Tre giorni che sono una maledizione, o - devo dirlo - una benedizione mostruosa, per me. Sono di certo qualcosa. Come cristo che risorge, io che prendo un aereo selezionato a caso dietro le lacrime della mia peggiore camera ardente, e adesso Nuit, che muore. Tra tre giorni il nuovo aereo, prenotato con giudizio, a iniziare una fase nuova e certamente tragica della mia vita, ma lei muore oggi, non ci sono. È colpa mia, il pensiero magico, le parole che non avevo il coraggio di dire e che alla fine come faccio sempre ho detto: mamma, vorrei non esserci quando succede. E così, non ci sono. Non la vedrò mai più, lei che non mi ha davvero mai chiesto niente, non Valerio o papà o sua nonna, no: lei, mai niente. Diciotto anni così, perfetti, in silenzio, felice. Era felice. Che poi, se non ci sono io ci dovrà comunque essere qualcun altro, che è il motivo per cui quelle parole non andavano dette, che è il motivo per cui le dico sempre, punendoci tutti. Mi viene da vomitare perché sto bene, stavo facendo le valige e non li ho visti i messaggi, il passaggio da “abbiamo un problema” a “il problema è risolto: finito”. Quello che volevo evitare, l’ho evitato fino in fondo, smontando l’armadio, le buste che comprimono i vestiti sottovuoto, per aggiungere spazio, cose da portare, cose che sicuramente non mi servono, e poi prendersi per il culo: non lo spazio dell’aria, ma il peso, quello il limite. Stupida compassione che ho per me e per gli altri chissà, sono sul divano, sposto la valigia, ci sarà una sepoltura ed io non penso a come è essere lei, che è morta, penso che adesso che sto qui a piangere lacrime di demone falso, quale è il problema, è un modo di essere patetica, il pensiero di non avere proprio nessuno da avvisare, ehi, il mondo ha perso un cuore felice, te la ricordi?, è stata sempre lì, mi voleva bene ed io chissà, io non so proprio più come si faccia a crollare. Cado in piedi e mi evito il peggio, lei muore. Tre giorni che avrebbero fatto una differenza minimale, manco il fastidio di un ultimo abbraccio, la carezza del demone che piange senza soffrire. Una vita al servizio della felicità altrui - mia, cazzo, proprio mia, la bambina che non può essere normale, allora speriamo che le insegni qualcosa, e qualcosa ho imparato. Lo giuro, ti giuro, ho imparato, anche se sono andata via presto, anche se non mi sono voltata abbastanza, anche se ho ottenuto quello che davvero volevo: non esserci. Demone e coccodrillo, posticcia come sappiamo, felice, è una promessa idiota, la faccio al mio stomaco che ha fame, nel disgusto che provo per non sapere pensare al tuo, che non mangia più. Addio, perdono, tutto per essere felice. Tutto questo che è tutta la tua vita, pelle lontana e poi anche morta, sarò felice.