Ho pensato di creare una playlist legata alla fanfiction "Scomparso" e tutti i capitoli separati (mi diverte scegliere le canzoni a seconda del loro testo). https://archiveofourown.org/works/16591724?view_full_work=true
Qui di seguito una delle canzoni e la sua traduzione in inglese. Sul fondo invece la playlist con tutte le altre canzoni (pian piano le inserirò tutte).
"Two Drifters"
I feel like I've wandered into a strange country
Everyone speaks in the language of embellished lies
With no one to hold my hand
I'm struggling to find you
On the news of someone who has died
The kind people wept
At the sight of someone who crawled to live
They clucked their tongues
Where am I now?
I want to breathe with you
I want to swim through this world with you
Till we drift to some place faraway
Till we can laugh in a world we've never seen
If I could just hold hands only with you
If I could just endure the nights only with you
Even if there's nothing to believe in
Even if we're no more than two lonely things
I feel like I've been thrown out into the empty outer space
I got insensible to my surroundings
Like a baby whose umbilical cord has been cut
I'm biting at the loneliness I just learned
The tragedy that took place across the sea
People showed mercy to and sympathized with
And yet, they can hurt someone who speaks the same language
How can they laugh at that?
How can they say that they are “alive” ?
No one can live alone
No one can bear the weight of grief alone
Shivering in the freezing building wind
Exhaling to warm my numb heart
If I could be a little kinder than
I am now If I were not afraid to connect with someone
Uhm, non è esattamente come me l’avevo immaginato, però poteva venirmi anche peggio XD
L’illustrazione è riferita al capitolo 11 della fan fiction “Scomparso” https://archiveofourown.org/works/16591724/chapters/39337072
E’ da quando l’avevo scritto che avevo voglia di fare qualche schizzo. E visto che devo mantenermi in esercizio con il disegno, ne ho approfittato per fare questo.
- Fantasma?- ripeté Donald sorpreso. L'amico con la maglietta azzurra annuì vigorosamente.
- Mio padre ne ha sentito parlare da un cliente. Dice che stava facendo un giro nel bosco quando si è sentito osservato. Si è subito girato allarmato, appena in tempo per vedere qualcosa muoversi e fuggire. Ha tentato di rincorrerlo, ma poi si è accorto che questa “persona” stava passando attraverso alberi e arbusti, e l'istante dopo è scomparso nel nulla. Gli è venuto un gran spavento quando si è reso conto di aver appena visto un fantasma.
- Un fantasma qui a Quack Town? È spaventoso!- disse Betty abbracciandosi per i brividi- E se venisse nelle nostre case?
Tom era ugualmente preoccupato anche se non diceva niente.
- È assurdo- fece Millicent, la persona del gruppo più realista- Non esistono i fantasmi. Quel tipo avrà semplicemente visto male.
- Ma non è successo solo a lui- spiegò Louis di fronte all'amica scettica- Altri due clienti hanno dato testimonianze simili.
- Coincidenze- sminuì la paperetta alzando le spalle- O si saranno fatti influenzare dagli altri.
- Forse sì... - Donald si toccò il mento pensieroso. Millicent lo guardò inquieta, ogni volta che lui assumeva quell'espressione, era segno di guai- O forse ci troviamo davanti a un caso di manifestazione spettrale. Vi ricordate che Amazing Papers ne aveva parlato qualche numero fa?
- Sì, hai ragione- concordò Louis- C'era anche un articolo che spiegava come liberare una casa dai fantasmi.
- Se si tratta davvero di un fantasma, vorrebbe dire che qualcosa lo trattiene qui...
- Oh no, non di nuovo...- Millicent si toccò la fronte attendendo l'inevitabile.
- E se noi scopriamo cos'è, potremmo aiutarlo e...
- Forse ha perso un oggetto- ipotizzò Louis.
- O una ricetta di qualche dolce- ipotizzò Tom.
- O un tesoro!- continuò Donald. I tre maschietti si sorrisero emozionati- E se lo aiutiamo, magari potremmo averne una parte!
- … lo sapevo- borbottò Millicent guardando il gruppetto che apriva uno scatolone con le riviste di Amazing Papers e le sfogliava in cerca di informazioni.
- Non mi sento sicura- ammise Betty preoccupata- E se ci attaccasse? O ci perseguitasse? Non lo voglio in casa mia.
- Betty, non preoccuparti per questo. Non può succedere, perché... i fantasmi non esistono!- disse Millicent con tono di rimprovero ai maschietti.
- I fantasmi esistono!- insistette Donald.
- Come no- alzò gli occhi al cielo- Andiamo ragazzi, non è la prima volta che ci passiamo. Quante volte ci avventuriamo in missioni spinti da voci di paese, per poi scoprire che erano solo equivoci? Solo ieri lo sceriffo Marble ci ha raccomandato di non fare altri danni.
- Ma noi non faremo niente di pericoloso. E finché non ci proviamo, come possiamo sapere che non c'è del fondo di verità in quelle voci? O forse hai paura?- la guardò con un sorriso di sfida.
- Non è questo, io...- li guardò e poi sospirò toccandosi la fronte- Ma è un inutile spreco di fiato, perché ci andrete lo stesso. E per quanto sia tentata di rimanerne fuori, verrò con voi.
- È sempre bello averti con noi- Donald batté una pacca sulla spalla dell'amica.
- Ma solo per dimostrarvi che vi sbagliate- precisò. Donald fece spallucce.
- Come preferisci. Ora pensiamo a un piano...
Il gruppetto annuì e insieme pianificarono la ricerca. Per fortuna lì dentro il granaio avevano tutto lo spazio per le loro riunioni segrete. Alla fine decisero che ci sarebbero andati il giorno dopo, perché era un giorno di festa e non avrebbero insospettito i genitori se stavano tanto fuori.
Così l'indomani Donald si svegliò alle prime ore del mattino per preparare il suo zainetto per la gita. La riempì di oggetti e una mappa. Poi scese in cucina per fare colazione.
Trovò sua nonna davanti ai fornelli impegnata a fare conserve di marmellata. Sulla tavola c'era già la colazione ad aspettarlo. Donald salutò e iniziò a mangiare.
- Quindi oggi andrai in giro con i tuoi amici?- si informò la nonna mentre girava il mestolo.
- Sì, io e gli altri dobbiamo fare una ricerca- raccontò lui- Staremo via qualche ora.
- Una ricerca? Per la scuola?- si girò a guardarlo incuriosita. Lui bevve un sorso di latte cercando di evitare il suo sguardo diretto.
- Ehhh, quasi...
Lei lo osservò per un altro istante, per poi tornare ai suoi fornelli.
- D'accordo. Ma fai attenzione e non tornare tardi.
Lui sospirò sollevato senza farsi vedere. Poi salutò e tornò in stanza per prendere il suo zainetto. Scendendo le scale si soffermò a pochi gradini dalla fine della scalinata a osservare la papera bionda concentrata a tenere d'occhio più pentole sul fuoco. Non si accorse neanche del paperotto che la stava osservando in silenzio.
Donald guardò il profilo della nonna, l'espressione stanca sul suo viso, il sudore sulle sue piume per il vapore e la lieve curvatura delle spalle.
Come ogni mattinata, l'aveva vista svegliarsi molto presto per sbrigare i lavori della fattoria. E poi tornare a casa per sbrigare le altre faccende di casa.
Avrebbe avuto bisogno di un aiutante, qualcuno che le alleggerisse il peso del lavoro. Ma aveva sempre rifiutato, dando come risposta che era abbastanza forte per mandare avanti la fattoria da sola e prendersi cura di un nipotino.
La verità, sospettava, è che non ci fossero abbastanza soldi per poter assumere qualcuno. Non finché avrebbe avuto un paperotto sotto il suo tetto.
Abbassò lo sguardo e socchiuse gli occhi.
Una immagine fugace tornò alla sua mente, due paperi di spalle che uscivano da una porta e una luce accecante che li inghiottiva facendoli scomparire.
Riaprì gli occhi e tornò a guardare la nonna. Sul suo becco un accenno di sorriso malinconico, forse distratta da qualche ricordo fugace. Forse ricordando qualcuno che non c'era più in quella casa.
Strinse con forza le cinghie dei spallacci e serrò il becco mentre scendeva gli ultimi scalini e si avviava verso la porta. Fuori di casa c'era un bel tempo.
I suoi amici lo stavano aspettando agli inizi del bosco, in un punto meno frequentato dagli adulti, per evitare di dare spiegazioni.
Quando li raggiunse, erano tutti lì con lo zainetto. Quasi si preparassero a una scampagnata.
- Ce ne hai messo di tempo melanzana- scherzò Tom.
Donald lo ignorò e insieme entrarono dentro il boschetto seguendo un percorso che avevano tracciato nella loro mappa e che gli permetteva di non addentrarsi troppo e perdersi.
Passarono il tempo camminando e cercando di attirare il fantasma in vari modi così come pianificato e suggerito da Amazing Papers. Dopo due ore si fermarono in una zona d'erba per riposarsi e mangiare il loro pranzo al sacco. Donald nel frattempo si sdraiò su quella distesa d'erba a pancia in su e tenendo lo sguardo al cielo. Tra i rami degli alberi si potevano vedere le nuvole spostarsi nel cielo.
- Credi che troveremo davvero un fantasma?- chiese Louis un po' sfiduciato- Sono già due ore che cerchiamo.
- Certo. Sarà qui da qualche parte.
- Non è che se ne sarà andato?- chiese Tom addentando l'ennesimo panino.
- E dove? Non può semplicemente prendere e andarsene in giro senza che altri lo vedano.
- È pur sempre un fantasma.
Donald sospirò, mentre udì a distanza Millicent borbottare. Non era la prima volta che lei si mostrava scettica per i suoi piani, ma poi le passava e collaborava con loro. Quindi la lasciò stare, si sarebbe ricreduta quando l'avrebbero trovato.
- Forse non lo stiamo cercando bene...- ipotizzò Donald pensieroso.
Aveva creduto che sarebbe stato facile, che il fantasma si sarebbe presentato davanti a loro senza dover faticare per scovarlo. Perché aveva bisogno del loro aiuto, giusto?
Ma forse aveva preso troppo alla leggera la ricerca.
Ripresero a camminare e cercare con più tenacia, ma nuovamente dopo due ore erano a mani vuote. Avevano girato sui loro passi e si stavano spingendo più in là di quanto pianificato. Ma ancora nessun indizio.
- Possiamo fermarci un attimo?- chiese Betty con il fiatone- Ho i piedi a pezzi.
- Ancora?- protestò Donald girandosi verso il gruppetto dietro di lui- È la terza volta che ci fermiamo.
- Oh, scusami tanto se non sono fatta di roccia come te- commentò sarcastica la biondina- Non avevamo in programma di camminare così tanto.
- Io devo fare rifornimento di cibo- disse Tom mentre capovolgeva il suo zaino facendo uscire poche briciole- Ne ho bisogno per ricaricarmi di energia.
- Ti sarai mangiato come sei panini, non ti bastano?- disse contrariato Donald.
- Erano sette, per la precisione. E no, erano solo uno spuntino. Come speri possa affrontare il viaggio senza la dose giusta di energia?
- Hanno ragione loro- intervenne Louis guardando il resto del gruppetto- Sono ore che ci muoviamo, senza risultato. Forse Millicent ha ragione, ci siamo emozionati per delle voci...- lo guardò dispiaciuto- Forse dobbiamo prenderci una pausa o magari ritornare un'altra volta.
- No, ormai siamo qui- insistette Donald- Non possiamo arrenderci proprio ora.
- Stiamo solo perdendo tempo. I fantasmi non esistono- disse Millicent rivolta a Donald.
- Invece esistono!
- Ah sì? Ne hai mai visto uno per esserne così convinto?
Donald abbassò lo sguardo e si toccò il braccio.
- … no. Ma questo non significa che non esistano.
- Perché continui a insistere!
- Perché so che è così!
- Smetti di essere così testardo per una volta!
- Non puoi capire!- disse arrabbiato- Nessuno di voi ci tiene abbastanza, per questo non l'abbiamo trovato!
- Vuoi dire che è colpa nostra?- disse risentita Betty.
- Se non volevate venire, bastava dirlo! Posso cercarlo da solo!- sbuffò e diede le spalle agli amici incrociando le braccia risentito.
Il gruppetto si guardò tra di loro intristiti e indecisi sul da farsi. Donald sentì solo il rumore dei loro piedi muoversi dietro di lui, come per allontanarsi. Donald solo sospirò, quasi pentendosi di aver alzato la voce, ma ormai non poteva rimangiarsi la parola.
Non potevano capire.
Quel fantasma forse girovagava da anni senza che qualcuno lo aiutasse. Senza che qualcuno gli permettesse di porre fine al suo girovagare. Alla ricerca di qualcosa che non avrebbe mai trovato.
Qualche passo e alla sua destra si affiancò una paperetta dai capelli neri. Quasi si aspettò che dicesse le famose parole “te l'avevo detto”, però lei non parlò subito.
- Perché lo fai? Perché è così importante per te?- fece lei guardando un punto impreciso- Sei sempre stato un tipo fantasioso, lo sappiamo, ma perché questa volta ti intestardisci così?
- Lo stai facendo anche tu- ribatté, volendo evitare di rispondere- Io sento che siamo vicini. Se solo tu provassi a fidarti...
- Ma Donald... i fantasmi non esistono- disse lei con voce spezzata- Vorrei... vorrei tanto crederci. Ma non posso...
E solo quando si girò a guardarla, comprese. Comprese quanto si fosse comportato come un insensibile.
- Ciò che si è perso, non può tornare...- continuò a dire lei. La sua espressione rivolta a un punto in lontananza era triste e malinconica. Un espressione a lui familiare.
Che ne sarà ora di noi?
Donald abbassò lo sguardo dispiaciuto. Era così concentrato nella sua ricerca, che non aveva tenuto conto dei sentimenti di Millicent. Era passato solo qualche mese dalla morte del nonno di lei.
Millicent era sempre stata una bambina con i piedi ben piantati a terra. Ciò non significava che non credeva all'esistenza dei fantasmi... bensì che non voleva accettare la loro esistenza. Perché non voleva illudersi che dopo la morte ci fosse vita. Avrebbe sconvolto le sue certezze.
Uno dei motivi per cui Donald coinvolgeva i suoi amici nelle avventure, era per divertirsi insieme. Ma se questo doveva farli soffrire, forse non ne valeva la pena.
Sospirò e guardò l'amica.
- … mi dispiace.
Millicent si girò a guardarlo e gli sorrise allungando la mano per stringergliela.
- Dispiace anche a me.
- E a noi.
Donald si girò e trovò i suoi amici ancora lì. Non se n'erano andati.
- Siamo una squadra, Donald. Non potremmo mai abbandonarti.
- … ragazzi.
Il paperotto guardò quasi commosso gli amici. E si sentì uno sciocco a essersi comportato così.
Forse non avrebbe trovato il fantasma e neanche un tesoro, ma si sentiva fortunato ad avere amici.
Si era fatto trascinare da un insieme di sentimenti ed eventi, ma ora non aveva più importanza. Non quando aveva davanti a lui il motivo per mettere da parte quelle illusioni.
- Torniamo a casa- disse infine Donald con un sorriso sereno.
Gli amici si guardarono tra di loro e annuirono contenti. Insieme fecero marcia indietro e camminarono per uscire dal bosco.
D'improvviso però sentì una strana sensazione sulle piume che lo fece bloccare di colpo. Si voltò incuriosito da quella sensazione, come se qualcuno lo stesse osservando. Nel momento che si girò un fugace scorcio d'immagine attirò la sua vista. Sfregò gli occhi come se si fosse trattato di una allucinazione.
- Cosa succede?- chiese Millicent vedendolo guardarsi indietro.
Gli altri amici erano più avanti di loro e non si erano accorti dei due paperotti che erano rimasti indietro.
Donald non rispose subito alla domanda dell'amica, perché era concentrato nei suoi pensieri. Poi come se qualcosa si fosse acceso in lui, si voltò a guardarla.
- Io... io devo andare.
- Dove?- chiese allarmata vedendolo allontanarsi di qualche passo da lei. Temeva che qualche altra assurda idea gli fosse scaturita in testa.
Lui si toccò dietro la testa, come impacciato nel dare spiegazioni ma desideroso di muoversi subito.
- Mi sono appena accorto di aver lasciato indietro qualcosa...
- Aspetta, avviso gli altri e andiamo insieme.
- No, faccio da solo- scosse le braccia per fermarla. Poi guardò negli occhi diffidenti dell'amica- Non preoccuparti, ci metterò qualche minuto e... tu vai pure.
- Sei sicuro di non perderti?
- Sì, sì... ci vediamo domani!- e scappò via.
Millicent lo guardò correre via, ma per quanto non si sentisse rassicurata dalla sua risposta affrettata decise questa volta di lasciarlo andare. Non si poteva mettere nei guai solo per andare a prendere qualcosa, giusto?
Donald corse dietro quella sagoma che si muoveva velocemente superando i vari ostacoli del bosco con un agilità e sicurezza soprannaturali. Cercò di stargli dietro e non perderlo di vista, anche se non poteva fare a meno di inciampare qua e là, non si accorse neanche di essere uscito dal sentiero sicuro e di essersi avventurato in zone pericolose.
Voleva raggiungerlo, doveva farcela, ma il bosco si faceva sempre più oscuro e più intricato di rami, i suoi occhi riuscivano a malapena a vedere qualcosa svolazzante. Ma sapeva che era lui, il fantasma che tanto si parlava.
- Aspetta!- gridò al fantasma, nella speranza che si fermasse.
Perché lo fai?
Forse avrebbe dovuto dire la verità a Millicent e agli altri, in fondo lo avevano seguito in quell'impresa, come in tante altre. E lui era grato a loro per la fiducia che sempre gli davano.
Eppure... in quell'istante che notò la presenza del fantasma, una parte di lui lo fece tacere di fronte ai suoi amici.
E se si trattava di un altro falso allarme? E se era solo frutto della sua immaginazione?
Non se la sentiva di vedere un'altra volta nei loro volti la delusione.
Perché questa volta ti intestardisci così?
Non lo sapeva... non sapeva spiegare il perché della sua ossessione. Era solo una voce di paese. Non che in passato non si fosse ossessionato ad altri misteri, alieni, mostri, fantasmi... ma questa volta era diverso. Era come se la curiosità avesse riaperto una speranza in lui. O forse era una necessità, dovuta agli ultimi eventi.
- Voglio solo aiutarti, non scappare!
Il fantasma non si era fatto vedere in tutte quelle ore, perché proprio ora doveva farlo? Stava aspettando qualcosa? O forse... il fantasma stava aspettando che lui si trovasse da solo per farsi vedere?
Ciò che si è perso, non può tornare.
“Non è vero” avrebbe voluto obiettare alla sua amica. Ma di fronte al suo sguardo, non se l'era sentita. Perché neanche lui ne era ormai così sicuro. Le sue speranze di trovare qualche traccia... qualcosa che gli confermasse che loro ci fossero ancora...
Perché era così difficile, anche a distanza di tempo, così difficile accettarlo.
Solo se avesse raggiunto quella sagoma sfuggente, solo nel momento che lo avrebbe avuto davanti, solo in quel momento si sarebbe messo il cuore in pace.
- Io... io mi chiamo Donald, Donald duck!
Si fermò per prendere fiato e si guardò intorno. Era bastato un attimo di distrazione e lo aveva perso di vista mentre scavalcava un tronco d'albero.
- È per me che sei qui?- parlò al vuoto- Fatti vedere!
Abbassò lo sguardo e strinse le mani con frustrazione. Non voleva... non voleva ancora arrendersi...
- … per favore.
“Dammi un motivo per afferrarmi a quella speranza”
- … Donald?- fece una voce alle sue spalle.
Si girò di scatto e vide una figura venirgli incontro e fermarsi a pochi passi da lui, la stessa che aveva rincorso qualche secondo prima. Spalancò gli occhi osservando quella figura oscurata dalle ombre degli alberi. Era incredulo, ma era lì, e aveva la stessa espressione sorpresa che doveva avere lui in quel momento.
- … mi conosci?- chiese Donald.
La figura rimase ferma nella sua posizione senza parlare, solo a osservare il paperotto. Sembrava paralizzato.
Donald cercò di scrutarlo dietro quella penombra. Aveva sembianze di un papero adulto, anche se i contorni sfuocati. Il volto non si vedeva bene perché era come coperto da qualcosa. Ma i tratti gli ricordavano qualcosa, no qualcuno... qualcuno di molto familiare.
Il cuore iniziò a battergli molto forte.
- Tu...
Ma un istante dopo la figura misteriosa scattò indietro e si diede nuovamente alla fuga.
- No, non andartene!- riprese a corrergli dietro.
Ma la figura non si fermò, non rimase ad aspettarlo.
Se non vi vado a genio, potete andarvene!
La famiglia porta solo guai!
Cosa ne sarà ora di noi?
Allungò la mano per cercare di afferrare il bordo del suo mantello svolazzante.
- Papà, non lasciarmi!- gridò con tutta la voce e le lacrime che offuscavano la vista.
La sua mano afferrò il vuoto, facendolo sbilanciare in avanti e cadere. Alzò subito la testa, giusto per vederlo attraversare gli alberi e gli arbusti e scomparire nell'oscurità del bosco, come se il suo corpo fosse inconsistente, fatto d'aria, una proiezione della sua essenza... come un fantasma.
- Papà!- gridò nuovamente, rimettendosi in piedi e correndo alla cieca. Ma non lo vedeva più ormai.
Perché è così importante per te?
Salì in gran fretta su una grande roccia, senza far caso allo strato di muschio su di esso. I suoi piedi scivolarono e perse l'equilibrio.
Fethry era il suo secondo cugino e il più piccolo nella cerchia di cugini. Se Gladstone era il più fortunato, Fethry era il più strano. O forse il più strampalato. Sinceramente non lo sapeva. Era come se il suo cervello ragionasse in maniera diversa dagli altri. Per alcuni era un segno di genialità, per altri invece c'era il sospetto che avesse sbattuto forte la testa.
Però a tutti andava bene così, i suoi genitori lo adoravano, i parenti gli volevano bene, persino tra loro cugini c'era affetto.
Ricordava le volte che tutti i parenti si riunivano alla fattoria per qualche occasione e lui, Della, Gladstone e Fethry rimanevano insieme.
“Guarda, Fethry ha un adorazione per te” scherzava spesso Della. Ma non aveva del tutto torto.
Fin dall'inizio che Fethry era entrato nella loro cerchia di cugini, aveva iniziato a seguirlo dappertutto.
Lo faceva divertire, forse. Oppure gli divertiva le continue sfide tra lui e Gladstone.
Quindi aveva preso l'abitudine di tenerlo per mano quando si spostavano in giro. A volte si davano il cambio tra cugini per tenere d'occhio il piccolo, anche perché non si sapeva come, bastava un minimo di distrazione e lo si ritrovava su di un albero o peggio ancora sul tetto.
Quando si trasferì a Quack Town, Fethry era solito venire a trovarlo alla fattoria. Lui avrebbe preferito di no, perché con lui nei paraggi, non capiva perché, la sua sfortuna aumentava.
Forse era un effetto collaterale nell'avere dei cugini, visto che succedeva anche con Gladstone.
Ma al contrario di Gladstone con cui sapeva cosa aspettarsi, con Fethry era sempre una sorpresa... per niente piacevole. E non poteva neanche arrabbiarsi come solitamente faceva con il biondino, visto che Fethry aveva sempre un'aria da angioletto e realmente non era cosciente delle sue azioni.
Era strano, è vero, ma la nonna insisteva a dirgli di tenergli compagnia.
“Fethry ti vuole bene e ti ammira”, aggiungeva anche.
A lui sembrava a volte una scusa degli adulti per scaricare il fardello, perché i pasticci che combinava il cugino diventavano giorno dopo giorno sempre più catastrofici.
Ma di una cosa era sicuro: lui forse era l'unico a impedire che Fethry superasse quella debole linea che portava alla tragedia. Intuiva quando stava per fare qualcosa di assurdo e agiva di conseguenza per proteggerlo, anche a costo di farsi male. Così come faceva ormai da tempo.
Perché non avrebbe permesso che qualcuno si facesse del male.
Era furioso, di una rabbia che solo chi lo conosceva poteva non esserne sorpreso.
Perché non era una novità che Donald Duck perdesse le staffe. E quando lo faceva non c'era ostacolo al mondo che potesse trattenerlo.
Era una caratteristica che aveva ereditato dai suoi genitori, entrambi dei rissosi per natura. Forse nella famiglia quella più calma era Della.
Gli avevano commentato una volta i suoi parenti, che il giorno che era uscito dal guscio aveva già dato spettacolo di rissosità.
Quindi perdere facilmente la pazienza era una caratteristica che chi lo conosceva, era abituato a vedere.
Non è che andasse in incandescenza ogni giorno, né che attaccasse briga di sua volontà. Succedeva e basta. Ma per il resto del tempo era un paperotto normalissimo, vivace e curioso.
Di solito era proprio Della a calmarlo, ma lei si trovava in un'altra città. E l'unica rimasta era Nonna Elvira. Lei con i suoi toni gentili e comprensivi, con un immensa pazienza, e la saggezza di una che aveva lavorato duramente nella sua vita.
Ma quella volta non aveva potuto fare niente. Perché se c'era di mezzo lui, Donald era come una mina pronta a esplodere.
E dire che quel giorno era iniziato nel più pacifico dei modi.
La nonna aveva preparato le pietanze tradizionali della festa di Quack Town. Donald l'aveva aiutata ad apparecchiare e aveva dato da mangiare alla capretta Billy, in modo che non disturbasse durante il pranzo. E poi era arrivato lui, come ogni anno, in occasione della festa.
Era entrato con la sua solita palandrana e cappello a cilindro. La nonna lo aveva accolto come ogni volta come un amico di vecchia data, mentre il paperotto rimaneva in disparte a osservarlo con diffidenza.
Scrooge McDuck era il papero più ricco di Duckburg... no, forse del mondo. Aveva industrie, terreni, miniere e tutto ciò che potesse fruttargli soldi. E viveva in un grosso edificio pieno di monete, un numero infinito di monetine. Si diceva che nuotasse in quel mare di monete, ma sinceramente non lo aveva mai visto di persona.
Era il papero che si sarebbe potuto permettere qualsiasi lusso, eppure andava con una palandrana consumata e ghette di chissà quale epoca. Inoltre le volte che veniva alla fattoria, era per scroccare un pranzo o qualsiasi altra cosa appena sfornata.
Nonna Elvira non si era lamentata neanche una volta, anzi era sempre felice di poter ricevere il burbero papero e offrirgli qualcosa. Come in occasione di quella festa.
Tutto si sarebbe svolto pacificamente quel giorno, Donald si era ripromesso di non bisticciare con il papero in occasione della festa, però la situazione aveva preso una strana piega e nel giro di alcuni minuti erano volate parole di rabbia.
Non ricordava bene chi avesse iniziato e chi avesse detto cosa, ma sapeva che era stato lui a ferirlo con le sue parole taglienti. Come sempre.
E da cosa ha scaturito altra cosa. Donald aveva preso un pacchettino incartato e lo aveva sbattuto a terra con rabbia davanti a lui. La scatoletta si era aperta in due, facendo uscire qualcosa di metallico luccicante, ammaccata per l'impatto. E senza dire altro, uscì di corsa da casa, lasciando lì una papera preoccupata e un papero incredulo fermo nella sua posizione.
Ora stava correndo lungo il percorso che attraversava il bosco. Era così furioso che c'era voluto una lunga corsa per poter scaricare l'energia e sentirsi sufficiente lontano dalla fattoria, e da lui.
Una volta fermo e con il fiatone per la corsa, sentì bruciare gli occhi. Sbattendo le palpebre delle lacrime caddero giù. Cercò di strofinarsi gli occhi con il braccio, ma le lacrime gli scivolavano dagli occhi contro il suo volere. Sentì dell'amarezza risalirgli in gola. Una sensazione simile a quel giorno di pioggia in cui stringeva una mano e si riprometteva di ricacciare indietro le lacrime.
Perché era così difficile andare d'accordo con quel papero? Perché non gli era potuto capitare un altro zio, uno qualsiasi?
Perché semplicemente non poteva arrendersi davanti all'evidenza e accettarlo per così com'era? Perché ingenuamente nutriva la speranza del suo possibile cambiamento? Affinché per una volta non lo guardasse con quello sguardo gelido, facendolo sentire così... così... sbagliato.
Si lasciò cadere a terra vicino a un grosso albero e abbracciò le sue ginocchia. Intorno a lui c'erano altri alberi e il terreno si era fatto più pendente e irregolare.
Non sapeva neanche come si era spinto fin lì, con il sole che calava velocemente e immergeva il bosco in una semi oscurità. Non è che avesse paura, era un paperotto coraggioso e temerario, ma gli era stato insegnato che era sempre meglio essere prudenti quando ci si inoltrava in un bosco.
Si rialzò lentamente e si guardò in giro. Non vedeva il sentiero principale, doveva aver deviato in qualche punto senza accorgersene. L'unica era rimettersi in marcia, prima che facesse notte e diventasse più difficile trovare il sentiero di casa.
Sospirò. Non è che avesse tanta voglia di tornare alla fattoria, ma non voleva far preoccupare la nonna. E poi forse, lo zio se n'era già andato. Di solito era così quando litigavano. Si bisticciava, ognuno se ne andava per la sua strada, e poi quando si rincontravano era tutto come prima.
Se pensava al tempo perso per preparargli il regalo da dargli e la vergogna che provava in quel momento. Per cosa, poi? Gratitudine? Scrooge non sapeva neanche cosa volesse significare e tanto meno era un papero per cui uno poteva provare tale sentimento.
Si sentiva così sciocco.
Aveva sbattuto il regalo senza tanti complimenti davanti allo zio. Non sapeva neanche cosa voleva dimostrargli con quel gesto.
Ma sapeva cosa significava per lui. Un regalo di gratitudine... un regalo da dare ai genitori... lui però non aveva dei genitori a cui darlo, perciò...
Non ha importanza a chi. L'importante è il pensiero e il sentimento dietro al gesto.
E per lui lo zio Scrooge era...
Non fece in tempo a terminare il pensiero, che sentì mancargli la terra sotto i piedi.
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Non finisce qui. L’altra parte, è nel prossimo capitolo.
Non la capiva, questa sua passione che saltava fuori nei loro discorsi. Millicent era una brava paperetta e un ottima amica. Insieme a lei, Louis e Tom si avventuravano spesso in qualche avventura, e al contrario di Betty Lou si lamentava di meno. Era poi la più sensata del gruppo, quella con i piedi ben piantati a terra. Non si poteva fare a meno di lei.
Però proprio non la capiva quando si parlava di soldi. Era un'accanita fans di Scrooge McDuck, perché come lei condivideva la passione per il denaro. Passione che lui non approvava.
Sua nonna con la fattoria non se la passava sempre bene, c'erano momenti dove il denaro scarseggiava e le spese per la sua istruzione influivano nel bilancio. Cosicché si ingegnava per fruttare le risorse di cui disponeva per preparare dolci e pietanze degne di un chef di Duckburg e rivenderle a prezzi generosi. Perché sì, avevano bisogno di soldi, ma sua nonna non era quel tipo di persona che cerca di lucrare. Era sempre pronta a donare o rendersi disponibile a chi ne aveva bisogno. Senza secondi fini.
E lui ammirava questo lato di lei, il coraggio e la forza per affrontare la fatica e le difficoltà con il sorriso sul becco. In nessun momento gli aveva fatto pesare la sua presenza o il doversi fare carico di lui. Era una donna generosa, e tutta Quack Town lo sapeva.
Per questo non capiva la sua amica quando parlava di soldi e del modo di ricavare guadagno da ogni situazione. Gli ricordava tanto suo zio. E diventava insopportabile quando parlava di lui, tessendo le sue lodi come se fosse qualche divinità da cui tutti dovrebbero prendere esempio.
Scrooge non aveva niente di divino, era solo un vecchio papero burbero. Tirchio e indisponente per di più. Sospettava pure che avesse venduto i suoi sentimenti in cambio di altri quattrini.
Millicent però lo adorava senza realmente conoscerlo al di fuori dei suoi successi, e lui non se la sentiva di dirle la verità. Cosicché quando gli parlava del suo idolo fino alla nausea, esibiva un sorriso di cortesia o cercava di cambiare velocemente discorso.
Però poi saltava fuori con qualche commento mentre gli raccontava alcuni episodi del passato.
“Non posso credere che tu sia suo nipote e non sappia queste cose. Io al tuo posto sarei pendente a ogni sua parola”
Puoi pure tenertelo, io non lo voglio, gli avrebbe risposto volentieri. Ma invece si limitava ad alzare le spalle disinteressato.
Perché a quella risposta sarebbero nate altre domande e poi altre risposte. E lui non se la sentiva di parlare di quel difficile rapporto che aveva con il ricco zio. Anche se era sua amica. E sebbene non approvava la sua passione, non per questo la evitava.
Anche se più di una volta avrebbe voluto dirle... anche con tutti i soldi del mondo, saresti ugualmente felice?
Guardava assorto dal vetro della finestra un paperotto con giubba da marinaio. I suoi occhioni concentrati sulla pioggia che scendeva dal cielo di tonalità grigiastro e le sue mani appoggiate sulla lastra di vetro rigata dalle gocce.
Una giornata di pioggia come tante.
Ma quello che forse pochi sapevano è che non sopportava quelle giornate. E non perché, come ovviamente si penserebbe, era rinchiuso in casa impossibilitato a giocare fuori con i suoi amici o vivendo incredibili avventure. Ma perché quei giorni di pioggia, che sembrano non avere una fine, gli riportavano alla mente ricordi tristi.
Ricordi legati a una perdita e una promessa.
Sospirò, il fiato creò un alone sul vetro. Con il dito scribacchiò due D affiancate: Donald Duck.
Sorrise fantasticando su quelle due lettere e di come sembrassero una sigla di qualche agente segreto.
Un odorino stuzzicante arrivò alle sue narici. Seguì con l'olfatto l'odore fino a fuori dalla sua stanzetta. Guardò da sopra le scale la figura della nonna affaccendata in cucina.
Sorrise da dietro la ringhiera, pregustando la favolosa cenetta che gli avrebbe preparato la nonna.
Si sedette sull'ultimo scalino e circondò le ginocchia con le braccia.
La nonna sapeva sempre come tirarlo su di morale, anche in quei giorni di pioggia. Lei era forse l'unica a comprenderlo così bene, a parte sua sorella. Capiva quando era arrabbiato o entusiasta o triste con il solo sguardo. Così come intuiva che le giornate di pioggia gli provocavano malinconia. Per questo cercava di ingegnarsi con qualcosa per tenerlo occupato.
Però, anche con tutte le buone intenzioni, non poteva impedire che i ricordi prendessero il sopravvento nella sua testa, così come non poteva comprendere appieno i sentimenti che lo travolgevano.
Si rimise in piedi e tornò in stanza a guardare dalla finestra. Chissà se sua sorella in Scozia guardava lo stesso cielo?
Le lettere che gli mandava erano tutte archiviate nella sua scatoletta sotto il letto. Una per ogni mese. Poi una ogni due o tre mesi.
Conservava tutto, pure i progetti che avevano disegnato insieme.
Lui rispondeva alle sue lettere, anche se non amava scrivere perché gli ricordava i temi scolastici. Ma per sua sorella faceva un eccezione.
Gli raccontava dei suoi giorni a Quack Town, della nonna, delle avventure e dei suoi amici. E poi si soffermava a raccontargli nei dettagli le tante avventure che avrebbero vissuto insieme, una volta che si sarebbero rivisti.
Perché nonostante la distanza, loro erano legati e destinati a rincontrarsi.
Ricordava tante cose. Alcune confuse e altre nitide, come impresse nella sua memoria.
Ricordava come un abbraccio pieno di calore lo avvolse a lui e a Della sugli scalini della fattoria, da una papera bionda che a fatica cercava di trattenere le lacrime, e nelle poche parole che pronunciò si poté percepire tutto il suo dolore.
Ricordava come l'emozione di un'avventura appena vissuta con la sorella scivolasse lentamente dal corpo, lasciandogli dentro solo del vuoto.
Non ricordava di aver pianto, né in quel momento, né qualche giorno dopo. In effetti i giorni a seguire erano un po' sbiaditi e confusi nella sua memoria. C'era gente, ne era certo, ricordava le voci bisbigliate, e poi ricordava la pioggia. Sì, era un giorno di pioggia.
E poi altri frammenti di ricordi, uno accavallato all'altro. Non ricordava neanche se stesse sognando, ma poteva ricordare dei sentimenti di rabbia.
Una rabbia che gli ricordava altri episodi vissuti, tra cui uno di lui che gettava a terra una scatolina. Ma perché era così importante per lui, tanto da farlo arrabbiare?
Non doveva significare niente, era solo un pensiero, niente di così prezioso. Eppure aveva perso le staffe, facendo una pessima figura davanti alla nonna, che colpa non ne aveva per quel litigio.
Non era niente di importante, giusto?
E allora perché si sentiva così? Non era rabbia, no... era piuttosto... tristezza?
Ed era un sentimento che lo metteva a disagio. Non voleva provarlo. Preferiva di gran lunga la collera. Perché non feriva.
Quindi decise di sopprimere quel sentimento negativo e far riemergere solo sentimenti felici.
E in quel tepore di ricordi felici, si formò davanti a lui una sagoma di una persona... qualcuno che lo stava chiamando... sentiva il suo nome pronunciato da una voce alterata e angosciata.
Non riusciva a vederlo nitidamente, ma sentiva familiare quel tono di voce. Era però come essere lontano distante anni luce.
Che fosse un alieno venuto apposta per lui?
Cavoli, non poteva perdere l'occasione, doveva parlargli, doveva chiedergli... fargli tante domande... e invece non aveva neanche la forza di muovere un muscolo.
E poi sentì quella strana sensazione, come se si sollevasse dal suolo... forse l'alieno lo stava prelevando per portarlo nella sua navicella?
E forse l'alieno l'aveva appena portato nel suo abitacolo, perché si sentiva invadere il corpo di un tepore piacevole.
Si chiese se la navicella fosse già partita, perché sentiva anche dei piccoli sobbalzi. Allora forse stava lasciando la terra? Avrebbe voluto prima salutare la nonna e anche Della. Dovevano sapere dove stava andando e che sarebbe ritornato per loro. E che il suo non era un abbandono. Non avrebbe mai voluto che soffrissero per lui.
Donald... Donald...
Di nuovo una voce che lo chiamava, ma questa volta il timbro di voce più dolce sembrava a pochi passi. O più semplicemente a portata di mano, perché quando tentò di muoverla, qualcuno gliela strinse. Una nuova sagoma si formò davanti ai suoi occhi, che lentamente prendeva consistenza e nitidezza.
- Donald... tesoro... mi senti?
Riconobbe finalmente la papera che aveva davanti.
- No... nonna- pronunciò lui mezzo sonnolento.
- Donald! Che spavento mi hai fatto prendere!- sentì le sue braccia avvolgerlo con forza. E capì che era tutto reale.
- Nonna... gli alieni... dove sono?- cercò di guardarsi intorno con fatica, capendo poi di essere sdraiato nel suo letto.
La nonna lo stava fissando con uno sguardo perplesso e incerto, quasi incredula per la domanda appena fatta. Ma poi scoppiò in una risata di sollievo e tornò a stringerlo.
Non capì esattamente cosa fosse successo prima del suo risveglio. Credeva di essere stato via per giorni, ma invece erano passati sì e no due ore da quando era scappato nel bosco.
Non sapeva se gli alieni erano stati realmente lì per lui, ma nella sua mente laboriosa non c'erano dubbi che fosse così. Quelle sensazioni provate mentre era in uno stato di coma... era stato sicuramente rapito da qualche alieno, che poi lo aveva riportato alla fattoria.
Forse perché avevano capito quanto Donald desiderasse poter stare con la nonna, nonostante il suo desiderio di conoscerli. Quindi lo avevano lasciato e gli avevano cancellato i ricordi sull'accaduto.
Quella sarebbe stata la prima notizia che avrebbe dato ai suoi amici, appena tornato a scuola. Perché magari erano rimaste delle tracce di qualche alieno vicino alla fattoria e lui e i suoi amici lo avrebbero cercato.
La nonna non aveva mai spiegato come lo avesse trovato, né come lo avesse trasportato fino in stanza sua. Quando glielo chiedeva, lei si limitava a un sorriso tra il divertito e il... triste?
Non aveva neanche accennato al litigio accaduto durante la festa, e di questo era grato perché l'ultima cosa che voleva era affrontare l'argomento. E poi era sollevato, che nonostante la fuga e la preoccupazione, la nonna non ce l'avesse con lui.
Sul comodino del salotto c'era in bella mostra il regalo fatto alla nonna. Almeno lei aveva apprezzato e lo esibiva con orgoglio.
L'altro regalo che aveva fatto, doveva essere finito nella spazzatura dopo averlo gettato in quel modo.
Ma poco importava. Non era importante.
Ciò che gli premeva di più era andare a indagare con i suoi amici. Chissà che gli alieni non tornassero.