Arte e architettura, un sodalizio tutto da vedere
In attesa del prossimo evento dedicato alla montagna (https://www.milanomontagna.it/), quest’oggi vogliamo darvi lo spunto per guardare con occhi diversi alcuni edifici degli anni Cinquanta, quando alcuni architetti illuminati, e non spinti dalla furia edificatrice, dialogarono in maniera originale con gli artisti.
Prendete, ad esempio, Via Canova. Al numero 7/a (progetto del 1958-1960) dovete alzare gli occhi: eleganti sottobalconi e inserti scultorei lungo le fasce marcapiano e verticali corredano l’abitazione opera di G. D. Belotti.
L’architetto non fa differenza fra affaccio principale (via Canova) e secondario (sulla linea ferroviaria Trenord), inserisce gli interventi scultorei su entrambi i lati. Opere di Gianfranco Pardi e Gino Cosentino, rispettivamente nell’atrio e nel giardino retrostante, ingentiliscono gli spazi dell’architettura, di stampo “brutalista”, per l’uso di cemento armato che prevale su altri materiali.
È proprio il cemento armato, in questo primo esempio, a essere utilizzato come materiale artistico. Belotti affiderà ai fratelli Pomodoro, Giò e Arnaldo, la decorazione dei sottobalconi. Si tratta di bassorilievi realizzati con la tecnica del calco e della gettata di cemento in fase di costruzione. Vedrete forme geometriche, da quelle più semplici a quelle più complesse, in un continuo gioco di luci e ombre e di elementi arcani o futuristici, tema saliente nella successiva produzione di Arnaldo Pomodoro.
Sempre in via Canova, ma al num. civico 15, C. Paccagnini, E. Bianchi, C. Magni intervengono in un altro piccolo lotto (1953), con affaccio principale sul parco. L’architettura si distingue perché l’intera superficie è ricoperta di tesserine di gres 2x2 cm bianche e verde acqua. In particolare, l’abitazione presenta due pannelli musivi opera di Roberto Crippa. Un pannello è collocato nell’ingresso e nella portineria
il secondo è sulla facciata, corre a livello del marciapiede.
A differenza dei bassorilievi di Pomodoro, che trattano il cemento armato come fosse filigrana, l’opera musiva di Crippa gioca con i colori e la geometria: su fondo bianco gli inserti neri, grigi, azzurri, rossi e gialli si inseguono e creano un pattern originale e futuristico.
Due anni prima, nel 1951, l’architetto M. Zanuso, aveva già proposto un intervento musivo (in fulget) sulla facciata dell’edificio per abitazioni in viale Gorizia 14-16. Sempre all’interno di quella ricerca sulla sintesi delle arti che caratterizza gli anni Cinquanta, l’architetto coinvolge l’artista Gianni Dova per la facciata principale (Domus, n. 267, febbraio 1952, pp. 2-3,61).
Quando si passeggia lungo la Darsena, e si arriva verso la fine, si intravede il palazzo, che si presenta con un disegno geometrico, una sorta di albero stilizzato che si inerpica dalla base alla cima. Le tonalità sono chiare, le linee spezzate, ma dai contorni netti, si allungano nella parte centrale dell’architettura, con brani anche sulle fasce laterali.
Che dirvi, alla prossima scoperta!






