Pausa
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@libriaco
Pausa
La vita
Life is what happens to you While you're busy making other plans. La vita è ciò che ti capita Mentre sei impegnato a fare altri progetti.
Testo dal brano: John Lennon, Beautiful Boy, 1980
Alter ego
[…] cominciava a imparare che sovente esiste, o forse sempre, una diversa vita, un secondo nostro io che tuttavia non ci appartiene, serve agli altri, come creato solamente per il prossimo, da servire giusto per soddisfare apprezzamenti opinioni critiche, da contraffare ciascuno come crede: insomma un altro io che neppure sospettiamo e chi lo sa fino a che punto e se davvero rassomigliante all'originale, e tuttavia messo in giro senza che mai lo sapremo e lo conosceremo.
M. Prisco, La provincia addormentata [1949 e, ampliata, 1969], Milano, Rizzoli, 1978
Non sono un superficiale!
It is only shallow people who do not judge by appearances. Soltanto le persone superficiali non giudicano dalle apparenze.
O. Wilde, The Picture of Dorian Gray [1891]. Online su Gutenberg.
Comme il faut
« Per quel che mi sembra, » rifletteva mestamente « il viaggiare consiste nello scoprire perpetuamente nuove cose che bisogna fare se si vuol essere considerati persone perbene. »
S. Lewis, Dodsworth [1929], Milano, Garzanti, 1972 [Trad. dall'inglese di L. A. Garrone]
Lettori disagiati
Nel pomeriggio, nel mettere a posto due scaffali, immergendomi letteralmente nella "polvere dei secoli" (cit.), ho trovato un segnalibro d'argento di cui avevo perso memoria e ho anche riscoperto un librettino di Ambrose Bierce che potrebbe essere letto da tutti con profitto e sarebbe in grado di fornire una buona serie di suggerimenti a chi volesse garantirsi numerosi passaggi nei TG delle varie reti, articoli di giornale, trasmissioni televisive a lui dedicate, post su web con tanti fan e hater etc. etc.. Ne consiglio vivamente la lettura a tutti quelli che hanno un "disagio" familiare.
Lavoro e giuoco
Anche il giuoco richiede fatica e bene spesso più del lavoro. Ci vuole assai maggior «sudore della fronte» per una partita di foot-ball che per «guadagnarsi il pane» con la maggior parte dei mestieri usuali. Non è dunque la fatica che distingue il lavoro dal giuoco, ma unicamente questo che, mentre il giuoco è un’attività che esercitiamo per sè stessa, in grazia del piacere o dell’interesse che essa intrinsecamente, considerata in sè, come fine a sè medesima, senza mire ulteriori, ci ispira, il lavoro propriamente detto, invece, consiste in un’attività svolta senza che l’impulso spontaneo o la voglia da essa per sè suscitataci ci sospinga a effettuarla, bensì, anzichè per il piacere che troviamo in essa senza più e all’infuori d’ogni suo effetto successivo, con sforzo esercitato sopra e contro il nostro spontaneo impulso e la nostra voglia, e precisamente in grazia e per l’attrattiva non dell’attività in sè ma degli effetti successivi che otteniamo con essa e di cui essa è mezzo: cioè il compenso economico. L’attività del lavoro propriamente detto, adunque, a differenza di quella del giuoco, è mezzo e non fine a sè. Non possiede per noi, come quella del giuoco, un interesse o valore intrinseco, ma solo un valore in dipendenza degli effetti che se ne ritraggono. Caratteristica del lavoro propriamente detto, in confronto del giuoco, è quindi questa che il lavoro non è ciò che faremmo per l’interesse o il piacere immediato, diretto, ricavato dall’azione stessa senza più, non è ciò che faremmo ugualmente se i risultati che ne aspettiamo non ci fossero, ossia non è ciò che faremmo se la forza di propulsione che ci muove all’azione del lavoro non si spostasse dal momento e dal circuito di essa azione, a un momento successivo, quello dei risultati e dei fini che con essa otterremo, bensì lo compiamo solo (quindi in qualche misura, considerato in sè, a contraggenio e mediante sforzo), in grazia e in vista di questi risultati. Il giuoco, invece, lo eseguiamo perchè l’attrattiva ci viene dall’azione stessa, dal suo immediato momento e circuito, non da qualche effetto fuori di questo. Senza i risultati che ci ripromettiamo, successivi all’azione e producentisi fuori di questa, il lavoro non lo eseguiremmo. Il giuoco, invece, lo eseguiamo senza pensare ai risultati, anzi senza che esso abbia risultati successivi ed esterni ad esso, e unicamente per il piacere che, chiusa e circoscritta in sè e senza bisogno di effetti ulteriori, l’azione del giuoco ci dà.
Seguendo la riflessione di Rensi io, allora, per decenni ho giuocato invece di lavorare. Non male, davvero: sono stato pagato per giuocare (no, non sono un calciatore).
G. Rensi, L’irrazionale, il lavoro, l’amore (1923). Scaricabile da LiberLiber.
La civetta
Foto di Alessandro Corsoni
Che bella, un'edicola con le "civette" dei giornali esposte fuori, altro che una pagina web sullo smartphone! E che la locandina pubblicizzata, in questo caso, sia quella del livornese Vernacoliere dà un tocco in più, all'edicola e al fotografo (che è Alessandro Corsoni). @alessandrocorsoni pubblica, anche ma non solo, immagini urbex, per le quali l'ho trovato sul web, di una zona che in parte mi è familiare; stavolta è a casa sua con la macchina fotografica, in corso Vittorio Emanuele II, a Piombino (LI), città in cui c'erano importanti acciaierie che si cibavano della pirite delle Colline Metallifere del grossetano, un territorio che ha una storia, di miniere e di forni fusori, che risale agli Etruschi e all'estrazione di minerale di ferro (magnetite) dall'isola d'Elba (che latinamente si chiamava Ilva…).
No, questo post non è in linea con la mia "politica editoriale", ma una trasgressione ogni tanto (mi) serve.
Che schifo, i libri!
Immagine generata in collaborazione con Copilot di Microsoft.
Allora i ragazzi, indispettiti di non potersi misurare col burattino a corpo a corpo, pensarono bene di metter mano ai proiettili, e sciolti i fagotti de’ loro libri di scuola, cominciarono a scagliare contro di lui i Sillabari, le Grammatiche, i Giannettini, i Minuzzoli, i Racconti del Thouar, il Pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma il burattino, che era d’occhio svelto e ammalizzito, faceva sempre civetta a tempo, sicché i volumi, passandogli di sopra al capo, andavano tutti a cascare nel mare. Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte a fior d’acqua; ma dopo avere abboccata qualche pagina o qualche frontespizio, la risputavano subito facendo con la bocca una certa smorfia, che pareva volesse dire: «Non è roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!»
Non c'è chi non sappia che "Pinocchio" venne originariamente pubblicato a puntate sul Giornale per i bambini a partire dal 7 luglio 1881, con il titolo La storia di un burattino. "Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino" furono poi pubblicate in libro nel febbraio del 1883.
C. Collodi [Carlo Lorenzini], Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Online su LiberLiber.
Viaggiatori
« Non sanno stare fermi. E i viaggi non li istruiscono affatto. Per tutta la vita rimangono un po' stupidi. » È Jules Renard che, nelle Storie naturali, sta parlando dei piccioni. Ma quanti nostri simili sono simili ai piccioni viaggiatori?
G. Pontiggia, L'isola volante, Milano, Mondadori, 1996
La notizia
Immagine generata in collaborazione con Copilot di Microsoft.
Quant'è bella la notizia che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia, nella rete 'un v'è certezza.
Dal profilo Facebook di Lorenzo de' Medici.
😲
Molti scambiano la maturità con la capacità di non stupirsi.
G. Pontiggia, L'isola volante, Milano, Mondadori, 1996
👣 Tracce 👣
Quando vai alla ventura, lascia qualche traccia del tuo passaggio, che ti guiderà al ritorno: una pietra messa su un'altra, dell'erba piegata da un colpo di bastone. Ma se arrivi a un punto insuperabile o pericoloso, pensa che la traccia che hai lasciato potrebbe confondere quelli che ti seguissero. Torna dunque sui tuoi passi e cancella la traccia del tuo passaggio. Questo si rivolge a chiunque voglia lasciare in questo mondo tracce del proprio passaggio. E anche senza volerlo, si lasciano sempre delle tracce. Rispondi delle tue tracce davanti ai tuoi simili.
R. Daumal, [Le Mont Analogue, 1952 - postumo], Il Monte Analogo, Milano, Adelphi, 1968 [a cura di C. Rugafiori]
Macchina per leggere
Immagine: Leggìo rotante, dal Cap. CLXXXVIII del libro citato. Di seguito la descrizione:
Questa è una bella et artificiosa machina, la quale è molto utile commoda a ciascuna persona, che si diletta de lo studio, massimamente a quelli, che sono indisposti et travagliati di gotte, essendo che con questa sorte di machina, l'huomo può vedere et rivoltare una gran quantità di libri, senza moversi d'un luogo; oltra ch'ella porta seco un'altra bella commodità, ch'è, d'occupare pochissima spatio nel luogo dove ella si mette, come ogni persona d'ingegno può benissimo comprendere per il suo disegno. È fatta questa ruota con l'artificio che si vede, cioè construtta in tal maniera, che mettendo li libri sopra le sue tavolette, ancora che si torni la detta ruota, et giri tutto all'intorno, mai i detti libri cascheranno, ne si moveranno del luogo dove si sono posti: anzi resteranno sempre nel medesimo stato, et si rapresenteranno sempre d'avanti al lettore nella medesima maniera che si sono posti sopra le sue tavolette, senza che sia di bisogno di legarli, ne ritenerli con cosa alcuna. Si può far questa ruota grande et piccola, secondo la volontà di chi la farà fare: purche il Maestro che la compone, osservi le proportioni di ciascuna parte delli artifici di detta ruota, come benissimo potrà fare, s'egli considera bene tutte le parti di queste nostre piccole ruote, et gl'altri artificij, che in essa machina si veggono, le quali parti sono fatte con misure et proportioni. Et per dare maggiore intelligenza et cognitione a ciascuno, che desidererà di fare mettere in effetto la detta machina, ho fatto qua a parte et discoperto tutti li artificij che in essa si richiedono, accioche ogn'uno li possa meglio comprendere et servirsene a i bisogni.
A. Ramelli, Le diverse et artificiose machine del Capitano Agostino Ramelli, Parigi, 1588. Su Archive, QUI.
Zio e nipoti
Paperino con Qui, Quo e Qua al mare.
Dalla copertina di: Topolino n. 720, 14 sett. 1969, Milano, Mondadori
Il Giallo
«Il re morì, poi morì la regina» è una storia. «Il re morì, poi di dolore morì la regina» è un intreccio. La sequenza cronologica vi è conservata, ma messa in ombra dal senso della causalità. Oppure ancora: «La regina morì, senza che nessuno ne indovinasse la ragione, finché non si scoprì che a farla morire era stato il dolore per la morte del re»: è un intreccio che contiene un mistero, una forma capace di altri sviluppi. Essa sospende la sequenza temporale, e devia dalla storia per quanto glielo consentono i suoi limiti naturali. Consideriamo la morte della regina. Incontrandola in una storia diciamo: «e poi?». Incontrandola in un intreccio domandiamo: «perché?».
E. M. Forster, [Aspects of the Novel, 1927], Aspetti del romanzo, Milano, Garzanti, 1991 [Trad. C. Pavolini]
Nota 1: Ho aggiunto io gli «a capo» per evidenziare il testo.
Nota 2: Due anni dopo l'uscita del libro di Forster, Mondadori inaugurerà la sua collana de I Libri Gialli.
Notte d'estate
Immagine: il soffitto della Sala della Musica di Villa Stuck, Monaco. Fonte: Universitätsbibliothek Heidelberg.
Le stelle si fanno più grandi, poi più piccole, scompaiono e rinascono, intrecciano tra loro instabili figure, le congiungono ad altre. Nel silenzio la notte riprende il suo spessore e la sua carne. Piena dello scorrere delle sue stelle, abbandona gli occhi ai giochi di luci che danno le lacrime. E ciascuno, tuffandosi nella profondità del cielo, ritrova in questo punto estremo il pensiero tenero e segreto che costituisce tutta la solitudine della sua vita.
A. Camus, [La mort heureuse, 1971, pubblicato postumo; scritto tra il 1936 e 1938], La morte felice, Milano, Rizzoli, 1971 [Trad. G. Bogliolo]