Degli antichi e dei moderni: Quadrelli e la tradizione come tempo del futuro
La legge dei grandi classici, si sa, è di trapassare le contingenze storiche parlando a epoche e latitudini diverse. Ma se già in arte è raro – che attraversando le contingenze si arrivi a trapassare le contingenze e la storia fino a cogliere il permanente – ancor più raro è che ciò accada nel pensiero, tanto più da quando lo storicismo si è imposto, tramutando la storia privata e quella universale da una trasmissione di esperienze in una sequenza di fatti aridi e legati deduttivamente a posteriori.
Forse proprio per questa sua avversione allo storicismo come metodo, la lezione di Rodolfo Quadrelli (1939-1984) è invece uno di quei rari casi in cui la legge dei classici riemerge, aiutandoci a dialogare con il passato e il presente come se ognuno degli interlocutori chiamati in casa fosse vivo e vegeto con noi nella nostra stanza. Contrariamente al metodo storicista, infatti, Quadrelli non tenta mai di spiegare il passato, ma mira invece a intenderlo e, nel caso, a contenderlo. Con il passato, cioè, ci discute, ci litiga, ci viene alle mani, se occorre, ma sempre dandogli piena legittimità e dignità, riconoscendolo come dato. Diversamente, lo storicismo – come tutte le perversioni delle discipline umanistiche dettate dalla rincorsa idiota al metodo scientifico – marginalizza, edulcora o rinnega ogni fatto intellettuale che non rientri nello schema teoretico dominante qui e ora attraverso due modalità principali: la monumentalizzazione, per cui davanti a una cattedrale ci si inchina per la sua grandezza, purché non interroghi la nostra vita; o la fabulizzazione, che rende ogni raggiungimento intellettuale, morale o pratico sempre pregiudicato come superato o da superarsi.
In questi due atteggiamenti, nel secondo soprattutto, sta la radice dell’opposizione concettuale tra antico e moderno; un’opposizione che vediamo riproporsi oggi in tanto dibattito pubblico – dai temi etici e sociali a quelli economici e di politica del lavoro – e che secondo Quadrelli è già in sé un prodotto della modernità:
«Tra antico e moderno non c’è un’antica contesa, perché il rapporto stesso tra i due termini è moderno. Il primo termine, l’antico, stabilisce un passato irrimediabile, e non più contemporaneo, quando l’altro prende coscienza di sé e divide il tempo. È ormai destino che la filosofia trasformata in storia sostituisca questo rapporto all’altro (apparentemente eterno) tra soggetto e oggetto. Per il moderno l’antico è qualche cosa di affine alla verità, da quando la filosofia critica, partita dalla confutazione degli errori popolari degli antichi, ha finito per fare del passato il suo oggetto stesso. Da allora la negazione è l’operazione esclusiva della filosofia (L’antico e il moderno della filosofia, in Filosofia delle parole e delle cose)».
E quando al confronto con il passato non viene offerta la possibilità di recuperare un bene per il presente, il presente chiede per legittimarsi di farsi superiore: così «i predecessori devono fare la parte degli ingenui, ed è la categoria dell’ingenuità più che non quella dell’errore che fa di essi, per la prima volta, gli “antichi” (L’antico e il moderno della filosofia)». Ricondotto tutto il passato alla categoria dell’ingenuità, la scelta non è più così riferita al vero, ma a ciò che, essendo culturalmente à la page, appare più vero: «Non si sceglie più tra verità ed errore da quando esiste l’antico e il moderno. Si è moderni (L’antico e il moderno della filosofia)».
Appare qui la pericolosità della pretesa storicista, quella che Quadrelli definisce «l’empietà di finire la storia con sé (L’allegoria della poesia e l’allegoria di Dante, in Il linguaggio della poesia)». È infatti proprio questa pretesa, dettata dall’«ignoranza integrale delle regole del tempo (La tradizione e la storia, in Il linguaggio della poesia)», a fare sì che il presente sia «ad ogni istante sopraffatto dal futuro» e che «anche il passato rivissuto dal presente (Poesia contemporanea o contemporaneità della poesia, in Il linguaggio della poesia)» subisca la medesima sorte:
«La parola “fine” nella storia scritta dallo storico, è quella che, invece di segnare un nuovo principio, dimentica il proprio principio, e può soltanto supporre il futuro, dopo aver fatto di tutto per distruggerlo (L’allegoria della poesia e l’allegoria di Dante)».
Si inserisce in quest’alveo il discorso di Quadrelli sulla tradizione. Egli è infatti convinto che la cultura altro non sia se non il complesso delle espressioni e dei modi di vita di un popolo e che tali espressioni e tali modi siano costantemente e naturalmente soggetti al rischio di cristallizzarsi e divenire lettera morta, a meno che non vengano continuamente rivissuti e riconquistati. Da questa angolatura, una delle conseguenze più nefaste dello storicismo è l’indebolimento della categoria del possibile, soppiantata dalla più utilitaristica concezione del probabile.
Si tratta, ancora una volta, di un’opzione culturale che sottende la perdita del nesso tra realtà e trascendenza ed è da questa concezione finita dell’istante e della circostanza che vi si incarna che deriva quel necessario scivolamento nell’«archeologia» e nell’«utilitarismo» avversati in pari modo da Quadrelli (La tradizione e la storia). Se egli sottolinea infatti che «l’attenzione al futuro anziché all’eterno, e la frequente identificazione tra i due, è l’ideologia del rivoluzionario (Il possibile e il probabile)», del pari non può non rilevare come «l’opposta identificazione, quella tra passato ed eterno, è propria del reazionario, e non è meno errata (Il possibile e il probabile)». Quadrelli, infatti, non difende mai la tradizione come luogo di rifugio dal corso della storia. L’esperienza di tradizione da lui descritta è al contrario fondata sulla difesa e la valorizzazione strenua di due aspetti, il futuro e il possibile, che nell’uso abituale del termine sembrano piuttosto opporvisi.
È la vita che desidera tramandarsi, il vero motore della tradizione. Ed è perciò che, molto più che farsi dediti alla «salvezza dei monumenti», occorre salvare «quello spirito che permetta di ricrearne analoghi nel futuro (La tradizione e la storia)»: un argomento, questo, che resta ancora oggi «il più difficile da intendere per i difensori della tradizione (La tradizione e la storia)».
Si delinea in questa definizione la distanza che separa la tradizione dal tradizionalismo e dalle «istanze che furono contrapposte al determinismo ottocentesco», le quali attribuiscono l’oggettività soltanto ai dati storici del passato. «In verità», obietta Quadrelli, «questi dati non sono altro che mere possibilità fra le altre, e talora persino più sfornite di realtà di quelle che non si sono mai realizzate; perché talune possibilità che si sono realizzate non avranno seguito ovvero tradizione, altre che invece non sono mai state, aspettano solo il futuro per averne una. Le prime, l’abbiamo già detto, hanno la realtà della morte, le seconde le possibilità della vita. Quali, dunque, le più reali? (La tradizione e la storia)»
(Pubblicato su “La Croce”, 23 settembre 2015)










