Quadrelli e l’uomo: materia, spirito, conoscenza
È singolare che a trent’anni abbondanti dalla morte la figura di Rodolfo Quadrelli sopravviva quasi soltanto nella memoria e nell’opera di chi l’ha incrociato molto più che nelle sue opere, costrette a una dimenticanza grave benché ancora vive e capaci di parlare alla vita degli uomini. Singolare, senz’altro, ma in fondo in linea con la sua lezione, con i nodi esistenziali intorno ai quali egli ha consumato la propria avventura umana e intellettuale.
Milanese del 1939, insegnante di liceo, «avverso a ogni specialismo» – come fa dire di sé da una nota di copertina – è a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta che Quadrelli matura la propria azione intellettuale, con una critica letteraria e sociale originale e profonda, culminante nei libri Il linguaggio della poesia, che esce per Vallecchi nel 1969, e Filosofia delle parole e delle cose, pubblicato nel 1971 per la Rusconi di Alfredo Cattabiani. In mezzo, prima e dopo, una vasta attività pubblicistica – che lo vede tradurre e commentare autori come T.E. Hulme, Pound, T.S. Eliot o sul versante nostrano il Manzoni degli scritti filosofici e Giacomo Noventa – affiancata da una pratica in versi dagli esiti decisamente meno felici, benché apprezzata da lettori quali Geno Pampaloni e Vanni Scheiwiller, che ne fu anche editore.
Ma perché ci interessa parlarne ancora oggi? Intanto, per la profeticità impressionante che la produzione quadrelliana mostra sempre più con lo svolgersi del tempo; più ancora, per il metodo, la forma mentis, cui questa profeticità attinge. Spesso frainteso o estremizzato anche dai suoi estimatori in direzione reazionaria, Quadrelli è in realtà un moralista nel senso alto del termine, una figura di antimoderno che non ha in odio la modernità in sé, quanto piuttosto la forma mentis, la struttura culturale attuale dell’uomo. L’attacco della modernità alla vita umana, infatti, non ha secondo lui il semplice effetto di corrodere quei modi di buona vita che hanno fatto fiorire l’Europa, ma di sovvertire la stessa idea di umano rivelata all’uomo europeo dall’avvento e dalla maturazione del cattolicesimo. Si può anzi dire che la modernità stessa, o meglio i suoi frutti più venefici, siano per Quadrelli non tanto cause di tale dissolvimento, quanto effetti da ricondursi a un progressivo abbandono dell’uomo all’immoralità, intesa come sinonimo di non-realismo.
E proprio il legame tra morale e realismo è centrale per comprendere la sua lezione. Il primo dato cui egli fa riferimento, infatti, è la presenza della realtà come data, la sua materialità e la sua precedenza sul soggetto, perché è da tali evidenze che discendono il dover essere dell’uomo e quella suprema attività che è la sua indagine sul mondo:
«La filosofia deve partire da una situazione, come quella umana, che è apodittica; e suo compito è quello di riempirla di valore. Non l’investigazione dei mezzi o modi di conoscenza, ma l’offerta di ciò che merita la conoscenza le è possibile e desiderabile (Questioni filosofiche, in Filosofia delle parole e delle cose )».
A questa elementare sottomissione della ragione all’esperienza, dice Quadrelli, la modernità ha via via sostituito un atteggiamento elusivo verso l’inesorabilità dell’essere, fino a teorizzarlo e certificarlo con l’assurdità posta dal cogito cartesiano, il quale fa precedere l’atto del pensiero all’atto dell’esistere e ingaggia l’io in una guerra con la propria natura di cui non si intravede il termine. Infatti, pretendendo un io finito e autonomo (la res cogitans) di fronte a un mondo altrettanto finito e monadico (la res extensa), l’assunto di Cartesio fonda il soggetto sull’esercizio della volontà, negandone la natura data e relazionale. Ciò che è singolare, è che da tale affermazione irrealistica della volontà derivi un determinismo capace di annullare del tutto la materialità del mondo e annichilirne il valore. Perché si possa sostenere l’illusione di una volontà autonoma e creatrice, infatti, occorre svilire a mera apparenza l’aspetto sensibile dell’essere, fino a porre in dubbio le evidenze più elementari e negare all’uomo qualsiasi conoscenza certa di sé e delle cose:
«È notevole osservare che negando l’esistenza di Dio, la filosofia moderna da Cartesio a Kant, e oltre, finisce per negare all’uomo persino la conoscenza delle realtà più elementari: percezioni, apparenze (quasi larve) sono le cose che gli uomini vedono, toccano e pensano. Ciò di cui nessuno dubita è posto in dubbio, ancorché l’uomo comune non avverta alterato, per un mero mutamento del lessico, il rapporto che egli ha con le cose e che sente come indiscutibile (Questioni filosofiche)»
Non basta tuttavia mutare il lessico per minare il rapporto istintivo che l’uomo ha con l’essere; perciò un’azione che voglia confutare l’evidenza del mondo dovrà porne in dubbio la stessa materialità attraverso la mentalizzazione del soggetto conoscente. Se infatti la materialità può sembrare impossibile da negare, è senza dubbio più consequenziale il ridurla ad apparenza o costruzione mentale di un soggetto la cui unica certezza è il proprio pensiero. Per questo «tutta la filosofia moderna tende a negare il materiale e l’esterno per privilegiare il pensiero e l’interiore, perché si chiede come possano comunicare (e dispera rispondervi) due realtà così aliene (Questioni filosofiche)». È un’inversione del pensiero rivoluzionaria: non è per troppa materia, ma per troppa poca, che l’uomo moderno muore di inedia spirituale:
«Credono i più, sulla scorta della prosa giornalistica, che il processo accelerato verso la negazione di Dio, palese soprattutto nella filosofia implicita delle cose, derivi dal progressivo avvento del materialismo. Sappiano invece che la filosofia moderna è giunta alla negazione di Dio attraverso la negazione della materia (della «materia prima») e che lo “spiritualismo” piagnone o follemente metafisico dei discepoli di Gentile non ci consola affatto della perdita del mondo (L’antico e il moderno della filosofia, in Filosofia delle parole e delle cose)».
Il momento germinante di questo percorso di mentalizzazione della vita e della realtà è individuato da Quadrelli nell’ansia di purezza postulata dalla Riforma protestante e da molte delle risposte offerte dalla Controriforma:
«Oh, avessero gli spiritualisti ribadito che la lussuria è il peccato meno grave, nell’insuperabile gerarchia dantesca; e codesto «materialismo» ci consentirebbe più agevolmente di intendere la gloria di Colui che tutto muove che non lo «spiritualismo» dell’usura e dell’orgoglio, e dell’onore e del decoro meramente sociali! Ma l’identificazione del sesso con il peccato, da parte dei protestanti puritani e dei cattolici controriformisti, è andata di pari passo con la volatilizzazione del Mondo Creato e con la spiritualizzazione dell’attività umana, sulla quale cattolici e protestanti hanno da sempre riversato abbondanti incensamenti. Né giova ora riscattare l’“erotismo”, soprattutto se sono i preti a predicarlo; dal gran processo repressivo di tre secoli esce un atto doveroso e igienico, confortato da pillole e frequenti docce (L’antico e il moderno della filosofia )».
In questi termini, Cartesio e Kant altro non sono se non esecutori testamentari di una materia suicida, la quale nel tentativo di salvarsi e di salvare la propria autonomia si vede costretta a negare la propria consistenza e trasformarsi irrealisticamente in puro spirito. Ed è evidente che un oggetto al quale si neghi per statuto la propria oggettività, la propria insindacabile esistenza, non possa essere davvero conosciuto, ma solamente pensato:
«Ci si chiede: perché gli uomini non hanno conoscenza delle cose in sé? È dato rispondere: perché la loro conoscenza è soggettiva, dopo la rivoluzione «copernicana» operata da Kant, e resta soggettiva benché le categorie dell’intelletto siano oggettivamente vincolanti. Essendo soggettiva, partendo da un punto di vista che è dell’uomo, il vero oggetto delle cose, come realmente sono, sembra esserle negato (Questioni filosofiche )».
Ci ritroviamo ancora una volta di fronte a una singolarità: che quella che parrebbe un’opzione volontaria dell’intelletto, la negazione cioè dell’evidenza dell’essere, come ogni atto di negazione nullifica in realtà non solo l’oggetto che ne è investito, ma lo stesso soggetto che la compie. A questa negazione della materia, al suo dissolvimento in proiezione mentale, corrisponde infatti un analogo dissolvimento del soggetto, il quale perdendo l’evidenza dell’esterno, perde anche il proprio rapporto con esso e con sé, restando ingabbiato nella propria interiorità:
«Le domande a questo punto diventano più stringenti e più necessarie: è concepibile la conoscenza di un oggetto senza un soggetto che conosca, di un conosciuto senza conoscente? È forse una colpa essere soggetto? Si avverte in Kant lo spaventoso iato protestante tra uomo e Dio e poi tra uomo e mondo, e la finale chiusura dell’uomo nella prigione dell’io, che dietro le sbarre sente meramente l’esigenza di essere fuori verso il mondo e verso Dio (Questioni filosofiche )».
È la situazione dell’Animula eliotiana, che all’anima semplicetta di Dante desiderosa del mondo oppone l’anima moderna, incerta di sé e delle cose tanto da crescere «irresoluta ed egoista, deforme, zoppa, / incapace di avanzare o ritrarsi: / temendo la calda realtà, il bene offerto / negando l’importunità del sangue, / ombra delle sue ombre, spettro nella sua tenebra». Un’anima, come tante di noi nei secoli e più oggi, che non riconoscendo nelle circostanze date un fattore essenziale del proprio sviluppo, nell’estremo tentativo di difendersene rimane informe, ingabbiata in un io asfittico e insopportabile a se stesso, chiusa in una «pura interiorità» che la condanna alla «pura inesistenza (Cattolicesimo e protestantesimo, in Filosofia delle parole e delle cose)».
(Pubblicato su “La Croce”, 15 settembre 2015)