Quadernetti di lavoro, #1
Il ragazzo che occupava lo spazio antistante la fontanella, nascosta alla mia vista da un cespuglio, ha lasciato il rubinetto aperto. Mi sono avvicinata per bere temporeggiando anche un attimo, il getto era sottile e pensavo fosse del tipo che resta aperto per un po’ da quando premi il pulsante, poi smette di erogare da solo. Invece no. Ho capito che l’acqua avrebbe continuato a scorrere anche per tutta la notte - la città era quasi deserta - se non mi ci fossi trovata a bere io.
Ora: la paura. La prima ragazza che fa parte del mio lontano passato in questa città e che ho incontrato stasera mi parlava della plastica, dell’estinzione umana, di una sua satirica - e per nulla satirica - auspicabilità. Allora ho pensato all'ambivalenza, al mio posto nel mondo, a quando ero molto più giovane e cercavo la verità assoluta da potermi amorevolmente confezionare. Soffrivo perché la nostra è una periferia di poveri ignoranti ed io con quella cultura non riuscivo a fare pace, guardavo disgustata e dall'alto del mio privilegio quelli che non sapevano parlare l’italiano né rispettare la semplice condivisione con l’altro del marciapiede, e allora mi chiedevo quale soluzione avrebbe mai potuto essere giusta, dentro di me li avevo già sterminati e fuori, fuori non avevo il coraggio di pensarmi capace di quei pensieri terrificanti. Ero classista, ero come mio padre, e contemporaneamente sapevo di non essere così.
Ho imparato una lezione, a quanto pare, e il passo da quell'adolescente a questa donna è la consapevolezza, sono soltanto gli strumenti per accettarmi il disagio di essere io la protagonista dei miei moti più bassi, e se non posso accettare loro, se non riesco in nessun modo a redimere dentro di me anche l’esistenza legittima di quel mondo, è perché sto agendo me stessa e non una qualità esecrabile che appartiene a loro. E’ la paura, non è la superiorità, la superiorità è soltanto la veste indossata da quel mio disagio, per macchiare l’altro e non me. Proiettare.
Il ragazzo ha lasciato il rubinetto aperto, e io riconosco una discrepanza - una struttura della mente - in cui io non riesco a pensare, e ne provo paura.
Ho incontrato la seconda ragazza, con la quale condividevo il pigiama e tutti gli umori e i giochi d’esistenza incancellabili dell’adolescenza. Lei adesso vive a Milano, frequenta giri costellati di gente che conoscono tutti, dello sport e dello spettacolo, ed è anche quello un altro mondo. Anche quello, sconosciuto.
Ho pensato per molto e troppo tempo - e a mia discolpa annoto il fatto che mi ero appena drogata - al mondo intralasciabile nel quale mentre parlava senza entusiasmo indossava il suo giubbotto estivo, metà su una spalla e l’altra metà cascante, e mi chiedevo come fosse possibile, come potesse essere naturale muoversi in quel modo, tenere quegli angoli col corpo e col viso. Come essere un personaggio e essere comunque naturali, se stessi.
Quindi ho pensato alla mia vita, a quello che studio, ai miei capelli sporchi annodati in uno chignon del tutto inattraente, e ai miei pantaloni da palestra con sopra la maglietta sformata. Ho pensato a cosa significa essere nella mia testa e cosa può significare essere nella loro, e no, non c’è un modo per essere me ed essere in loro, e allora ho pensato ad Ernesto de Martino, al mondo magico, alla crisi della presenza. Quando anni fa il professore di antropologia - conscio di rivolgersi ad una buona fetta di pubblico costituita da futuri psicologi - ci presentò quel suo discorso, disse che chi non ha sperimentato la crisi della presenza non può capire cos’è la presenza.