La conclusione delle ricercatrici del Fmi dovrebbe far arrossire tanti piccoli presunti “rivoluzionari” che – esattamente nello stesso periodo - hanno considerato lo strumento sindacale come “superato” nella moderna lotta di classe. «L'indebolimento dei sindacati riduce il potere contrattuale dei lavoratori rispetto a quello dei possessori di capitale, aumentando la remunerazione del capitale rispetto a quella del lavoro». Marx ha detto la stessa cosa con altre parole, ma neanche troppo dissimili. L'abbandono del conflitto sui luoghi di lavoro, per quanto difficile certamente sia, è una faciltazione per le imprese. Sia che lo si faccia – e nella stragrande maggioranza dei casi è così – mediante la corruzione diretta dei sindacati, sia che si vada a cercare in altri anfratti sociali la via del “vero antagonismo”.
Per di più, notano le ricercatrici, questa passività “autorizza” le aziende a prendere decisioni che avvantaggiano i dirigenti, non certo i lavoratori dipendenti. Basta guardare la “paghetta” che Sergio Marchionne si attribuisce motu proprio per farsene un'idea precisa. E tanto spiega l'aumento della differenziazione reddituale, misurata con l'indice di Gini oppure semplicemente percepita sulla propria pelle.
Ma l'impoverimento della stragrande maggioranza dei lavoratori nelle società avanzate non si spiega soltanto con la bassa conflittualità. Un ruolo enorme ce l'hanno anche le “riforme strutturali”, che hanno moltiplicato sul piano legislativo le occasioni per accrescere la disparità di potere e quindi anche la possibilità di esigere diritti formalmente concessi. Non serve essere dei giuristi, infatti, per capire che una cosa sono i diritti scritti sulla carta (“le leggi”), tutta un'altra è pretenderne l'applicazione. Basta chiedere a una lavoratrice dipendente che vuole generare un figlio per farsi un quadro articolatodella distanza esistente tra teoria e prassi.