Sostenere lo sguardo non è facile, ma lo fa, con la devozione di un compito assegnato dall'alto, in secondi fin troppo densi in cui a malapena respira; la sua espressione di brusco sospetto diventa un broncio cupo e tetro; ha i capelli sciolti sparsi e vagamente disordinati attorno al volto, le finiscono in faccia e sulle guance in riccioli ben più che disordinati. Sonda e indaga pure lei, senza curarsi di risultare pesante o indiscreta, dimenticandosi le macchine, il cielo lattiginoso e grigio e l'asfalto bagnato, fino a che l'uomo non inizia a cantare; esprime tutta la sua perplessità in una svirgolata delle sopracciglie - sempre verso il basso, sempre più verso il basso e si fa appena indietro con il busto, premendosi contro lo stipite della porta dietro di sè e stringendosi nelle spalle ossute sotto la felpa sbiadita. La linea della mandibola è così rigida che lo stacco con la gola, sottile, dalle venature bluastre in rilievo, è evidente; tutto, in lei, sa di tensione. Un vago tremolio delle spalle si spande fino al petto e si allunga le maniche della felpa fin al di là delle dita, afferrandone e tirandone la stoffa come una mocciosa. Ascolta, in silenzio di tomba, senza cantare di rimando nè riuscire ad aprire la bocca in alcuna maniera, e passa dalla canzone al caffè senza soluzione di continuità, e non abbassa nemmeno lo sguardo verso il bicchiere come se il suo unico scopo fosse leggere il labiale; solo alla fine si degna, sempre a fatica, di parlare. La voce rimane bassa - ma è fondamentalmente la stessa ad averla messa nei guai, con la radio, i discorsi e tutto quello con cui la SCF l'ha ricondotta alla Gifted Alliance. Prima di parlare boccheggia, come se, dopo quella domanda insensata, facesse fatica:
“Non posso berlo.”
Rifiuta, non categoricamente e con una certa difficoltà, qualcosa a cui prima era abituata:
“È alcoolico.”
Spiega, prima di recitare, a memoria e a macchinetta, qualcosa di ingurgitato precedentemente e che deve pronunciare per forza, altrimenti soffoca:
“Da uno a tre anni di reclusione per possesso, consumo di bevande alcooliche. Da uno a tre anni di reclusione per vendita, o fornitura di bevande alcoliche a mutante.”
Gli rigetta contro l'accusa che potrebbe venir rivolta a lei, a lui, alla stessa maniera compita dell'interrogazione scolastica. Cerca di sbuffare via il peso sul petto con un sospiro e un paio di parole più naturali:
“E mi manca solo di finire decapitata...”
Una battuta che esce fuori in maniera più macabra che allegra o anche solo furbesca. Allunga la mano sul bicchiere ma senza prenderlo, senza stringere le dita attorno - solo per sentirne il calore, probabilmente; strattona però all'ultimo gli occhi su di lui a quel bentornata che rimbomba, e sconquassa, e la fa barcollare ancora. Prova a sorridere, ma è un tentativo assai maldestro:
“Sono sempre stata qui.”
Irroato di un certo, vivo, autentico, credito, estima in silenzio per qualche momento l'abbigliare dell'altra. Lo sgomento altrui, quell'altalena di scossoni emozionali, non impediscono lui di enumerare gli Shorts e la T-Shirt chiazzata di Sangue, rilegando i bagliori di riflesso del bitume e della piastrata del marciapiede a sfocati aloni di contorno. Adotta, quasi, quella affannosa, ostica, invisa asperità con la quale l'altra resiste, dedita, a stagliare lo sguardo, di ferro rugginoso sotto un cielo in panne, dato alla macchia. E di certo non è scalfitura o anche solo importuna, vaga, cancrena, quella che emette sotto l'occhieggiare rifratto dell'altra, privando quel pungolo d'invadenza di ogni colore differente dalla stortura o dall'inadeguatezza. Esprime agio, e non erutta indignazione, tutt'altro. Le smeraldine, sfaldate di bruciature a imperniare il cuore sfavillante coronato dalle sclere, paiono intaccare il profilo dell'altra, quando sembra vagliare soffocoamento, con quel movimento posteriore, grossolano, steccato, irrigidito dallo spandersi delle scapole sotto il felpone. Piccole, riarse, reazioni del tessuto, fanno intendere quell'antefatto d'esiziale serrata di lei. Incarna quella spigliata, pedante, legnosa, rigidezza della mandibola. E' come se fosse pronta a scoppiare in mille pezzi. Lo intende, in qualche modo rasenta un'empatia inequivocabilmente risibile, sotto il panneggiare dei tratti, che sembra quasi affinarsi un pelo, senza eccesso, a costringere, di volontà, silente affissione d'affinità. Inchioda anche sulla maniera in cui il labiale viene brandito, quasi eviscerato, dall'altrui cipiglio espressivo, voltaico, irrequieto. Accosta anche tremenda e verace comprensione, a quel sollazzato travaglio della Voce dell'altra. Non è chiaro se sfondi quella disinibita angoscia di fomentarlo, quello strido, ma di certo non rimane a scalfire la superficie di quell'apparenza innegabilmente corrotta dalla permanenza in Sandman. Ascolta, valente, spolvera lustro per ogni singola emissione vocale dell'altra, a trattare ogni parola di lei, inconsciamente, o forse radicalmente deliberante, come oro colato, a spronare di sottinteso, indiretto, il fatto che quella Voce non debba venir sfasciata da un illusione, come quella reclusione che porta sulle spalle. Non lo disegna pratico, amalgama la maniera dietro al clangore esorbitante, astrale, della franchezza, senza distorsione. Col rifiuto, annuisce, inspira gonfiando appena il torace, la lingua si passa sulla dentatura, bocca chiusa, pare accigliato, non infastidito da quel remore, semmai avverso al sistema che l'ha generato. Alza la destra, sorseggia giusto un poco di quella cremosa calura, centellinando anche quella singola, defilata, gestura, con la quale le dita di lei vanno a raggomitolarsi attorno alla greve trama plastificata del boccale. Lascia che un sollievo mentale venga solo abozzato dal sorbire del Bolena, che dunque, come nulla fosse, lancia in aria, dietro la spalla mancina. Il bicchiere vola e scoppia acquoso, sordo, sul marciapiede, ricoprendo il granitico crepato smottare della piastrata pedonale di una svampata di fumo, di un colore vivace, che non ha bisogno di luce per ardere, in silenzio. Accenna un moto di vivida aderenza, d'elogio, giù per il cratere d'altofuoco che è lo sguardo, allargando quella scintilla in un moto dei tratti che è un copioso sorriso, sul finale. Dunque, sempre in silenzio, dal nulla, andrebbe ad allungare la destra verso l'altra, palmo all'insù, una chiara mozione che non estromette di finalità, e anzi. Qualora l'altra prenda, quella mano, la tirerebbe a se, quasi sottovoce, senza flemma, con forgiata, solenne, delicatezza, per prenderla in vita e ricercare, eventualmente, la credenza d'un abbraccio, costruito con determinante, frugale, continenza. Non c'è uno spoglio malizioso, di fondo, è semmai un gesto naturale, quasi assordante in quell'opulenza disinvolta con cui viene solo ipotizzato, incondizionale.
Anche il farsi guardare, attività che probabilmente prima enumerava tra le sue preferite, sembra farsi angosciante, e probabilmente vorrebbe chiudersi - e ne è umiliata, forse, per questo si schernisce con un sorrisetto vago che sa di scuse, mentre sbatte le palpebre e si fa vagamente più indietro, stornando dallo sguardo di lui con un gesto della testa di lato, manco pesasse troppo sul collo sottile, anche se per poco - non è certo facile fuggire come pensava. E quando ricollega, e quando torna con la mente e la memoria fatta a brandelli alla notte prima, gli occhi celesti si tingono di una nuova e confusa interrogatività:
“Ieri eri lì.”
Mormora, come dimenticando il punto di domanda:
“Ieri eri lì.”
Ripete, la voce appena leggermente più chiara, a rafforzare un concetto senza non fare altro che ripetere le ultime tre parole. Il perchè rimane completamente sottinteso nella piega che prendono le sue sopracciglia e le sue labbra mentre tira indietro la testa, cerca di sollevare il mento in una posizione che si fa un po' più fiera, sull'attenti - da soldato. Le braccia che si stringono scivolano fino ad arrivare con le mani sul grembo, le spalle incurvate si estendono all'infuori, gonfia lo sterno ossuto in un respiro ed in un istante è come se lo volesse affrontare - o attendesse un ordine - salvo poi rimanere sempre perplessa dalla sua scelta di bere il caffè. Guarda il movimento della mandibola e della testa - lo sbircia quasi- e lo spia, come per osservare una reazione che la lascia di nuovo sorpresa: la parabola del bicchiere che impatta sul marciapiede la fa trasalire e si potrebbe giurare che forse è di paura, come qualsiasi animale selvatico ad un movimento, un suono improvviso all'interno del suo ambiente naturale. Guarda lui e guarda il bicchiere, e viceversa, un paio di volte e ricorda, di nuovo, con difficoltà:
“Temo di non poterci stare più vicino a Dio, con queste premesse...”
Si scusa, riaprendogli gli occhi addosso, arronzando un sorriso meno convinto, tra il dolciastro e l'amaro.
“Ti metterò nei guai.”
Termina, con una sicurezza feroce che più che di avvertimento, sa di minaccia: difatti la sibila, per forza di cose, tra i denti - suo malgrado. È al vederne la mano che si ferma, comunque, ed emette un sospiro che più che perplesso sa già di resa, anche se niente affatto mansueta. La prende, forse sapendo già ciò che avverrà, e si fa stringere. È sottile, ha le ossa sporgenti e più che tremare, vibra. Ma stringe di rimando affondando nel petto dell'uomo e cercando di afferrare gli orli della sua giacca di alta sartoria, chiudendoci le mani piccole attorno in una morsa febbrile, traendo i singulti non dalle lacrime, ma dalla rabbia.
Non percepisce del tutto il sentore di patema e apprensione dei quali l'altra si pervade, in quel forzoso epilogo di strettoia, più che notabile. Ma delibera un acume di sblocco, nel merito di quel fumoso diradare, al punto imploso, al punto esagitato e scintillante, in quel rigo incipiente, caratteristico, dello spirito dell'altra. Mancata contingenza, nel bene o nel male. A quel vago sorrisetto di scuse, sul quale campeggia l'osceno partito della sconfitta, dello smacco, incastra una parziale negazione, col capo di lei che ondeggia di lato, come se quella sensazione di potenza venisse crepata, usurata, scagionata malamente, dal gesto di penitente fardello con il quale perde contatto col salmastro del Mare di lei. Il cranio segue il movimento solo tendenzioso di stazzatura, come se il colpo d'accetta che è lo stato di lei non avesse sfibrato il ciocco tiglioso e sgraziato che è lui. Al mormorio, sontuoso di terno, dispiega la bocca in una più satura, fulgida, fertile conodotta. Annuisce una volta, anche al candore aggiuntivo della ripetizione. Fa silenzio, inquadrando con una portante intelaiatura espressiva l'impettire e lo scagliarsi dell'animo su per le pieghe dello stato fisico di lei, che compone splendore sinfonico in quel tentone di palingenesi e ritorno. Arido, quasi avido, fionda la mirata a crogiolarsi di quell'estasi di rinascita che va a scomporne l'irriconoscibile guscio presente. Annuisce, più vistoso, un paio di volte. Padroneggia, col tono della voce appena abbassato, la maniera in cui lei spiegazza quell'impalare cosciente, la nodale prepotenza con la quale discerne l'artificio e ritorna, lineare, entro il tenore e l'indisciplina tipici:
“Anche tu”
Prima di bere quel Caffè, e ridonda, sempre litografico nel proferire:
“Anche tu”
Dopo il ciocco per il quale l'istinto dell'altra salta, palpita di sussurro, perchè si, c'era anche lei, quella lei sulla quale impernia graffiatura ed elevazione, quasi ponesse un tangibile piedistallo al fattore di risvolto, conseguente, di quelle parole. Semplice e assoluto. Cerca di mettere ordine senza smaltire voce, parole, all'eccesso. Racconta una parabola con fare felpato, ad esaltare il risuono di ogni singola mozione, di ogni singola echeggiante vista sull'altra. Su Dio, scema quella trazione madornale, per lasciare giusto un angolo al favore teorico d'una frazione di voce, e alle scuse, ancora ricusa e contende l'affermazione, strigliando le verdine, quasi sintomatiche di quello smantellare che sa di vano lanciato dall'altra:
“...beh Mezzo Metro...”
Più o meno la distanza che li separa:
“...è già un traguardo.”
Sciorina, plisettando con l'incavo scartare della Voce una stentorea e nitida Ironia, che svaria anche in note d'Auto-Ironia, a non donare connotato di sorta, partigianeria, a quel concetto abusato e strattonato. Dio per l'appunto. Si eleva come tale, ampolloso di boria divertita, ma mai lontana, disallineata, eccessiva, incontenibile, come tendesse ad attutire ogni spigolo in grado di squilibrare presentimento e cognizione della Mutante che affronta. Sorride, a quell'affermazione, decisamente convinto, faccia di bronzo da prendere a schiaffi, atto a rilegare al buio il Dolce e l'Amaro del gesto dell'altra, appena anteriore, a renderli inconsistenti privandoli di qualsivoglia reale dimensione. Non avversione, semmai crisi e flessione, ad un ritmo che d'incalzante ha solo il timbro di meticolosa dedizione con la quale sprigiona il volerla trascinare fuori dal baratro, poco alla volta, tanto alla volta. Non replica subito a quella bestiale baldanza terminale di lei. La stringe. In qualche sorta la incastona, la coinvolge. L'altezza differente imperiosa si fa strada mano a mano che il braccio la tira a se, senza strappi e senza tironi. Il palmo della mancina va a calcare, inopinato ma non estemporaneo o inopportuno, la mezza schiena dell'altra, che sotto al tocco screpita, come la brace prima di morire, pronta a un incendio ancora più grande, pronta a mangiare ossigeno e convenzione tipica del legno in istanti, se appena rigirata. Finisce a ravvolgerla, quella schiena, massaggiando flebile, coerente di snatura che definisce riferimento, quello perduto, forse, da lei. La destra, se permesso, andrebbe a insinuarsi, senza stacchi, senza filtri, di foga, poco alla volta, su per il baruffare concitato del crine di lei, fino a paventare le radici di quegli steli spiegazzati, per ingolfarne la capigliatura nel gesto di grattarle piano il cranio posteriore. Il mento, che dapprima va poggiandosi sul capo di lei, si reclina. Il naso slarga un'inspirare il profumo di lei. Come a sventrare i tentativi d'un'autorità malata di uniformarla al resto. Parla con le labbra che scuotono un poco quel contatto, cita, in uno smembrare vocale che è solo di lei:
”I Guai, Signorina Romanoff, i Guai tornano Sempre...”
Sfuma, come a dire che non è di certo lei, il vero guaio, nella sua esistenza. La culla, lasciandosi artigliare.














