Nuovo Post pubblicato su Milano Post Quotidiano ONLINE di Informazione e Cultura #Governo, #RAI, #Renzi, #RiformaRai, #RiformaScuola, #Scuola
Nuovo Post pubblicato su http://www.milanopost.info/2015/03/14/scuola-e-rai-dove-e-il-progetto/
Scuola e Rai, dove è il progetto ?
Milano 14 Marzo - La scuola e la Rai arrivano in coppia, a poca distanza, sul tavolo delle riforme del governo. Due tasselli fondamentali della società italiana, sui quali si giocano ancora formazione e informazione. Gli errori, dati i ritardi, questa volta non sono ammessi. Costerebbero troppo. La scuola ha necessità di cambiamenti basati sulla meritocrazia, puntando sui migliori insegnanti (o che tali desiderino diventare); la Rai ha l'obbligo di modernizzarsi, al di là dei futuri assetti che avranno i canali, o rischia l'estinzione. Internet non dorme. Purtroppo, ancora una volta, non mancano buone intenzioni, ma al di là dei proclami di cambiamento, si procede ancora seguendo vecchie logiche e indulgendo a compromessi al ribasso.
Il nostro Paese imparò a vedere le possibili sinergie tra scuola e tv la prima volta con la trasmissione “Non è mai troppo tardi”, condotta da Alberto Manzi dal novembre 1960 al maggio 1968, in onda nella fascia preserale dal lunedì al venerdì. Furono 484 puntate, dopo le quali la frequenza alla scuola dell'obbligo non costituiva più un problema sociale. Manzi fu inviato dal suo direttore didattico e mantenne, nonostante la notorietà, lo stipendio da maestro elementare. Erano tempi eroici. Non si creda siano ripetibili. Del resto, di acqua da allora ne è passata in gran quantità sotto i ponti. La televisione ha cambiato estetica, scopi, funzione e nella società attuale non è la protagonista di allora. Ebbe il merito di unire l'Italia, impresa che non riuscì alle guerre o alla politica, giacché portò la nostra lingua in ogni casa. Forse fece dimenticare alcune tradizioni, ma il miracolo ci fu.
E la scuola, dopo il periodo mitico in cui un diploma o una laurea equivalevano a un posto ben retribuito, cerca di cavarsela non perdendo posizioni. Quasi superfluo aggiungere che è l'industria più grande d'Italia con centinaia di migliaia di dipendenti, incaricata di diffondere la cultura, ma nella quale i discorsi che prevalgono riguardano le normative o cose simili. Molti dei suoi operatori cercano di non perdere le posizioni magari raggiunte dopo complesse lotte sindacali e, allo scopo, diventano sospettosi di ogni possibile riforma meritocratica.
Per questo si fanno passettini: gli scatti di stipendio, per esempio, che si sarebbero dovuti legare al merito (70%) più che all'anzianità (30%), in queste ultime ore sembrano offrirci un'altra soluzione: la dote iniziale di 280 milioni di euro resta interamente destinata agli scatti automatici, ma se ne stanziano altri 200 per premiare gli insegnanti su indicazione del preside. Intanto 100mila precari vedranno confermata l'assunzione.
La Rai e la scuola hanno avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo industriale del dopoguerra. La pubblicità, sovente vituperata, a volte invadente, ha comunque fatto conoscere la produzione; l'insegnamento ha saputo creare gli operatori per il miracolo economico. E adesso? Occorre modernizzare anche i dettagli. È giunto il tempo di dimenticare le posizioni di rendita sia nella macchina televisiva sia a scuola. Un amministratore delegato in Rai? Potrebbe essere un passo verso un'azienda che si doti di una struttura competitiva, eliminando sprechi e legami feudali di consulenza che ne tormentano i conti. Potrebbe inoltre ritrovare un ruolo nella diffusione della cultura, che non si può limitare a programmi messi in onda nel cuore della notte o a consigli libreschi nei talk-show che riguardano il solito giro. In Italia la vera ricchezza è un patrimonio artistico unico al mondo, non è certo l'intrattenimento con giochi, frizzi e lazzi. Avremo avuto (e abbiamo) tanti comici, ma siamo anche il Paese di Dante e Machiavelli.
Una televisione di Stato non può scordarsi questo particolare. Insomma, ha favorito più la diffusione della letteratura la televisione degli anni '60 o '70 del secolo scorso con i grandi sceneggiati che non l'attuale. La Rai ha sciolto qualche orchestra, guardato sospettosamente programmi di approfondimento, sacrificato vittime all'unico dio riconosciuto: l'audience. Sarà possibile sistemare il carrozzone di Stato e, al tempo stesso, restituire con servizi di qualità il canone che pagano i contribuenti?
Mentre attendiamo la risposta, è il caso di aggiungere che la scuola non può scegliere la vita di rendita, perché i bambini di oggi hanno davanti a sé sfide globali da affrontare. Quando si formarono le prime classi dopo l'unità d'Italia occorreva spiegare ai ragazzi - simili a quelli di “Cuore” di De Amicis - che era nata una nuova nazione; oggi ci si deve rivolgere anche ai giovani immigrati che in talune classi costituiscono la maggioranza degli alunni. Allora bisognava imparare a tenere tra le dita la penna, oggi è urgente sapersi muovere sulla tastiera del computer.
Entrambe le realtà, comunque, devono fare i conti con un futuro meritocratico e dimenticare il buon tempo antico. I problemi si sono fatti complessi: la concorrenza globale non è nemmeno una lontana parente della rivalità nazionale.
Armando Tomo (Il Sole 24 Ore)
var addthis_config = pubid: "YOUR-PROFILE-ID"