Questa è una storia bizzarra, paradossale, persino affascinante. Una storia vera dell’epoca della coda lunga, che (naturalmente) inizia sulle pagine di Amazon…
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Questa è una storia bizzarra, paradossale, persino affascinante. Una storia vera dell’epoca della coda lunga, che (naturalmente) inizia sulle pagine di Amazon…
I libri sono importanti. È vero. Ma sono importanti soprattutto per chi li fa. Pensare, come fate voi, che intorno ai libri ci sia uno snodo ferroviario da cui passa qualsiasi treno, che tutto l’orizzonte, tutto il paese, tutto di tutto passi dai vostri libri mi pare un caso di cuorapertizzazione del proprio ruolo non diverso da quello chi all’aperitivo snocciola esempi di stupidità dei colleghi, e esibisce la propria sapiente innegabile e snervantissima pazienza. Il precariato, il consumismo, la cultura, il sapere, i contratti a termine, la vita dei librai, il Lodo Mondadori, i furgoncini coi peruviani, degretamericanovel, le foreste di pioppi, i traduttori, le bozze, il governo Berlusconi, la fine dell’impegno, la Juve di Sivori e molte altre cose vi riguardano in misura molto variabile, e comunque solo fino a un certo punto. Fatevene una ragione.
Fate dei bei libri. Fate delle case editrici che cercano di fare bei libri e far quadrare i conti. Se non ci riuscite, cercate in tutti i modi di venire a compromessi con le cose, ché i compromessi sono tutto, e fatelo con tutta l’intelligenza, l’onestà, il divertimento, la voglia di farcela di cui siete capaci. Scrivete dei libri che abbiano un pubblico. Scriveteli belli. Scriveteli influenti. Cercate un editore migliore di un altro. Se volete fare beneficenza, fate come Eggers: fate dei corsi per i poveri e gli sfigati, e che siano uno spasso inenarrabile, che gli altri bambini poveri e sfigati invidino i vostri alunni perché si divertono di più. Fateli coi vostri soldi. Fateli coi soldi che riuscite a scucire ai privati. Se volete fare politica, fatela; se non volete, non fatela. Tanto è difficile che salviate il mondo o i vostri libri appoggiando o meno la CGIL.
Ma qualunque cosa facciate, smettetela di parlare del pubblico come di un’orda alunni ripetenti. Smettetela di sentirvi migliori. Smettetela di rimpiangere gli anni Settanta. Smettetela, porca troia, con Pier Paolo Pasolini, che è morto da trent’anni abbondanti e, non essendo il mago Otelma, non ha descritto manco per sogno l’Italia di oggi. Vi giuro.
Chi potrebbe voler leggere voi e i vostri libri non è un disastro cui mettere mano il prima possibile. Se anche lo fosse, non vorrebbe sentirselo dire. Mi pare che nessuno di voi pensi di parlare a loro, agli altri: i vostri documenti si rivolgono agli ammutinati, ai reduci, ai superstiti di una epidemia bubbonica che, scusate, non si è mai verificata. Forse quelli cui interessano i libri che piacciono a voi sono diminuiti, hanno altro da fare; ce ne sono di più a cui piacciono i vampiri e i cani affusolati. È difficile, lo so, ma è così.
(Matteo Bordone, Tu Quoque » Freddy Nietzsche)
Cari amici,
credo doveroso informarvi delle mie dimissioni dall’AIE – Associazione Italiana Editori. La goccia che ha fatto traboccare il vaso – colmo per la verità da molto tempo, come molti di voi sanno – è stata una lettera riservata ai Soci (che per correttezza non allego) che riguarda la recente approvazione da parte del Senato del Testo del cosiddetto ddl Levi 2281 (che viceversa allego per vostra documentazione). Io credo che i protagonisti veri della nuova economia del libro – quelli che in questi anni si sono ripetutamente incontrati a Rimini, a Fosdinovo, a Milano, nel corso dei vari BookCamp e dei Seminari organizzati da alcuni di noi, quelli che indagano i cambiamenti in atto nei vari Corsi di Laurea che per fortuna esistono nel nostro Paese – dovrebbero far sentire forte la loro voce in rete, esprimendo tutto il loro dissenso da queste logiche miopi messe in atto illudendosi che si possa tappare la falla aperta dallo tsunami digitale con un dito. Quello che occorre è un progetto forte, che ripensi globalmente il ruolo dell’editoria in tempi di mutazioni radicali, una vera Costituente che abbia a cuore prima di tutto la cultura e l’educazione delle nuove generazioni digitali (penso all’editoria scolastica), non l’improbabile difesa degli interessi di una corporazione impaurita e invecchiata. Chiedo a tutti voi di rilanciare questi temi in rete, chiedo anzi di scrivere direttamente al Presidente Polillo rompendo il muro di isolamento dalla realtà che sembra caratterizzare una Associazione che temo rappresenti ormai sempre meno i reali interessi degli editori italiani che rischiano di essere tagliati fuori dalla competizione internazionale.
Buon lavoro a tutti, Mario Guaraldi
***
Caro Polillo, l’approvazione al Senato del ddl Levi 2281, mi obbliga a dissociarmi dalla Sua “soddisfazione per l’approvazione del provvedimento che premia lo sforzo e la disponibilità dimostrata dagli editori” e dal Suo auspicio che “al nostro interno queste nuove disposizioni vengano accolte e applicate fedelmente prestando molta attenzione a non sviluppare pratiche che, anche involontariamente, si pongano nei fatti non in linea o in contrasto con spirito della legge e con i limiti e le regole che ci siamo dati” (v. lettera Presidente Polillo in calce). Il mio grave dissenso dalle politiche associative dell’AIE , che come ben sa è cresciuto progressivamente negli ultimi anni, giunge dunque all’epilogo: non mi sento più rappresentato dall’Associazione Editori e dunque ne esco. So che ogni motivazione dettagliata risulterebbe del tutto inutile, ma sappia che considero questa Legge un capolavoro di ipocrisia farisaica. Non solo non protegge le varie componenti della filiera del libro, come Lei sostiene, ma le danneggia con un rigurgito antiliberista che riporta il comparto editoriale a forme corporative di tipo protezionistico destinate a essere travolte dalle logiche del mercato e dalla moderna competizione globale basata sulle nuove tecnologie. Una legge “contro” Amazon è solo una legge “stupida” (nel senso del celebre libello del Prof. Cipolla sulle tre leggi della stupidità umana): quanto crede che ci vorrà per trovare la scappatoia che consentirà ad Amazon di vendere con gli sconti che più gli fanno gioco, ben prima dei sei mesi di vantaggio che la legge chiede per “proteggere” le librerie italiane (che fra l’altro nessuno ha ancora accusato di cartello, facendo capo a non più di 5 catene proprietarie)? Anzi, la scappatoia – una delle tante possibili – è già stata trovata! In questi giorni, su BuyVip si vendono per 10 euro buoni acquisto da 20! Per quanto mi riguarda sappia che i miei libri rientrano tutti sotto l’esentante art. 5 (sono tutti “esauriti”, in quanto stampabili solo “on demand”, sono prodotti artigianalmente, o sono “fuori catalogo”, o sono in edizione numerata, o sono libri d’arte ecc.): ma le sembra davvero una legge seria? Vedrà presto brulicare in rete il parere dei protagonisti della nuova economia del libro…
Caro Polillo, mi spiace davvero che la sua Presidenza sia caratterizzata da questi inutili rigurgiti anti-liberisti. Le auguro di aiutare i suoi spaventati soci a rinsavire e accolga le mie dimissioni.
Cordialmente suo, Mario Guaraldi
Cari editori, perché il dibattito diventi realmente terreno fertile per nuove e concrete possibilità, è necessario che non ci si limiti a far di conto, tirando somme, sfornando percentuali, elencando il numero di novità dell’anno in corso e sciorinando quote di mercato. L’impressione che ho, infatti, è che si sia passati da un discorso del mercato o nel mercato ad uno sul mercato. Ma non si era detto che è necessario «riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore»? Certo, la presa di coscienza è già un passo significativo. Però questo è uno di quei casi in cui invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. Ora, lungi da me l’obiettivo di un intervento destruens (siamo solitamente tutti molto bravi nel criticare), sento tuttavia la necessità – da lettore – di riportare il discorso su una linea più vicina a quella da cui si era partiti, e dalla quale mi pare ci si sia allontanati troppo rapidamente, col rischio di far sembrare il passo verso il lettore una mossa retorica per introdurre un discorso che parla d’altro e ad altri si rivolge.
[…]
Se l’idealismo (non privo di pragmatismo) di cui è impregnato il dibattito a cui stiamo assistendo è sincero; se l’obiettivo della nuova editoria che verrà è davvero quello di restituire il lettore al suo ruolo di interlocutore; se tutti questi grandi discorsi non sono solo una manfrina leziosa dietro la quale si nasconde il desiderio di allontanarsi dal mercato per dominare il mercato; se la proposta di abbassare i ritmi di pubblicazione non rappresenta la mera introduzione di una nuova regola di mercato che parifichi le opportunità; se tutto quanto state (e stiamo) discutendo deriva dal desiderio vero di recuperare il ruolo culturale dell’editoria in un Paese, allora le cose che si possono fare mentre si decidono i termini ed i criteri di una eventuale decrescita sono innumerevoli.
Per esempio, si potrebbe costituire una associazione di editori e lettori, con sottoscrizione annuale a pagamento, attraverso cui realizzare un fondo che finanzi poche ma importanti e ben strutturate occasioni di dibattito culturale, in grado, magari, di fornire la Nazione di quegli elementi di progettualità di cui tanto ha bisogno.
Oppure, si potrebbe pensare a formule di abbonamento alle singole case editrici o a gruppi di case editrici che offrano ai lettori, oltre al diritto ad uno sconto sul prezzo dei libri e qualche “premio fedeltà”, la possibilità di venire coinvolti in momenti di riflessione e di scambio attraverso incontri, workshops etc. Magari, si potrebbe destinare parte degli introiti derivanti dagli abbonamenti ad una borsa di studio che finanzi una delle numerose attività proposte da Giordano Tedoldi nel suo intervento su minima&moralia del 14 luglio scorso.
Si potrebbe, per esempio, considerare la possibilità di definire nuove formule contrattuali per gli autori che, invece di stabilire i termini della loro produttività – spesso causa principale di noiose trilogie nel migliore dei casi e, nel peggiore, di romanzi mediocri –, li coinvolgano maggiormente e più da vicino nei processi di promozione delle loro opere (possibilmente più strutturati e progettuali di un “reading”).
Anche, ci si potrebbe impegnare nella costruzione di una rete solida di editori attivi sul territorio, capace di ripensare l’utilizzo degli spazi pubblici urbani (piazze, metropolitane, parchi, autobus) ed istituzionali (scuole, università, biblioteche) e di rivalutare la figura dei librai come anello di congiunzione tra le varie figure che abitano il quartiere.
Questi sono solo alcuni esempi di iniziative, progetti e idee che possono contribuire ad accorciare le distanze con il lettore, rendendo un servizio culturale a 360º alla propia comunità senza per questo dimenticare il mercato.
Cari editori, sicuramente molte delle proposte qui elencate non vi risulteranno nuove, ad altre ci avrete già pensato, mentre alcune saranno impraticabili o già esperienze consolidate da tempo. Sia come sia, la cosa mi interessa molto poco: non era mia intenzione insegnarvi il mestiere di editore in quattro parole. Ciò che invece mi preme farvi sapere è che se davvero volete un lettore più vicino è necesario che lo tiriate fuori dalle statistiche e che smettiate di rivolgervi a lui in termini di numeri di copie vendute. Se volete davvero che il lettore diventi il vostro interlocutore non dovete far altro che parlargli: vi risponderà, ne sono certo.
Con sincera stima
Luigi Bosco
(Signore e Signori: l’Editoria! – Lettera aperta agli editori | Poesia 2.0)
Nel confessionale dell'editoria: il mea culpa di Marco Cassini e il penitenziagite di Giordano Tedoldi su minima et moralia.
Frequentare un corso [di editoria] con la possibilità di uno stage successivo è indispensabile purché si tratti di un corso serio. Le case editrici, infatti, vogliono subito metterti al lavoro, per averti operativo a tutti gli effetti, quindi un'infarinatura di base devi averla, ma ormai concluso il periodo di stage, se ci si dimostra bravi, si finisce quasi sempre nella schiera dei collaboratori a vita. Perché una casa editrice dovrebbe assumerti quando può tenerti per sempre offrendoti solo contratti a progetto miseri con minor tutele (spesso con obbligo di presenza in azienda come se si fosse assunti), collaborazioni esterne alla bisogna con tariffe bassissime e tempi massacranti o costringendoti ad aprire la p. iva (tra l'altro monomandataria, cosa anche questa illegale) per sostituire i dipendenti che manda in prepensionamento o che vanno in maternità o malattia? Tu rifiuti, dietro di te c'è la fila di aspiranti ansiosi e speranzosi che della piaga del precariato editoriale sa poco o niente (solo in pochi hanno il coraggio di parlarne). E poi c'è quella stramaledetta passione che ti fa sragionare e ti porta a trascurare la tua dignità e a farti andar bene situazioni che bene non vanno affatto... Dov'è la scelta, dove sono le opportunità di crescita? E, non mi fraintendete, non mi riferisco solo a case editrici piccole che faticano a restare in piedi, o solo a case editrici grandi fagocitanti: parlo praticamente di tutte o quasi (ovviamente se me ne indicate un paio a Milano che non fanno così ci mando subito il cv e le porto in trionfo per coraggio e onestà). Inoltre, se prima questo era un tipo di atteggiamento che si aveva solo per il lavoro di redazione, oggi il problema si sta spostando anche in altre aree del lavoro editoriale, dall'ufficio grafico a quello dei diritti, dall'ufficio stampa al marketing, dagli editor ai coordinatori, dalle segretarie e agli impiegati dell'amministrazione. Questo perché si ha un atteggiamento miope sul lungo periodo (formare un giovane bravo e tenerselo stretto per anni) in favore di un vantaggio sul breve periodo (abbattere i costi nell'immediato). Questo bisognerebbe dire fin da subito a chi si affaccia speranzoso al mondo dell'editoria: ti aspetta questo, sei davvero disposto a vivere un'esperienza del genere? In nome di cosa? Di un prestigio effimero?
C'è ancora chi ci crede | Operai dell'editoria unitevi!