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"La sua carrozza, linda, riposava senz'altre attorno nel breve spiazzo davanti alla chiesetta, un gabbiano sul cupolino. Cinzia, senza badare, passò, la vide, la riconobbe e volle andar oltre senza fermarsi: le spiaceva, ma era meglio così. Non l'aveva pensata intera che il gabbiano, candido e pasciuto, spiccò il volo verso destra, al fiume, spaventato da qualcosa d'improvviso. Cinzia si sentì afferrare di lato da un peso lieve ma fermo e, quando si volse, vide il volto ridente di Regazzino, colorato dal riflesso dell'ombrello. Riparami, riparami, fece quello, saltandole al collo come un capretto".
Cinzia non era figlia carnale del vecchio. Non poteva esserlo più di lui e Luciano. Il vecchio era gobbo, secco, severo e piccolo e ciucciato; lei era alta, luminosa e grande di spalle e di fianchi, tutta chiara, con un'aria buona e spensierata. Lui no, lui si rodeva di tutto, lui rimuginava e non rideva quasi mai.
Regazzino li guardava spesso, affascinato dalla loro diversità, e non capiva: perché lei pareva tanto devota al vecchio? Perché sembrava che il vecchio non avesse che occhi per Cinzia,Cinzia, la mia bambina? E perché Luciano no, mai altrettanto di lui?
Forse, pensava, con una furbizia cattiva da vecchio contadino, forse glie la porto via. Forse glie la sporco. Sì, ecco, glie la voglio sporcare. Ma poi Cinzia lo guardava e gli sorrideva, gli stringeva la mano e lui sentiva solo allegria di quel suo sorriso, e per un attimo il suo cuore era più calmo e non pensava alla sete profonda di tutto che sempre lo tormentava.
Le si avvicinò mentre era di spalle e la sfiorò sulle braccia. Cinzia non si accorse, lì per lì, di quel che stava facendo, presa com'era dal suo lavoro, ma appena se ne rese conto sollevò la testa e lo guardò in tralice.
«Che stai a fà?» gli chiese, sollevando le sopracciglia: era troppo stupita per provare imbarazzo del suo calore dietro di lei, dove sentiva, in effetti, quasi come un sordo brusio sulla pelle, il desiderio che promanava da lui.
«No, io niente. Richiamavo la tua attenzione» rispose subito Regazzino, fissandola per vedere sul suo viso gli effetti delle sue dita.
«Il mio nome lo sai, chiamami a voce, no?» disse lei, aggrottando le sopracciglia, senza offendersi.
«Eh che nna so, magari non vuoi che me se senta mentre te chiamo» s'inventò, sfrontato, sapendo di mentire.
In cuor suo Regazzino rideva: voleva vedere fino dove gli era permesso di toccare senza che lei si spazientisse, e lo eccitava pensare che, prima o poi, lei doveva desiderarlo, doveva volerlo, l'avrebbe voluto per forza perché... Perché? Era così strana questa creatura che lo guardava con occhi ridenti e affettuosi, che non lo disprezzava. Gli susicitava assieme fascinazione, desiderio e un senso di vaga rabbia che non sapeva dire, come se non potesse credere che al mondo qualcuno si fidava apertamente di un altro essere umano,che qualcuno poteva vivere così inerme e senza doversi combattere ogni palmo della più piccola cosa.
Incontri. 6
Ho la mia Lia. La madre di Regazzino, la prostituta che morirà dandolo alla luce sotto un caprifico. Stamane, al bar a santa Barbara dei Librai, una giovane ed esile cameriera dalla pelle bianchissima, con le braccine sottili come rami, una splendida capigliatura di capelli nerissimi e ricci raccolti con un nastro e quasi cadenti sul collo fine. Nonostante la giovinezza e la voce sottile, un viso scavato e bellissimi occhi neri, tristi, seri, con un poco d'occhiaie, un naso ben disegnato, un fare testardo e fragile assieme. Il mio cuore ha balzato nel petto nel vederla così bella e sciupata: se fossi un bravo pittore, di certo le chiederei di farle un ritratto. Chissà come si chiama; ma per me è lei, Lia dai bei capelli ricci e neri come serpenti e dagli occhi vivissimi e tristi.
Posso dire di aver imparato due o tre cose sull'amore che funziona. Credo che gli opposti non si attraggano e i simili non si sopportino. Per me le coppie che funzionano sono quelle che non si promettono niente, nè si dicono troppe cose importanti tutte insieme. Quelle che escono la prima volta e se ne stanno su un muretto a parlare per ore, senza cene, senza luoghi speciali, senza troppe preparazioni per le quali poi uno quasi si sente in debito. Rispettare le tappe. Quelle che non si vengono a parlare di convivenza dopo un paio di mesi solo perché la loro età dice che forse sarebbe il momento, o che potrebbe essere una buona idea per sperimentare, che all'inizio sembra una buona idea, trasportati da tutta quella valanga di emozioni strane. A mente fredda, magari prima vediamo quanto abbiamo da dirci e da ridere, e poi vediamo se siamo in grado di sopportare i calzini di un'altra persona, i peli nel lavandino, la routine, in quattro mura, tutti i giorni. Credo nelle coppie che ascoltano la stessa musica, credo profondamente nelle vacanze separati, ma nei viaggi, quelli no. Perché attenzione, c'è chi ancora non coglie la differenza. E credo, più di ogni altra cosa al mondo, nelle coppie che ridono, ridono sempre, ogni ora di ogni giorno. Che ridono quando lui si prova una camicia ridicola nel camerino di un negozio, quando uno dei due imita l'altro, quando alle serate tra amici vengono fuori storielle divertenti, passate, magari pure con altre relazioni, quando ancora nessuno sapeva nemmeno dell'esistenza dell'altro. La gelosia gratuita non l'ho mai capita. Credo in due chiamate al giorno anziché mille messaggi al minuto. Credo nelle coppie che sanno rimanere anche in silenzio, che qualcuno ha detto che, in fin dei conti, quei silenzi non possono essere neanche considerati tali; quel qualcuno ha maledettamente ragione. Credo nelle coppie che alzano il gomito insieme, credo che una mano sulla fronte sia più rassicurante di una mano nella mano. Credo nella realizzazione di un pranzo insieme, cercando di attribuirsi più meriti possibili ma sapendo bene che senza il gioco di squadra non sarebbe mai venuto fuori ‘sto capolavoro culinario. Credo nei regali senza motivo e negli anniversari mai ricordati, nei problemi affrontati subito, nella pizza mangiata sul cofano della macchina, credo nelle comitive di amici diverse, con qualche punto di incontro qua e là ogni tanto. Io credo che queste coppie, in un modo o nell'altro, al per sempre ci arrivano, prima o poi.
Tommaso Fusari - Ciò che (più o meno) ho imparato definitivamente (o forse no) sull'amore.
- Che fai? - Mah niente, sto scrivendo una storia. - Uh, e di che parla? - Di rivoluzione. - Rivoluzione? - Si, rivoluzione. - Che tipo di rivoluzione? - Tipo il 1969. - Eh? - Il 1969, la rivolta studentesca. - Ah, certo. - Woodstock, la corruzione politica, la guerra in Vietnam. - Jimi Hendrix? - Si, pure lui, le chitarre linfuocate, il desiderio di una democrazia. - I fiori come armi. - Eh, quel tipo di rivoluzione. - E come la stai scrivendo questa storia? - Boh, con la penna. - Stupido, nel senso, ha dei personaggi? - Certo che ce li ha. Sai la rivoluzione in punta di piedi? - Quella che cresce piano piano e non te ne accorgi? - Esatto, quella che poi scoppia e non puoi più fermarla. - Che ferma le guerre? - E salva la gente. - Che sovverte i poteri? - E le convinzioni. - Tipo? - Boh, per esempio uno è convinto che gli occhi scuri siano semplicemente occhi scuri. - E invece? - Ah, hanno un sacco di potere certi occhi scuri. - Come la chiesa? - E le trasmissioni spazzatura. - E le società petrolifere. - E i fast-food. - I personaggi della storia chi sono? - Io e te. - Io e te? - Più te che me. - Perché? - Perché hai gli occhi scuri. - E quindi? - Beh, le guerre le fermeresti. - Anche quelle civili? - Soprattutto. Pure quelle interiori.
Tommaso Fusari - Rivoluzioni alternative