Noi siamo adulti. Ci affacciamo alla finestra e siamo consapevoli del depauperamento delle energie del Pianeta, delle sue numerose bellezze, lo sgretolarsi dei suoi scogli d’intelligenza. Ho trascorso qualche ora a riflettere, per cercare di comprendere, poiché credo che la chiave necessaria, in questa vicenda, sia la comprensione. Aylan – mi piace adoperare il suo nome, quel fascio d’anima ha un’identità e l’identità sancisce l’esistenza terrena, reale – ha scosso tutti ed è indubbio che alcune foto, nella potenza della loro meschina realtà, raccontino la verità meglio di altre. È un’ovvietà che dinanzi all’orrore più grande, quello dell’uccisione dell’innocenza, i potenti debbano indignarsi e vendere delle risposte; è un’ovvietà che ciascuno guardi negli occhi i propri figli, i propri nipoti, e senta il cuore stringersi come una spugna e versare dolore come mai prima. Perché su quella spiaggia c’è l’Umanità tutta: ha due gambe, ha due braccia, il capo piccino, orecchie come un mignolo, le spalle troppo strette per sorreggere il peso della Storia. Non credo che mostrare serva a indurre il cambiamento, a rivoltare le coscienze nella tomba dell’indifferenza. Se si rivoltano, si girano forse dall’altro lato. E neppure voglio dire che il sacrificio di Aylan – immagino avesse paura del buio, e dei temporali, e del mare in burrasca, e credo che la sua mamma e il suo papà abbiano fatto ogni cosa possibile perché almeno nell’ultimo tratto della sua esistenza la paura non convivesse con la vita tenera della prima alba – ecco, il sacrificio di Aylan non credo sia stato vano. Qualche ingranaggio stantio, ignobile e intollerabile fino a qualche giorno fa, è stato scardinato, ma temo il domani, il futuro, il silenzio, le doglie di un altro parto e di un altro naufragio. Per questo provo orrore. Tutto ha una ragione, ha ormai palesato il Mondo, e di certo il corpo riverso come un ramoscello d’ulivo, dei più speranzosi, ha avuto e dovrà avere un senso. Altrimenti, ahimè, tutto questo sarà soltanto l’ennesima strumentalizzazione della morte, per noi che “viviamo sicuri nelle nostre tiepide case” e dormiamo senza incubi nei nostri letti. Tenere lo sguardo fisso sul corpo abbandonato dall’anima di Aylan – non amo l’espressione senza vita, la vita vince e ha vinto la morte – provoca un grande dolore, un dolore che sin d’ora non avevo mai provato e non avrei potuto comprendere in altre stagioni della mia esistenza. Ed è per questo che per ogni parola mi muovo cauta, come fosse un filo spinato attraverso cui passare nel tentativo vano di non riportare cicatrici. La cicatrice c’è già, ce ne sono, si moltiplicano. Sono segni di un’intenzione modesta di dare un contributo. Aylan avrà vinto se il suo microscopico dolore diventerà il macroscopico dolore di molti, condiviso, urlato; se le sue microscopiche mani diventeranno quelle dell’Europa intera, non suddivisa tra coloro che temono e coloro che fingono. Non si può temere un essere umano e non si può fingere di piangere un dolore. Avrà un senso il suo corpo disabitato, se abitato sarà il vasto continente europeo dal diritto, dalla tolleranza, dalla speranza, dall’uguaglianza e dalla diversità, come acqua fresca di una medesima fonte. Se abbiamo timore dei bambini, è perché con il loro puro sguardo svelano la nostra inumana condizione, lontana dalla Luce che ci ha creati. Toccare un bambino, far loro del male, è per noi stuprare la parte originaria di ciò siamo, il nostro principio e la nostra fine. Ecco l’orrore, l’orrore che anche nelle parole stringe la gola. Ma che serva questo orrore a rendere tutti noi meno ciechi. Ciechi, siamo ciechi come il Maestro Saramago ci ha insegnato, e nella nostra assenza di vista – spirituale, intellettiva, cognitiva – sta l’encomio della bestialità. Bestiali, quando ci voltiamo dall’altra parte; bestiali, quando approfittiamo della debolezza e fragilità di un altro; bestiali, quando il pane manca; bestiali quando i nostri istinti primari vengono soppressi. Diventiamo bestiali. Diventiamo bestiali quando la nostra sopravvivenza è minacciata e allora la sola comunicazione è quella violenta, quella del “mors tua vita mea”. E in questa bestialità, in questa regressione strutturale della nostra civiltà, delle nostre vite, nulla è più importante del mantenersi uomini, donne, savi, retti, rigettare ancora il male e accogliere il bene, la comunità, il perdono. Perché se avanti si vuol andare, bisogna comprendere e non soltanto mostrare un’immagine che sì, interroga le coscienze, ma non ha pareti né fondamenta solide su cui poggiarsi. Se dietro questa immagine costruiamo la consapevolezza che un popolo in marcia ha diritto a difendere la propria pace, che muoiono bambini come Aylan ogni giorno in Siria, e continuano a morire non soltanto in Siria, che molte bambine sono rapite e stuprate dai carnefici folli dell’Isis ogni giorno, che l’Africa è stata affamata da coloro che oggi dicono di aspettare migranti a braccia aperte, che la paura è il primo motore del male e che ogni regime si fonda sull’insensatezza dell’ordine, e nulla è nato dall’ordine, forse quell’immagine resterà nelle menti, come nella mia. E non verrà tirata giù dall’uragano della nostra quotidianità, fatta di conti, spese, piccole lamentele, drammi esistenziali importanti, ma non devastanti come la tortura, la fame, lo stupro, la povertà. Allora, se tutto questo fosse stato costruito dai media, dai cittadini, dall’editoria, dal mondo della cultura – e definisco tutto questo coscienza civile e storica, poiché di questo stiamo parlando – se tutto questo fosse stato costruito, vi assicuro che mostrare Aylan nella sua ultima veste non sarebbe stato necessario. Ma Aylan avrebbe potuto essere l’amore di ciascuno di noi. E se ciascuno di noi avesse preteso spiegazioni, avesse preteso dai giornalisti che raccontassero i fatti – da cosa scappano, da chi, chi ha voluto questa guerra, da quali ceneri è sorto l’Isis, chi è Assad, cos’è il fondamentalismo e cos’è l’Islam – se avessero informato i cittadini senza manipolarli, senza ascoltare il potere, ora non dovremmo aggrapparci all’ultima arma di sensibilizzazione di massa per convincere tutti noi ad alzare lo sguardo dal nostro 730. Informare significa fornire strumenti di comprensione e avere strumenti significa potersi difendere da chi oggi si dice scandalizzato ma ha taciuto per anni sulla più catastrofica guerra dell’ultimo decennio. Allora, Aylan li ha costretti a dover dare la risposta più sensata, quella che l’opinione pubblica devastata si aspettava: non si può più restare a guardare.
Mi sento a disagio verso tutte le altre vittime del mare, tutti gli altri bambini mai nati, cullati nel grembo materno, quelli di pochi mesi che ho visto in fila, nella calca disperata, tenuti in alto da padri e madri. Mi sento a disagio verso i siriani che sono rimasti nelle loro case inesistenti e quelli che combattono a Kobane affinché l’Isis non avanzi, e il passo da Kobane alla Turchia è molto breve. Mi sento a disagio nei confronti del continente africano, loro devono tornare a casa perché non sono davvero dei profughi. Ma le loro case sono devastate da Boko Haram e 19 paesi sono in guerra, non c’è futuro, hanno fame, quella vera che annebbia la vista e compromette qualsiasi capacità intellettiva. A me non serve un’immagine, io ho già tutto nel cuore. Quando scrivo, vedo. Quando vedo, mi commuovo. Mi sento a disagio perché non siamo all’altezza della Storia. Non lo siamo, lo siamo soltanto quando come per i cani qualcuno ci rimprovera mostrando i disastri che abbiamo procurato. La violenza di uno ha cause in qualcun altro e avrà conseguenze su qualcun altro. È la catena odiosa dell’incompiutezza umana, poiché in queste macerie mostriamo la nostra infantile coscienza. L’inverso è la chiave: la catena armoniosa dell’amore. L’amore di uno ha cause in un qualcun altro e avrà conseguenza su qualcun altro, infine sul Pianeta. Allora il microscopico diverrà macroscopico e il cambiamento potrà avere inizio. Ecco perché mostrare una foto senza corredarla di una riflessione rischia di fagocitare il senso dei fatti, poiché i fatti vanno ricostruiti come una storia, in cui l’incipit, lo svolgimento e il finale ci aiutano a comprendere la morale. Se così non fosse, resteremmo in balia di un dolore, di una sofferenza, che non ha ragione, fine, destinazione. Non possiamo fermare un popolo in marcia. Marciarono i neri, marciammo noi italiani, marciarono gli americani, marciammo per l’indipendenza e la libertà. E loro marceranno per gli stessi motivi e non si riposeranno finché non conquisteranno il diritto di vivere. Non faremmo lo stesso per i nostri figli? Per i nostri nipoti? Per noi stessi? Non faremmo lo stesso per acquisire quell’1% di possibilità di condurre una vita migliore? Rispondete con onestà. Quando salutiamo dal balcone i nostri cari, non ci domandiamo se li rivedremo ancora; diamo per scontato che ciò accadrà. L’uomo ha diritto di vivere secondo il proprio Sé e morire come l’anima suggerisce: nessuno di noi può arrogarsi l’uno o l’altro. Quanto siamo piccoli dinanzi alla bellezza rovinosa e irreversibile di un cielo limpido di stelle.
Aylan aveva tre anni. Aveva sete, piangeva di fame. Stringeva le sue piccole mani intorno al collo della mamma, l’albero maestro della sua vita. Per distrarlo dal viaggio, lei gli raccontò una storia, quella di un bambino bellissimo, con il suo stesso viso, lo stesso naso, le stesse guance, gli stessi occhi vivi di ilarità. La storia di un bambino che in Canada sarebbe diventato un ragazzo straordinario e sarebbe forse diventato un astronauta, per metter piede anche sulla Luna. Dissero una preghiera, lui le diede una carezza, lei un bacio, poi venne la paura che il mare, traditore dei più ignobili, diventasse il guanto armato dell’Europa. E le onde si sollevarono come macabri giudizi ai lati del gommone, e restò un abbraccio per ritrovarsi nell’unico volto che dà senso, nei giorni, al fiorire della Terra: l’amore. D’un tratto, tutto fu buio, bagnato, senza fiato, faticoso, affannato. Aylan fu inghiottito, così sua madre, che abbandonò il mare per il fondo, così il padre che in un istante tentò di salvare la sua famiglia e i suoi figli e sua moglie, e non annegare con il suo passato e il suo futuro. La tempesta cessò. Si fece giorno. Il mare quieto tornò a sdraiarsi e ritrarsi sulla rena. Con pace e in amore restò Aylan, per quieta compagnia.