La percezione che Villa Guastamacchia sia un luogo esterno al tessuto cittadino, nonostante la sua posizione centrale, ci spinge spontaneamente a lavorare sul collegamento della Villa con il proprio intorno.
A partire dal cancello della Villa tessiamo una rete che si snoda lungo la facciata est di via Beato Annibale Re di Francia, nel quartiere Stadio.
Non mancano discussioni e la libera elargizione di No sordi e ciechi da parte di proprietari di facciate su strada, il cui esercizio di potere lede l’Urbanità intesa come ciò «che appartiene al vivere in città» e quindi strettamente legata alla strada come spazio e luogo di permanenza non solo il transito.
Il lavoro continua e la gente per strada si ferma, chiede cosa stiamo facendo, è curiosa. Qualche anziano della Villa si offre addirittura di aiutarci, come se lo stare fuori concedesse loro maggiore libertà d’azione.
I negozi alimentari donano delizie che allietano il nostro lavoro, i condomini dei palazzi adiacenti sorridono dalle finestre delle proprie case; tutti quanti sono parte di un’opera collettiva ed è evidente come il passaggio da un dentro ad un fuori coincida con il passaggio da un Io a un Noi.