiera durante la visone è comprensibile, anche se tu, genitore, dovresti prenderlo da una parte e tirargli le orecchie finché non si zittisce. Ma che tu, genitore, lasci che tua figlia vada a destra e a sinistra nella fila di posti semivuota, parlando ad alta voce e pestando i piedi sulle sue dannate scarpe luminose (PERCHÉ le fai indossare delle scarpe luminose, sapendo che stai andando in un cinema?!), quello non l’accetto. E non accetto neanche di dover essere io a girarmi verso tua figlia e dirle gentilmente di tenere fermi i dannati piedi perché altrimenti quelle scarpe sarebbero finite, con tutta la proprietaria, dall’altra parte della sala (questo non l’ho detto, ma l’ho pensato intensamente).
E in generale - persone che non riescono a stare in silenzio, per cui ogni commento è meritevole di essere espresso a gran voce e per cui il posto davanti è il punto d’appoggio perfetto per i propri piedi stanchi. Persone che lasciano il telefono sul sonoro, che r i s p o n d o n o alle chiamate senza degnarsi d’uscire dalla sala, persone che in un film drammatico ridono alla parola uccello.
Seriamente? Quando ho smesso di ridere alla parola uccello, in prima media? Et tu, fanciulla adulta col tuo ragazzo adulto, nel culminare più tragico del film, ti metti a fare battutine perché viene detto uccelli? Persino quell’unico neurone che ti rimbalzava in testa si è impiccato con il suo stesso assone, cogliona.
Io pago per vedere il mio film in santa pace, e se tu vuoi scambiare quattro chiacchiere - benissimo! Ma non in una sala. Vai in piazza, vai in un bar, in un parco, dove ti pare: è gratis e non darai fastidio a nessuno. Inoltre riuscirai a vedere il tuo interlocutore negli occhi, senza nessun fastidioso film di sottofondo a disturbare i vostri discorsi! Non è meraviglioso?
Detto questo.
Per quanto tutto ciò mi dia fastidio, cerco come posso di non farmi condizionare troppo dalle teste di minchia e di godermi comunque il mio film. Stavolta è il turno di Quando c’era Marnie, e devo dire che nonostante i vicini fastidiosi l’ho trovato un film davvero bellissimo.
Nella sua immediatezza, l’ho trovato un film davvero profondo. Perché il messaggio principale, quello che vuole essere sicuro che tu recepisca, te lo lascia arrivare con agrodolce semplicità - ma sotto ci sono mille altri vicoli nascosti che quando esplorati ti lasciano davvero comprendere lo spessore di un film del genere.
Quando c’era Marnie è un film di formazione che senza paura dipinge i colori forti e decisi degli affetti che si provano durante i primi anni dell’adolescenza, non temendo di sembrare esagerato o fuori luogo. Possono essere fuochi temporanei, incentrati solo nel qui e ora di una genuina immaturità, ma non è possibile stare a sindacare sull’intensità e soprattutto sulla sincerità degli stessi. Sono anni in cui l’amore e l’amicizia si sovrappongono, formando ricordi e legami che col tempo potrebbero dissiparsi, ma che non saranno mai del tutto dimenticati.
E chi dice che le reazioni e i pensieri della protagonista siano sproporzionati rispetto alla situazione, allora sono felice per lui. Perché l’adolescenza è l’età più difficile per la formazione del proprio sé, in cui sentirsi fuori dal ‘cerchio’ - l’immagine con cui il tutto comincia - e il bisogno di un luogo, di una persona o di qualsiasi altra cosa che possa definire il proprio essere diventa fondamentale. ‘Sono brutta, antipatica e sgradevole’ — non c’è bisogno di essere orfani come Anna per aver pensato qualcosa su queste stesse linee almeno una volta nella vita, quando tutto e tutti, per quanto ci si sforzasse a non avere questa visione, sembravano ostili e poco amichevoli.
Insomma, un film davvero bello — ammetto che avrei pianto di più se accanto non ci fosse stata mia sorella, ma avevo comunque le guance tutte umide.
Anche se in alcune scene ero tipo super awk, tipo
Marnie: Ti amo, Anna.
Me: *Looks at the camera like i’m on on the office
Ma sono solo seghe mentali mie, mia sorella è una tipa a posto.
Non è lei che fa le battute sui cazzo d’uccelli.
I problemi sono come la carta igienica pt2 - ormai è rimasto solo il rotolo di cartone
Fino ad ora ho sempre avuto fortuna perché, grazie al cielo, la signora con la falce e il mantello scuro non è venuta spesso a fare capolino nella mia vita.
Toccando ferro, tutte le persone che attorno a me sono dipartite erano in un modo o nell’altro conoscevo solo di sfuggita. Nessuno per cui provassi davvero affetto, o che la cui scomparsa scatenasse in me un moto di disperazione o qualche vuoto esistenziale che spero di conoscere il più tardi possibile.
E in quest’ultima speranza rimango sempre, sebbene in questo ultimo mese il pensiero della signora Morte sia stato uno dei più pressanti in assoluto. E la cosa ‘buffa’, per così dire, è che la persona coinvolta è qualcuno con cui non ho mai nemmeno parlato.
Quand’era, ormai, un mese fa, appunto— stavo tornando a casa dopo una giornata in fiera e la prima cosa che vedo poco lontano da casa è un gruppo di poliziotti che fa domande ad un gruppo di persone.
E mentre penso che non ci sia niente di strano, che magari sia successo un qualche incidente, o che abbiano le mani su qualche spacciatore, la situazione si rivela presto per quello che è.
Arriva altra polizia, i pompieri, la zona si riempie di persone. L’area verde che vedo a pochissimi metri da casa mia è perimetrata, e dalla terrazza gli eventi scorrono come potrebbero scorrere davanti a un qualsiasi film poliziesco. Ma, per quanto ciò che sto per dire sia terribilmente cliché, è tutto vero - così vero che il gelo che è caduto quella sera sembrava più pungente e ingrato del solito.
Non conoscevo la donna che è stata trovata in quel fossato, dentro un sacchetto della spazzatura. Sapevo solo che era sparita da qualche mese, ma non avevo mai indagato sulla questione - eppure la mattina dopo quasi non riuscivo a percorrere la strada che va parallela a quel fossato, e vedere ancora il palo lasciato dalla scientifica per indicare il luogo di ritrovamento mi metteva i brividi.
Può essere ipocrita, forse, ma credo che in un certo senso sia stato quell’avvenimento il punto di rottura di una situazione che già era terribilmente precaria. E mentre io alle vicende che si sono susseguite a pochi metri da dove vivo volevo stare alla larga, un mondo di giornalisti, curiosi e quant’altro mi ha ricordato per giorni e giorni quanto certe cose succedono, sempre, comunque, e a volte anche a pochi appartamenti di distanza dal proprio.
E per quanto credevo di poter sopportare un pensiero del genere, ho presto capito che forse ancora non ne sono in grado. E non è stato un colpo facile da incassare, lasciando da parte tutte le eventuali accuse di ipocrisia.
Ormai lo si sa, il mio sogno è quello di intraprendere la strada della criminologia - di entrare in un ambiente, dunque, dove cose del genere sono all’ordine del giorno. E mi domando, alla luce di tutto l’accaduto - posso davvero tollerare una cosa del genere?
Studiare criminologia è il mio chiodo fisso da anni, e non avevo mai avuto dubbi di questo genere prima d’ora. La terra mi si è sgretolata da sotto i piedi, e sono ancora qua che brancolo nell’incertezza mentre cerco di non sprofondare nelle crepe su cui rischiano di inciampare i miei passi. E da lì, ogni giorno è stato sempre peggio.
Dopo che le mie fondamenta hanno iniziato a traballare, è come se avessi iniziato a dissociarmi sempre di più dalla realtà che mi circonda. O meglio - ho capito quanto, in realtà, io non sia capace di stare in mezzo alle persone, quanto io la gente non la capisca. Mi trovo davanti a ciò che per tutti è stupido ed elementare senza sapere cosa fare, spesso e volentieri lasciando trasparire un’immagine di me totalmente diversa da quella che sono.
Sono tutte cose che forse potrei evitare accendo quel poco più di attenzione che mi manca, ma umanamente non ci riesco. I miei pensieri, la mia cognizione del presente e del reale, del ‘qui’ e dell’’ora’, sono laddove io non riesco a raggiungerli nemmeno sforzandomici. Ed è una situazione pessima, perché è come se vedessi tutti i miei errori dall’esterno, incapace di risolverli e lasciandomi da essi appesantire le spalle e la mente di inutili sensi di colpa che bruciano come piccoli taglietti — più sono, più diventano insopportabili.
E più insopportabile diventa l’idea che ho di me, insopportabile diventa l’idea di dover sopportare l’umiliazione che IO mi arreco. E via via fluiscono altri pensieri sempre peggiori, più pressante diventa quello della morte, mentre la consapevolezza che tutto ciò che amo presto o tardi avrà inevitabilmente una fine mi assilla ogni notte prima che il sonno mi distragga per qualche ora da un treno di idee buie e asfissianti che non riesco più a fermare. E naturalmente, naturalmente, quando credo di averlo ALMENO fatto rallentare, arriva la goccia che fa traboccare il vaso.
Perché di tutte le persone che potevo incontrare, naturalmente, proprio Quella doveva provare a fare capolino nella mia vita. E se ci penso ancora il mio stomaco si contorce, e sento la paura, forte, scuotermi dal profondo delle mie interiora. Non so cosa sperasse di ottenere da un tentativo di contatto, a prescindere dalla bontà o meno delle sue intenzioni, personalmente— è qualcosa che non posso, e non voglio, affrontare.
Voglio solo che mi rimanga tutto alle spalle, soprattutto adesso, soprattutto ora che andare avanti si sta facendo più difficoltoso che mai.
Sono così poche le cose che mi tengono in piedi. C’è l’amore, innegabile, sempiterno, per quello che studio. Ci sono i piccoli traguardi che cerco di fissarmi, i piccoli avvenimenti a cui so di non poter mancare.
L’esame di domani, il ramen sabato, il compleanno settimana prossima. E poi la sessione, l’estate, Rimini comics, l’expo — e poi riuscirò ad andare a Milano prima di settembre, spero, e vedere Adel, e stringerla, e stare con lei anche solo per un po’.
Ma la tentazione di lasciar perdere tutto è tanta, spesso così pressante da fare male.
E sebbene io sappia benissimo di non voler fare niente di estremo, il desiderio di addormentarsi e di svegliarsi solo quando tutto questo male sarà andato via da solo è quasi più forte di quello che tutto si risolva nel modo più positivo.
Sbaglio o sto usando questo blog meno di quanto avrei inizialmente voluto?
Ops.
Anyway, è da un po’ che non scrivo qualcosa da queste parti. E ad essere sinceri non saprei neanche da che parte cominciare, alla fine questo non è un blog di resoconti casuali della mia vita - anche se finalmente ho superato il dannato esame che mi respirava sul collo da un anno (con un voto impietoso), permettendomi così di gettarmi sugli esami del secondo anno. Yay! Mi tiro autopacche sulla spalla.
Parlando di uni, da domani ricomincia la routine e in questo semestre in modo più violento che mai, tant’è che se guardate bene potete già vedere la mia sanità mentale che va a farsi friggere. Ma va bene, in fondo questa università mi sta dando un sacco di soddisfazioni, poi sto avendo coraggio di passare i miei articoletti di awareness per quanto riguarda la comunità LGBTQIA+ (anche se non mi funziona bene il tasto I e ho realizzato di aver scritto LGBTQA+ solo una volta mandato l’articolo) al giornaletto della sede e, per finire, quest’allegra reclusione forzata mi permetterà di stare alla larga da tutta quell’umanità che a volte vorrei solo prendere a badilate sul muso.
Ora, sarà che i social sono una benedizione, ma tante volte mi domando se non sia meglio NON conoscere gli aspetti che certe persone mostrano su questi siti. E sì che anche io, soprattutto su tumblr, mostro gli angoli di me che nessuno deve venire a sapere, ma ora come ora ce l’ho con quel recinto di frustrazione che è Facebook.
… sto davvero facendo un post relativo a Facebook? Oh santo cielo.
Ad ogni modo, il problema di FB è che, soprattutto se hai un piccolo seguito di fedelissimi, hai il potere di dare fiato alle trombe quanto ti pare. E più i suddetti fedelissimi appoggiano le tue parole, più ti senti in diritto di continuare ad essere così trasgressivo, lamentoso, edgy e 2kool4skool.
E alt, lo so che mi sto contraddicendo con il fatto di star scrivendo un post in cui mi lamento della gente che si lamenta, ma è ormai qualcosa che mi frulla in testa da parecchio.
E con ‘lamentino’ non parlo tanto della gente che si autocommisera di continuo, anche se pure con loro ho un rapporto estremamente conflittuale di cui però non starò a parlare in questa sede, quanto più di quelli che credendosi importanti se ne vanno lamentandosene di ciò che li circonda. Qualche esempio:
“Odio le coppie che a San Valentino postano continuamente le loro foto e ostentano il loro amore. Se ci si ama davvero non c’è bisogno di mostrarlo al mondo ogni cinque secondi; e poi come minimo si lasciano tutti entro due settimane.”
1. Il fatto che tu viva l’amore (se ne hai, in quel cuore arido) diversamente dagli altri non significa che il tuo modo sia quello perfetto, assoluto e innegabile.
2. Che ne sai? Magari staranno insieme finché campano.
3. Esattamente, a te che fastidio dà vedere gente che si ama? Perché sei così avverso all’amore? Cosa sei, l’antagonista di un anime majokko?
“Che palle, tutti a farsi selfie di continuo, ma siete così bisognosi d’attenzioni?”
1. Sì, se c’è qualcuno disposto a darmele, perché no.
2. Oppure no, voglio solo mostrare quanto stamane mi sento apprezzabile.
3. Passa oltre! In fondo si tratta solo di persone che si apprezzano, cosa c’è di male?
“Che palle la gente che si lamenta di 50 sfumature! Ognuno può farsi piacere quello che vuole, come se fossimo tutti santi!”
1. Non sto negando che ognuno possa fare quel che diavolo vuole in camera da letto, il problema è quando un qualcosa che denigra e calpesta la dignità di una donna viene spacciato come relazione desiderabile
2. … ma poi dai, credi davvero che si lamentino del BDSM in un film?
3. E comunque è una serie di merda con tematiche trattate malissimo, mi lamento quanto voglio.
“Tutti a parlare di ‘sto cazzo di vestito, ci sono cose più gravi!”
1. Non è che farmi domande su un fenomeno fondamentalmente interessante mi precluda l’attenzione nei confronti di qualsiasi altra cosa, hm
2. Magari mi è morto il cane e vedere gente che parla di vestiti e non di stragi mi aiuta anche a distrarmi.
3. E poi sappiamo tutti che anche le persone che dicono così si sono sforzate di vedere un colore o l’altro.
Insomma, tutte cose che si potrebbero riassumere con un “Nessuno ti obbliga a stare su facebook se quel che vedi non ti piace!”, discorso che, appunto, potrebbe benissimo applicarsi pure a me; motivo per cui ringrazio che ricomincino i corsi così almeno non avrò neanche da lontano la tentazione di accedere per un momento a quel maledetto social network visto che la rete all’uni fa tipo troppo schifo.
Però visto che questo è il mio blog, il mio post e il mio momento, mi permetto anche di continuare con questa spurga di veleno.
Ho citato anche le persone eccessivamente ‘edgy’, quelle trpp fiche, quelle che possono permettersi di dire tutto, tanto avranno comunque la loro schiera di supporter nonostante ciò che dicano sia inutilmente rude, venefico o irrispettoso. Non so, sarà che a me non è mai riuscito di essere una persona indelicata perché per qualsiasi cosa mi sento in colpa, ma boh, è davvero così tanto necessario rovinare continuamente la festa a tutti per il gusto di sentirsi un po’ superiori rispetto alla massa di ~poveri plebei~, magari pure insultando e chiamando in causa persone che poverine, non c’entrano niente, e non hanno mai fatto nulla di male? Sia chiaro che so che la maggior parte delle volte sono persone che non credono nemmeno più di tanto a quello che dicono, o meglio, forse nemmeno ne percepiscono la gravità, ma questo non rende la cosa più simpatica o meno crudele, certe volte. Ma il fegato ad un certo punto non diventa viola, con tutto questo spirito di contraddizione?
Ecco perché mi fa male stare su FB, diavolo.
Dopo questa accurata rappresentazione del mio stato d’animo, meglio se chiudo la valvola e trattengo il rant per altre occasioni. Magari quando parlerò di coloro che targano il proprio odio, che parlano della loro ship denigrandone altre e di tanti altri Argomenti Importanti — ma che tratterò con moderazione, perché non voglio fare il loro stesso gioco.
Infatti adesso cambierò del tutto discorso, e parlerò di alcuni dei sogni che mi sono rimasti impressi in queste ultime settimane. Ad esempio, quando ho sognato del piccolo colibrì che era entrato in casa, che adoravo alla follia e che ritrovavo morto, e di cui nessuno mi volva dire la fine liquidandomi con un ‘eh, tanto succede’ alimentando il terrore che l’avessi ucciso io; oppure di quando ho sognato una sorta di apocalisse in cui B e d m a n g i g a n t e uccideva tutti - decidendo di risparmiare me, però, non appena gli ho promesso che avrei fatto beneficenza.
Oppure l’ansia del sogno di stanotte, in cui mi perdevo a caso il giovedì del Lucca Comics e cercavo disperatamente qualcuno che mi accompagnasse il Venerdì prima che si facesse troppo tardi.
La mia personale dimensione onirica è qualcosa di spettacolare.
Sarebbe potuto essere un post positivo (ma non lo sarà)
Avevo in mente un altro post da fare per inaugurare questo 2015. Magari qualcosa di carino e cheesy, tipo una lista di allegri buoni propositi, ma ahimè, per adesso mi riconfermo come discutibile essere umano.
So di non star dicendo una stronzata quando dico che giunti all’anno nuovo si vorrebbe far tutto meno che lasciarsi influenzare dal marciume degli anni passati. Scrollarsi di dosso un po’ di zavorre aiuta a focalizzarsi sugli obiettivi futuri, tuttavia ci sono certi pesi così insistenti che anche a poco più di 48 ore dall’inizio dell’anno ti balzano pesantemente addosso e ti fanno capire quanto tu sia vulnerabilmente miserabile.
Ci sono tante cose orribili dell’essere stati, in passato, la vittima in una relazione emotivamente abusiva. A parte il rendersene conto sempre troppo tardi e l’autobiasimarsi che a braccetto con la rabbia si perpetua nel tempo, la cosa peggiore è una.
Le ferite che rimangono, e il terrore che quelle rimarginate possano riaprirsi. Sono ancora lì, e ogni volta che sento che qualcosa possa cercare di attaccarmi ANCHE SOLO ALLA LONTANA mi chiudo violentemente a riccio. È questo, legato alla mia permalosità di fondo su determinati soggetti, rende il tutto sempre 101% volte ben peggiore di quanto non dovrebbe essere.
È… desolante.
Perché tutti mi hanno sempre detto che il tempo avrebbe fatto la sua parte e le mie ammaccature sarebbero tornate a posto… e ok, in parte avevano ragione. Ho superato tante cose lasciandomele alle spalle, non posso non darmi credito per questo, ma ci sono altre cose che a quanto pare ancora frizzano e sanguinano.
E non riesco a smettermi di chiedere, quando finirà? Ogni volta che credo di aver superato ormai tutto, arriva qualcosa, anche la minima frase, gesto, intenzione, che mi fa capire che il mio corpo è avanti, ma le mie radici sono ancora indietro, innestate in un terreno velenifero che chissà quando finirà per bonificarsi.
Quello, o chissà quanto ci metterò io a sollevarmi dalla terra ingrata e crescere, una buona volta, smettendo di soffrire per del male che mi è stato fatto lentamente e lungamente come la più insidiosa è crudele delle torture, ma ormai anni fa.
Quindi qual è la mia prima risoluzione del 2015?
Cambiare, cambiare in meglio. Guarire dalle vecchie ferite, e laddove esse non si rimarginino, medicarle con attenzione e limitare la loro influenza.
O non potrò mai essere in pace.
Perché davvero, avrei tanto voluto che il terzo post di questo blog non fosse già un autocommiseratorio lamentarsi di cose a caso, ma in fondo non credo, almeno su questo suolo, di dover rendere di conto a qualcuno su ciò che scrivo e cosa no.
E in un momento in cui dire che sono a pezzi è dire poco, in cui non mi sento neppure lontanamente in grado di lottare per dei sogni che tanto sicuramente non raggiungerò mai, naturalmente, anche il mio cervello decide di giocare la sua parte. Che si diverta pure, quell’organo costituito da due emisferi collegati da un corpo calloso, a breve tanto non avrà più segreti per me (come se avessi qualche speranza di passare davvero l’esame di neuroscienze insomma, haha).
Il punto è che stavo per coricarmi, mente e fisico completamente a pezzi, ed ecco che sbem- arriva quella spruzzata di pepe sugli occhi che contribuisce a rendere il pre-sonno più irritante che mai.
“Ma ti ricordi cosa usava fare Quella Persona tutte le volte che conoscevate qualcuno?”
Per la cronaca, ho citato Quella Persona anche nel post precedente. Tra le varie cose che faceva ce n’era una in particolare che mi faceva imbestialire. E non importava che dicessi di piantarla - ogni volta era sempre la stessa, irritante storia.
Sebbene magari almeno nei confini della rete non è un segreto che io scriva cose talvolta nsfw, non è esattamente qualcosa che vorrei scritto nel mio biglietto da visita. Vi immaginate?
“Chiamate questo numero se avete bisogno di una consulenza psicologica o se avete bisogno di un po’ di porno da tre soldi.”
Credo che non ci sia molto da contestare- è imbarazzante. E se è possibile, è ancora più imbarazzante presentarsi a qualcuno e sentire una voce diversa dalla propria esclamare, giuliva, “… e poi scrive storie erotiche!”
Giuro, succedeva ogni maledetta volta. La cosa veniva sparata così, per aria, e io potevo solo ridere e guardare da un’altra parte pur di non vedere l’espressione sulla faccia dell’interlocutore.
Era come se l’unica cosa a cui io potessi ridurmi era quella. Ne avrebbe potute dite di cose - tipo che studio psicologia, che ho due gatti, che la mia voce è stonatissima- qualsiasi cosa, diamine.
E a posteriori mi viene da pensare che di ingenuità, in quel modo di fare, ce ne fosse ben poca. Forse lo faceva apposta per rendermi poco desiderabile agli alti, chissà? Ma forse sto elucubrando troppo, e forse dovrei dormire.
Anche se ora come mai il domani li fa paura- anzi, mi disgusta. Vedo stilati i piani del mio studio e tutto quello a cui penso è che un’organizzazione del genere non mi servirà a niente; di nuovo rimarrò con i piedi in quelle dannate trappole e più cercherò di alzarmi e procedere più mi farò male.
Sono quei brutti momenti in cui vorrei dormire e no svegliarmi, lasciare che tutto mi passi accanto senza che io debba parteciparvi, senza sentire la delusione, la sensazione di essere una nullità che so bene quando si amplificherà da qui a breve e che temo, temo davvero infinitamente.
Vorrei solo lavarmene le mani, o almeno essere in pace, ma più vado avanti e cerco di stringere i denti più mi sembra di camminare verso il buio.
Che genere di persona sei? - Tentativo di introspezione di qualcuno che di sé non sa neppure la taglia dei pantaloni.
Il mio primissimo incontro con la definizione di 'genere' è avvenuta in tempi relativamente recenti, ma la verità è che si tratta di un concetto sul quale ho iniziato a rimuginare in modo piuttosto precoce.
Sorprendentemente precoce, in realtà: ero un fagotto avvolto nel suo grembiulino a quadretti rosa, più o meno nel pieno del suo ultimo anno di scuola materna. A cecce sul seggiolino posteriore della macchina di mamma e con la testolina appoggiata sul finestrino freddissimo e imperlato di goccioline di pioggia, una domanda cruciale iniziò a frullarmi per la testa.
"Ma non sarebbe tutto più facile se fossi un bambino e non una bambina?"
Allora ero già un piccolo conglomerato di paure. Nello specifico, delle vespe e di quella parte del film di Mr. Bean in cui il quadro gli si scioglie. La mia cieca convinzione era che i bambini fossero notevolemente più coraggiosi di quanto io potessi mai credere di esserlo e, di conseguenza, se il mio grembiulino fosse stato blu invece che rosa forse avrei potuto risparmiarmi tante, tante ansie.
Ma poi pensavo che in fondo giocare con le bambole mi piaceva, e che le macchinine non mi avevano mai detto niente di particolare: il mio conflitto inferiore finiva lì, appena prima di mettermi la cartellina sulle spalle e immergermi in quella piccola folla di nette distinzioni azzurre e rosa.
Tuttavia, in effetti, dubito di essere mai stata una bimba particolarmente conforme al mio 'ruolo'.
Erano i primi mesi della prima elementare, la nostra base segreta era la filal di alberi in fondo al cortile, lì dove l'ultima panchina di pietra si nascondeva sotto le aiuole. L'obiettivo? Quello di distruggere le 'femmine'.
Adoravo far parte di quel principio di associazione a delinquere - anche se poi, di fatto, in classe andavamo tutti d'accordo. Era un gruppo assolutamente chiusissimo e riservato solo ai maschietti, ma l'Andrea - l'Andrea andava bene, era la spia nel territorio nemico.
Che poi, a posteriori mi chiedo come mai. Sarà stato per il nome? In effetti, non c'erano tante altre bambine oltre me con quel nome così strano, e forse la concezione che gli altri avevano di me era più simile a quella che avevano di un bambino piuttosto che di una femminuccia. E sarebbe anche stato plausibile - più di una volta ho dovuto specificare cosa fossi davanti a certi coetanei.
"Ah, ma pensavo fossi un maschio!"
"Eh, no." Credo.
Pensandoci, in quegli anni detestavo quelle sei lettere proprio per questo motivo, sebbene in realtà indugiassi in giochi tipicamente 'maschili' più o meno equamente a quelli femminili. Magari adoravo Doremi, è vero, e continuavano a farmi schifo le macchinine, ma avevo una collezione di beyblade da far invidia a quei tre maschi che erano rimasti in classe con noi. Ed erano quegli stessi maschi gli unici con cui potevo parlare di Pokémon e Digimon, perché a quanto pare nessuna delle mie amichette era interessata a queste cose.
Nome a parte, mi reputavo abbastanza felice così. Attingevo un po' da entrambe le parti, con l'incoraggiamento di mamma a scegliere sempre di giocare con ciò che preferissi piuttosto che con ciò che gli altri, o meglio le altre, avevano.
Anche se credo che questo atteggiamento 'a metà', in un certo senso, sia stato ciò che mi abbia rovinato una volta messo piede nelle scuole medie.
Per quegli anni mi è stato praticammente impossibile assumere una 'forma'. Ero ancora nel pienno di questa beata incertezza, nel pieno disinteresse nei confronti di un ruolo 'femminile' convenzionale che avrei, stando al gruppo dei pari, dovuto assumere.
Eppure non ne avevo nessunissima voglia.
Forse proprio più gli altri si aspettavano che io mi decidessi ad essere conforme al mio sesso, attaccandomi infinite volte per il mio non essere ironicamente né carne né pesce (ironicamente perché indovinate indovinate il mio cognome), più io da questa 'femminilità' mi allontanavo.
Non solo da quella - ho negato la mia identità per una quantità inimmaginabile di tempo. E con 'identità' intendo tutto quello che si può intendere con questo termine - io non ero niente. Ero una persona, forse, convinta di essere assolutamente indesiderabile e priva di un vero e proprio 'posto nel mondo'.
Però, iniziai lentamente a realizzare che forse essere 'niente' non era necessariamente un male, una mancanza.
In questo periodo, nei primi due anni delle scuole superiori, iniziai a scoprire concetti come quelli di 'genere', di 'ruolo', di 'stereotipo' - e per quanto l'impronta dell'insegnamento che ebbi relativamente a questi termini fosse ancora inquadrata nei limiti dell'essere O maschio O femmina, mi bastò questa infarinatura generale per iniziare a maturare una delle idee che nonostante gli anni ancora permane nella mia testa.
Ergo, che il binarismo assoluto di genere è complessivamente una stronzata.
Tuttavia, questo pensiero era ancora lontano dal maturare del tutto, e la mia identità rimase in sospeso per molto, molto tempo.
In quel periodo, infatti, continuavo ad essere una persona complessivamente debole. Non ero indipendente - avevo bisogno qualcuno a cui associarmi per poter di essere 'qualcuno' o 'qualcosa', perché per quanto la mia idea sull'identità stesse cambiando, non mi sentivo ancora abbastanza forte da ammettere determinate conclusioni.
Il mio punto di riferimento, in quel periodo, era una persona a cui allora tenevo molto. Mi era stata vicina come una sorella, supportanmdomi e standomi accanto, in modo sano e costruttivo almeno finché tutt'e due non avevamo alcun tipo di bisogno di esternare cosa sentissimo di essere.
Le cose iniziarono a cambiare quando, però, quella persona iniziò, e non gliene faccio certo una colpa, a cercare di essere sempre più conforme al suo genere percepito e al ruolo, mentre io rimanevo nell'incertezza.
O almeno, ci rimasi fino a che non si accorse dei miei dubbi, del mio barccollare da una parte e dall'altra.
"Insomma, se io sono la femmina, tu devi essere il maschio, no?"
Mi fidai.
Pendevo dalle sue labbra, era ovvio che mi fidai - di conseguenza, diventai 'il maschio'. O almeno, lo ero solo nelle sue vicinanze - non mi dispiaceva essere il ragazzo, al contrario. Vestire panni, sia letterali che figurativi, maschili, spesso e volentieri mi dava benessere e conforto, anche perché le persone continavano -sebbene meno spesso- a credere che non fossi una ragazza, ma molte altre volte mi faceva sentire a disagio.
Dovevo davvero per forza essere sempre il maschio? Non potevo essere io la femmina, qualche volta?
Chiaramente, la risposta era no. Non me l'ha mai detto chiaramente, ma molti dei miei sforzi di far uscire anche quella femminlità che a voltre avrei voluto sfoggiare erano smorzati sul nascere - e a poco a poco mi convinsi che essere femmina non avrebbe mai fatto per me.
Quindi cos'ero, in quel periodo? Ogni tanto ero un maschio, e tutte le altre volte ero un dubbio.
Non ero felice, non lo ero per niente. Anche perché, in mezzo a questo complessivo disagio, sapevo di essere sempre più vicino alla verità sul mio essere ma, pur di non deludere chi aveva aspettative su di me, non ero in grado di esprimere ciò che sentivo. E la cosa peggiore è che non era solo una mia paturnia.
"Io non penso di sentirmi né maschio né femmina."
"Come sarebbe a dire? Scusa, se non ti senti femmina, operati."
"No, ecco, è più complicato, io non mi sento neanche completamente maschio, appunto. Mi piace scambiarmi tra le due cose, ma credo di non essere neanche nessuna delle due."
"Mah. O sei l'una o sei l'altra cosa, non puoi stare a metà."
Prima e ultima volta che ho parlato con quella persona di questo argomento. Come previsto, non mi era concesso esprimermi, e di diretta conseguenza iniziai a sfogarmi su tutto ciò che non era 'reale'.
È una cosa che si può riscontrare nelle mie creazioni e nei personaggi irreali a cui mi affezionavo: tutti individui contesi in qualche tipo di conflitto con la propria identità, incerti sul cosa siano e sul cosa dovrebbero essere.
Alla fine, grazie al supporto di altri, ho allontanato quella persona dalla mia vita e l'importanza del suo parere è diventata molto relativa.
Ho rispolverato tutte quelle idee che avevo messo in stand-by, comprendendo ancora che l'incertezza, no, la fluidità, l'essere tutto, qualcosa o niente, non è un male. Ho scoperto che nel mondo ci sono altre persone che sentono quello che sento io, ho scoperto di non essere una persona 'rotta' - ho realizzato di non dover rendere di conto a nessuno per ciò che voglio essere, niente mi deve fermare dall'esprimere la mia identità o quella che per ora riconosco come tale.
Anche se i danni delle sue imposizioni, talvolta, ancora si fanno sentire. Ci sono quei momenti in cui tutto questo mi sembra solo una stupidaggine, un capriccio, un'inutile voglia di anticonformismo per sfuggire a dei binari che hanno condotto la vita di qualsiasi specie vitale per secoli e secoli. Sono i momenti in cui mi basta la minima cosa per convincermi di starci 'credendo troppo', soprattutto per quanto riguarda il mio modo di esprimermi. Non è facile, ma cerco sempre di eliminare qualsiasi riferimento di genere quando parlo della mia persona, anche a costo di suonare fastidiosamente ridondante - ma nella vita reale è anche troppo facile scivolare nei termini in cui gli altri si sono riferiti a me da tutta una vita, e inizio a chiedermi se valga davvero la pena forzare una lingua che non riconosce il bisogno di una neutralità che funga da campo libero al posto di tutte le omissioni, asterischi e chioccioline a cui altri ma non io preferiscono ricorrere.
Tutte le volte che mi succede, però, cerco di ricordarmi le parole che mi disse una volta la mia ex-terapeuta.
"Non penso di poter essere né definitivamente maschio né femmina. Cosa devo fare?"
"Perché devi essere per forza maschio o femmina? Perché non puoi essere Andrea?"
Più facile a dirsi che a farsi, specie quando nemmeno Andrea sa chi diavolo sia.
Ma forse il punto è proprio questo - Andrea può essere tutto quello che sente. Ed è ciò che ho intenzione di fare, assecondando la mia voglia di mettere l'eyeliner ma anche quella di fasciarmi e alterare per un po' le mie fattezze, quella di mettermi la gonna ma anche quella di pretendere i capelli corti, cortissimi. Ma anche quella di concedermi una pausa, e di non rispecchiare gli stereotipi di genere di nessuno.
Magari è solo una fase, chi lo sa? Magari prima o poi deciderò da che parte stare, capirò che è più comodo vivere in un modo piuttosto che in un altro, ma per adesso non credo di essere nella condizione e nella volontà di poter decidere.
Specie quando ancora non capisco neanche le cose più basilari, tipo se i miei jeans debbano essere una 50 da uomo o una 46 da donna.
Necessaria postilla:
Sia chiaro che quando sopra uso 'niente', non significa che io consideri nullità tutti coloro che alla domanda 'sei un maschio o una femmina?' rispondano 'no'.
È solo il mio modo un po' rozzo di esprimermi: siete, siamo, nient'altro che persone.
Ordunque, salve a tutti.
Era più o meno dai lontani tempi di Splinder e Iobloggo che non decidevo di fare un blog personale in cui chiacchierare di cose che non interessano a nessuno, ma alla fine eccomi qua.
Era da parecchio che l'idea di fare un sideblog utilizzando questo sporco sporco social network come piattaforma di blogging vero e proprio piuttosto che di ~reblogging~ e basta mi frullava in testa, e così eccomi qua - dopo aver sistemato la grafica alla bell'e meglio - a cominciare questa avventura che chissà se mi porterà davvero da qualche parte.
Non sto a prolungare più di tanto le presentazioni - sono Rea, 19+1, di Firenze; studio psicologia nella speranza prima o poi di intraprendere la strada della criminologia, ma nel mentre inciampo anche troppo spesso nella procrastinazione.
Avendo già usato il mio nickname ~fico~ per il profilo principale, atypicalantinomy, ho dovuto inventarmi qualcosa di diverso per quest'altro blog. E siccome ultimamente il mio tormentone è One Night Star, la canzone che potete ascoltare qua accanto, ho maledetto profondamente chiunque avesse l'url onenightstar e non lo stesse usando e ho finito per accaparrarmi questo qui. Il protagonista del tema è Hibari Kyoya di Katekyo Hitman Reborn, che non è il mio personaggio preferito ma credo dia al tutto l'atmosfera (paradossalmente) calma e tranquilla che desideravo creare da queste parti.
Che poi, probabilmente di 'calmo e tranquillo' da qui in poi ci sarà ben poco. Come già accennato, questo blog sarà più che altro la mia principale valvola di sfogo per questioni di varia natura che attanagliano le mie giornate. Non pretendo che chi legga sia d'accordo con quel che dico, e nemmeno che condivida, o che faccia diventare questo posto very tumblrfamous: alla fine voglio solo potermi esprimere come voglio, raccontare quello che mi pare e mettere in ordine i miei pensieri una volta ogni tanto.
Certo, non garantisco che gli aggiornamenti saranno frequenti. Al contrario, probabilmente mi dimenticherò spesso dell'esistenza di questa piccola oasi di salvezza.
Ma per adesso la lascio qui, così mi risparmio la fatica di farla poi.
E nel caso vogliate seguirmi, siete i benvenuti.