Lavoro e giuoco
Anche il giuoco richiede fatica e bene spesso più del lavoro. Ci vuole assai maggior «sudore della fronte» per una partita di foot-ball che per «guadagnarsi il pane» con la maggior parte dei mestieri usuali. Non è dunque la fatica che distingue il lavoro dal giuoco, ma unicamente questo che, mentre il giuoco è un’attività che esercitiamo per sè stessa, in grazia del piacere o dell’interesse che essa intrinsecamente, considerata in sè, come fine a sè medesima, senza mire ulteriori, ci ispira, il lavoro propriamente detto, invece, consiste in un’attività svolta senza che l’impulso spontaneo o la voglia da essa per sè suscitataci ci sospinga a effettuarla, bensì, anzichè per il piacere che troviamo in essa senza più e all’infuori d’ogni suo effetto successivo, con sforzo esercitato sopra e contro il nostro spontaneo impulso e la nostra voglia, e precisamente in grazia e per l’attrattiva non dell’attività in sè ma degli effetti successivi che otteniamo con essa e di cui essa è mezzo: cioè il compenso economico. L’attività del lavoro propriamente detto, adunque, a differenza di quella del giuoco, è mezzo e non fine a sè. Non possiede per noi, come quella del giuoco, un interesse o valore intrinseco, ma solo un valore in dipendenza degli effetti che se ne ritraggono. Caratteristica del lavoro propriamente detto, in confronto del giuoco, è quindi questa che il lavoro non è ciò che faremmo per l’interesse o il piacere immediato, diretto, ricavato dall’azione stessa senza più, non è ciò che faremmo ugualmente se i risultati che ne aspettiamo non ci fossero, ossia non è ciò che faremmo se la forza di propulsione che ci muove all’azione del lavoro non si spostasse dal momento e dal circuito di essa azione, a un momento successivo, quello dei risultati e dei fini che con essa otterremo, bensì lo compiamo solo (quindi in qualche misura, considerato in sè, a contraggenio e mediante sforzo), in grazia e in vista di questi risultati. Il giuoco, invece, lo eseguiamo perchè l’attrattiva ci viene dall’azione stessa, dal suo immediato momento e circuito, non da qualche effetto fuori di questo. Senza i risultati che ci ripromettiamo, successivi all’azione e producentisi fuori di questa, il lavoro non lo eseguiremmo. Il giuoco, invece, lo eseguiamo senza pensare ai risultati, anzi senza che esso abbia risultati successivi ed esterni ad esso, e unicamente per il piacere che, chiusa e circoscritta in sè e senza bisogno di effetti ulteriori, l’azione del giuoco ci dà.
Seguendo la riflessione di Rensi io, allora, per decenni ho giuocato invece di lavorare. Non male, davvero: sono stato pagato per giuocare (no, non sono un calciatore).
G. Rensi, L’irrazionale, il lavoro, l’amore (1923). Scaricabile da LiberLiber.















