Le Nazioni delle Piante
Legata alla XXII Esposizione internazionale della Triennale di Milano: “Broken Nature: Design takes on human survival”, è rimasta aperta fino allo scorso settembre anche la mostra “La nazione delle piante” curata da Stefano Mancuso (una delle massime autorità nel campo della biologia vegetale). Il percorso espositivo proponeva agli umani della cosiddetta era dell’Antropecene, minacciata da catastrofi incombenti, una presa di coscienza a partire dal dato che la biomassa del pianeta Terra resta a tutt’oggi costituita solo per il 3% da animali, compresa la specie umana, mentre i vegetali superano l’80%. È alle piante che dovremmo guardare, dato che esistono da più tempo di noi, e hanno sviluppato soluzioni efficienti e non predatorie degli ecosistemi in cui vivono. Sfatato il mito dell’immobilità del regno vegetale, Mancuso mostrava poi come le piante abbiano colonizzato il mondo, portando la vita su isole sterili e in luoghi inaccessibili e inospitali.
Tutte le tavole sono state tratte da: L. Figuier, Storia delle piante, 3. ed. italiana con 502 incisioni disegnate dal vero da Faguet e numerose note ed aggiunte, Milano, Treves, 1882
Proprio in merito all’accelerazione umana di questo processo, un’altra sezione della Triennale evidenziava tuttavia gli esiti potenzialmente negativi. All’inizio del XX secolo, alcuni ricercatori, dopo aver fallito nel tentativo di utilizzare il fiore del loto come risorsa alimentare, abbandonarono diversi esemplari di Nelumbo nucifera nel bacino fluviale del Mincio, vicino a Mantova. Nell’arco di un centinaio di anni, anche in virtù del riscaldamento climatico, la pianta ha completamente invaso l’ecosistema locale, diventando, malgrado il piacevole aspetto, che ne ha fatto un’attrazione turistica, una seria minaccia per la biodiversità del fiume.
È invece notizia di poche settimane fa il blitz ecologico organizzato da Legambiente nel bosco di Riazzolo, che si estende nel milanese fra i comuni di Cisliano, Albairate e Corbetta e che, assieme al Bosco di Cusago, è tutto ciò che resta nel Parco Sud, delle foreste che ricoprivano, un tempo, la Pianura Padana. Obiettivo era quello di trovare e catalogare le specie “aliene” che prosperano in questo bosco antico. Piante infestanti importate come il ciliegio tardivo americano e l’albero del paradiso, originario della Cina stanno infatti mettendo in pericolo la diffusione di querce, carpini, aceri e ontani, noccioli, viburni. Specie cantate anche da Virgilio nelle Bucoliche.
Senza soluzione di continuità la descrizione dei boschi della Penisola fatta dagli autori latini si salda in effetti con le specie ricordate come tipiche da uno dei primi trattati delle neonate Scienze forestali in lingua italiana: Nozioni elementari sui boschi ad uso degl'impiegati de' boschi di Giuseppe Guatieri …, Milano, dalla Stamperia reale, 1812.
Se un botanico è comunque in grado di individuare le complesse relazioni che regolano, secondo dinamiche di mutualismo e simbiosi, l’ecosistema vegetale costituito dalla foresta, un profano è più propenso a operare delle distinzioni in termini di paesaggio. Per cogliere la differenza nell’approccio non è necessario viaggiare intorno al mondo: a chi dalla Val Venosta, diretto al Passo del Maloja, transita nell’Engadina attraverso il Parco nazionale svizzero, il più vecchio del continente istituito nel 1914, risalta in modo sorprendente il contrasto tra gli ordinati boschi di conifere dell’Alto Adige e della Val Monastero rispetto al caos vegetale del Parco. A qualsiasi latitudine l’Urwald è più simile alla foresta di Fangorn descritta da Tolkien ne Il signore degli anelli che al giardino dell’Eden!
Al di là delle impressioni estetiche, uno studio recente (M. Agnoletti, Storia del bosco. Il paesaggio forestale italiano, Bari, Roma, Laterza, 2018) afferma peraltro che, almeno per l’Italia, la qualità del paesaggio non aumenta in modo proporzionale alla superficie boscata, ma che, al contrario, oltre certi limiti, ciò porta spesso a fenomeni di degrado. Il lento intervento dell’uomo nel corso dei secoli ha comportato infatti una biodiversità connessa alle modalità di utilizzo del bosco, contribuendo alla complessità del paesaggio medesimo, che può essere osservata a diversi livelli. In primo luogo per la diversità degli spazi che si intercalano alla copertura arborea, dovuti alla presenza di aree coltivate e pascoli, sia in forma di pascoli arborati che di pascoli nudi. “Queste erano un tempo le forme più diffuse di paesaggio che caratterizzavano la penisola, in tutti gli ambienti geografici e le diverse fasce altitudinali. La varietà del paesaggio oggi si è molto ridotta: boschi compatti e omogenei, per due terzi non coltivati, occupano ormai tutta la montagna e gran parte delle colline, essendosi ormai interrotta l'integrazione con le attività agricole e pastorali, salvo in Sardegna, uno dei paesaggi silvo-pastorali più importanti d'Europa. [ibidem, p. XII]”
Una biodiversità controllata sembra oggi più che mai urgente rispetto ai cambiamenti del clima. Ricorre in questi giorni infatti l’anno dall’evento climatico estremo che, a fine ottobre 2018, tra Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, portò alla devastazione di decine di migliaia di ettari di bosco (tra i 15 e i 20 milioni di piante abbattute), conosciuto con il nome di tempesta Vaia.
Senza farsi illusioni: nessuna foresta avrebbe resistito a venti a quella velocità, la mole delle distruzioni indica tuttavia l’abbandono dei principi della silvicoltura ecosistemica a favore dello sfruttamento industriale del bosco: conifere d’alto fusto piantate come un campo di granturco, dimenticando principi già codificati nel 1826: “Nelle situazioni boscose maggiormente soggette all’assalto dei venti gagliardi non si coltiveranno le specie delle piante guernite di poche o deboli radici, ovvero in loro associazione si propagheranno eziandio altre piante a robusta radice e adatte a rendere vani gli assalti de’medesimi [Osservazioni sopra i mezzi di conservare i boschi mediante la regolarita dei tagli di Gio. Battista Sartorelli …, Milano, per Giovanni Silvestri, 1826, p. 184]”.
Alberi e foreste si sono evoluti per migliaia di anni in simbiosi con l’uomo per essere in grado di avere la massima funzionalità in equlibrio con l’ambiente, garantendo la produzione ma anche la massima resistenza alle perturbazioni esterne. I boschi grandi e antichi mantengono alta biodiversità e resilienza, mentre i “boschi fragili” rivelano anzitutto una crisi culturale.













