Ieri sera abbiamo assistito allo spettacolo "La buona educazione", l’ultima tappa della Trilogia della fine del mondo della Piccola Compagnia Dammacco. La serata è proseguita con una Festa di Paese con la comunità di Mondaino per festeggiare il Premio Ubu a Mariano Dammacco e il Premio internazionale Ivo Chiesa a Serena Balivo. Due riconoscimenti molto importanti per la Piccola Compagnia Dammacco che da due anni ha scelto di vivere a Mondaino.
* I passages dalla residenza #La buona educazione
È una casa senza fondamenta, piena di mobili e oggetti grotteschi e antropomorfi suppellettili di legno, quella abitata da Serena Balivo nei panni della zia de “La buona educazione” e messa in forma dalle scene di Stella Montesi. È una casa che sa anche un po’ di cimitero: il palcoscenico è ricoperto da una terra scura e smossa che rende permeabili i confini tra la vita e la morte, e tra il sogno e la realtà. In questa scena semibuia l’attrice, novella Amleto, seduta nel suo divano stile retrò condivide lo spazio con il fantasma dei genitori, e del padre in particolare, che le annuncia lo sconquasso che di lì a poco avrà la sua vita solitaria. Giunge la comunicazione della morte della sorella e dell’arrivo nella sua vita del nipote adolescente. Ma come crescere un ragazzino con l’anima piena di quelle ombre che stanno a segnalare i traumi subiti e viverci insieme? Di questo tratta lo spettacolo che, mescolando la vena ironica e la dimensione poetica che è propria della scrittura di Mariano Dammacco, evidenzia le difficoltà dell’essere genitori e dell’essere figli. Tra chat di genitori assetati di vendetta nei suoi confronti, scelte del ragazzo poco condivisibili e un dialogo che sembra bloccato nel tempo indefinito dei verbi infiniti attraverso i quali il giovane articola i discorsi, la donna trova ulteriore sconforto dal mondo di fantasioso delirio che le sta attorno, abitato dai famigliari morti che la ossessionano per correggere le sue azioni. L’arrivo del nipote, il confrontarsi con quell’unica figura che sembra reale, segna per la donna un riattraversamento della sua vita passata e, nel tentativo di educarlo, sfida sé stessa e le sue paure. Fino alla prova di coraggio estrema quando nel tentativo di salvalo dalla tecnologia reciderà la spina di tutto ciò che resta acceso grazie all’elettricità: l’estrema unzione di smartphone e videogame, elettrodomestici e lampadine segna il count down finale della relazione tra il nipote e la zia, che, in quella notte dal sapore ottocentesco, tormentata dalle sue ansie, non resiste e riaccende tutto. In questa raffinata e progressiva caduta nel baratro, la bravura di Serena, sta nel non farci mai sprofondare, nel restare sempre in equilibrio su di un filo teso tra l’ironia e il dramma, il grottesco delle posture e l’armoniosità delle danze. “Chi fa un figlio da un ostaggio al destino” dice quasi all’inizio la zia non appena scopre di essere una possibile madre adottiva del ragazzo, ma quel destino non sarà lei che nonostante tutti gli sforzi, tra abbracci mancati e sentimenti via via più presenti, non riuscirà a superare le prove di questa fiaba amara. Ma un varco si apre su di un lieto fine che lascia spazio all’adolescenza. Seppur non ci sia il ragazzo in scena, ma lo svelamento della sua presenza avviene solo attraverso il racconto della zia stessa, e solo per un breve momento appare sotto forma di esserino di legno che ha per torace uno sportello dal quale si può vedere dentro, mi sembra che sia l’adolescente l’unico ad essere alla fine dipinto come consapevole del futuro: lui stesso, il solo a salvarsi da un manipolo di adulti, che trasudano un amore soffocante, un desiderio di controllo senza fine, sceglierà la fuga da quella nuova matrice famigliare.















