Le scolaresche mi fanno allegria e al tempo stesso mi danno conforto perché mi regalano il senso del tempo che passa. L'altra sera, mentre tornavo a casa con l'autobus, ne è salita una sulla mia stessa carovana. Non saprei dire se fossero liceali: qualche maschio qua e là, dal baffo appannato, e prevalentemente ragazze, già rodate, vispe, squillanti. Ascoltavo la voce di un ragazzo. Lo vedevo a tratti tra le trecce ingombranti di una perfettina rimbeccante e una nipote di Asia Argento con quell'aria da sfascia-macchine e lo sguardo perso nei suoi vuoti cosmici. Sono stato catturato da quella voce ibrida, ancora irrisolta, certamente non appartenente ad un uomo ma neanche troppo innocente. Un suono distorto, sbagliato, a tratti appositamente rimasterizzato e studiato... forse per migliorare gli effetti delle proprie parole, chiamate a stupire ma che non stupiscono chi le ha già sentite... ancora troppo poco segnate, ancora incapaci di modulare i propri guizzi, ancora in preda ad incontrollabili punti esclamativi e in cerca di frequenze stabili sulle quali appostarsi. Si è schiarito la voce ad un certo punto, come a volerla condire di un'amarezza sardonica, concedendosi qualche strappo poderoso, qualche momento di sarcasmo fiero, che non stonava poi così tanto con il jeans sudicio e le ginocchia a vista. Ho incrociato in un incidente mortale la sfrontatezza del suo sguardo, petrolio ancora monotono ma allo stato puro, quando una frenata ha inceppato d'improvviso l'inadeguatezza del suo gesticolìo e interrotto per un attimo la riproduzione di ciò che voleva. Ci ho visto quell'ingestibilità che mi è familiare, quella che vuole mordere il silenzio come una bestemmia in una domenica solenne, che vuole pogare con la ragionevolezza mite di chi è chiamato ad insegnare. Di chi spesso rimane spiazzato di fronte al desiderio di lasciar trasparire ciò che veramente pensa o può aver capito dalla vita - da trasmettere quasi fosse un legato particolarmente sentito, un lascito di consapevolezza - e di chi rimane inerme e con audacia repressa risponde ciò che è richiesto dal genitorialmente corretto. Ho riconosciuto quella sfrontatezza che di fronte agli altri copre ancora la sua nudità, perché non ne conosce la potenza, non ne controlla la velocità, non sa colmare lo scarto con la realtà delle cose. Mi sono ricordato della mia. E alla fine - grato - gli ho regalato il mio sorriso più onesto.