Un nostro caro lettore ci ha segnalato un articolo di giornale incentrato sulla vita e le opere di Georges Méliès, pubblicato nel 1947 sul bisettimanale “La Cittadella” di Bergamo.
Inutile parlare del gusto provato nel digitalizzare la copia cartacea per renderla disponibile ai più.
E' con un doveroso grazie a Saverio che qui di seguito vi riportiamo quanto scritto da Corrado Terzi, direttore capo del giornale.
Tutti coloro che hanno avvicinato il cinema ricordano questo nome.
Ma nessuno che voglia avere un'idea chiara della storia di quest'arte; nessuno che intenda ricercarne e capirne le origini, ricercare e capire i primi e più puri aspetti, le più antiche e genuine immagini del cinema, può esimersi dallo studiare a fondo il lavoro, il carattere, la vita di Georges Méliès.
In effetti, era quasi impossibile, fino a ieri, operare proficuamente in questo senso, raramente essendosi interessati gli studiosi di avvicinare questo nome per capirne l'importanza: se togliamo un numero della «Revue du Cinéma» apparso nel 1929, a Méliès dedicato, e le memorie dello stesso pubblicate su «Cinema» nel 1937, poco o nulla esisteva.
La lacuna era grave, e di quello stato di cose ce ne rendiamo conto ora che Maurice Bessy e Lo Duca hanno raccolto con infinita cura, in un magnifico volume, tutto quanto è ancora possibile trovare, di fotografie, documenti, bozzetti, disegni, scritti, riguardante Méliès(1).
La preziosa documentazione di Bessy e Lo Duca conferma e stabilisce questo: Méliès non fu solo un pioniere del cinema, bensì lo scopritore dell'arte cinematografica.
Se collaborò a sviluppare la tecnica del mezzo, ciò avvenne solo di riflesso, come conseguenza: Méliès fu il primo “artista”.
Non scoprì qualcosa del cinema, non ne capì o stabilì alcune leggi: Méliès inventò tutto il cinema. Ne inventò lo spirito, la bellezza, le infinite possibilità espressive e ne usò in tal senso.
Fu Méliès a capire il significato dell'invenzione dei fratelli Lumière.
Essendosi offerto di acquistarla, nel 1895, ad un prezzo allora favoloso, si ebbe da Antonio Lumière un rifiuto in merito alla cessione del brevetto. Non già perché questi intendesse sfruttare da solo il ritrovato tecnico (il cinema non era, in quell'anno, altro che un ritrovato tecnico) ma perché era convinto, in coscienza, di far cosa disonesta vendendo un'invenzione che non dava alcuna speranza di prolungati guadagni.
Così Méliès si sentì dare questa “storica” risposta:
“Giovanotto, ringraziatemi. Questa invenzione non è in vendita, ma per voi sarebbe la rovina. Può essere sfruttata per qualche tempo come curiosità scientifica: oltre a ciò non ha alcun avvenire commerciale.”
Ma Méliès, per fortuna nostra e del cinema, riuscì ugualmente, in seguito, a servirsene.
Erede continuatore dell'arte di Robert Houdin, uno dei più celebri prestigiatori del secolo scorso, Méliès era ricco di una vivacissima fantasia inventiva e , inizialmente, aveva visto nella macchina dei Lumière la possibilità di perfezionare il suo mestiere.
Ma ben presto, dai giuochi di prestigio cinematografici (che si risolsero in una copiosa invenzione di “trucchi”) passò alla costruzione di narrazioni filmiche vere e proprie.
Dai primi filmetti di pochi metri giunse, nel 1902, a «Le Voyage dans la Lune», colorato, lungo 280 metri – in un'epoca in cui la lunghezza massima era di 20 o 30!
In proiezione «Le Voyage dans la Lune» si svolgeva senza alcuna didascalia ed era compreso perfettamente in ogni paese.
Fu il primo film internazionale per eccellenza.
Vennero poi, tra i più famosi, «New York – Paris en automobile», «Le Voyage à travers l'Impossible», «20.000 lieues sous les Mers», «Les Quat'cents Farces du Diable» ed altri, moltissimi altri.
L'attività di Méliès ridotta in cifre ha del fantastico.
Dal 1895 al 1910 egli realizzò circa 4000 film, di cui molti di 700 metri e colorati. Una media dunque, di 265 all'anno: se si ammette che Méliès riposasse almeno alla domenica e in qualche altra festività, significa qualcosa come un film al giorno!
L'intuito anticipatore di questo straordinario “regista” non si fermò alla fabbricazione di film. Méliès fondò la prima Casa di Produzione, la “Star-Film”, e fu Méliès il primo a costruire un vero e proprio teatro di posa, secondo leggi che ancor oggi vengono adottate.
Né si limitò alla creazione di soggetti fantastici, attraverso i quali per lo più è conosciuto: inventò il grottesco, il poliziesco, il film comico e in costume, fece i primi tentativi di cinema verista, drammatico, ecc.
Venne poi, per Méliès, il tramonto.
Fu un tramonto impostogli dalla disonestà della concorrenza, dai pochi scrupoli dei noleggiatori che, controtipando i suoi film e distribuendo le copie così ottenute in proprio, gli sottraevano ogni fonte di guadagno.
Per molti anni Méliès fu dimenticato. Morì nove anni fa, il 21 gennaio 1938, a Orly, all'età di 77 anni, dopo aver vissuto a lungo di vita stenta, indegna del suo valore, dei suoi meriti, in un negozietto di giocattoli davanti alla stazione di Montparnasse, a Parigi.
Di quattromila film, ne restano oggi appena un centinaio. Dov'è il mecenate che controtiperà questi cimeli per distribuirli alle cineteche del mondo?
E' vero che la gloria di Méliès resterà anche a dispetto della labilità delle sue opere, così come rimase la gloria di Zeusi, più resistente al tempo delle sue pitture, ma dobbiamo proprio ammettere che l'uomo non sia oggi migliore di duemila anni fa? Dobbiamo pensare che la distrazione dei contemporanei non abbia alcun rimedio?
(1)Maurice Bessy e Lo Duca, Georges Méliès Mage – Prisma, 1945, Parigi.
Post a cura di Vanni De Luca