LA CITTÀ E L'IMMIGRAZIONE - Le immagini I sessanta disperati della Stazione Termini risse e preghiere nelle notti sui cartoni Via Marsala, dormitorio a cielo aperto nel cuore della città FRANCESCA GIULIANI SU VIA del Castro Pretorio, con il ministero degli Interni a sinistra e il benzinaio a destra: da qui il colpo d’occhio è perfetto anche se il traffico può più facilmente catturare l’attenzione. Ma se guardi, vedi. La fila stasera è di sessanta persone. A terra, sembrano fagotti inerti, mucchi di rifiuti, cadaveri. Allineati come in attesa di sepoltura o come se il mare li avesse appena rigettati dopo un’ultima sciagura. Alla Stazione Termini, cento metri in linea d’aria dagli alberghi extralusso, quando scende la notte i disperati vengono a galla, vagano alla ricerca di un approdo che qui è un pezzetto di nuda terra per dormire, un giaciglio dove sperare di non essere aggrediti, derubati anche di quel poco nulla e, molto presto nei prossimi giorni, di non soffrire di un freddo che può anche uccidere. L’ultimo giaciglio, l’ultimo dormitorio è un lembo di città che ha preso una forma di isola di salvezza, che ospita un rituale dai ritmi sempre uguali, tutti i giorni persi dentro una città che non fa in tempo ad accorgersene. A meno che non guardi. Su via Marsala, a spartirsi lo spazio di un cartone steso in terra, le spalle contro i vetri e i marmi monumentali e lividi della Stazione anni Cinquanta sempre pronta per un rilancio internazionale e una bonifica che non arrivano mai, i primi sono qui già all’ora di cena, svicolano tra le insegne che annunciano il customer care e sotto i video Lcd con la pubblicità di Natale. Molti di loro si accucciano sul marciapiede che fa da spartitraffico e, dalle gavette di alluminio, mangiano con le posate di plastica i pasti precotti che la Caritas viene a portargli in trasferta perché la mensa a pochi passi da lì adesso è chiusa per lavori. Sono soprattutto africani, pelle nera, corpi da giganti che in altre vite trionfano nello sport o nello spettacolo, qui sono buoni per minacce e scoppi d’ira in una guerra tra poveri che conosce spesso risse, strilli, lanci di sassi. Poco avanti, una piccola comunità lituana si porta dietro montagne di carte, cartacce, pezzi di ricordi: c’è una coppia di sessant’anni, marito e moglie che racconta di essere in Italia ormai da sette e alla stazione ci dorme da troppo tempo e anche le forze dell’ordine ormai li conoscono, ma li lasciano stare giusto per non infilarli per l’ennesima volta in un vano dedalo di burocrazia. Si tengono accanto cuscini e pile di riviste, la boccetta dello shampoo e le bacinelle per lavarsi la faccia: la loro casa è in questo pezzo di strada, dove i pullman bianchi e rosa che portano all’aeroporto frotte di turisti a sei euro sola andata so- stano sempre con il motore acceso che fa monossido di carbonio ma tutto sommato scalda, ed è già qualcosa. Col buio, cala anche l’ora di spartirsi gli spazi e a ciascuno il suo. A mano a mano che arrivano si mettono in fila in terra, ciascuno con il bagaglio della sua povertà: il cartone, la coperta e addosso la stanchezza di una giornata senza meta. Qualcuno si mette in ginocchio e prega, girato nella direzione giusta. Un paio di italiani si riconoscono dalla faccia e anche perché, forse sentendosi meno stranieri di altri, come a ribadire uno status, si costruiscono attorno una specie di casa di cartoni: una donna con la giacca a vento si allunga a terra, il suo compagno di strada le chiude attorno due cartoni, a proteggerle il sonno e magari i sogni, prima di distendersi anche lui lì accanto. Basta cambiare marciapiede ed è come guardare il mondo alla rovescia. Dall’altro lato della strada, di fronte alla distesa di fagotti in terra, in sequenza ci sono: un bar di cinesi che danno da bere a un gruppetto di alcolisti russi, ai passanti arrivati con il treno nella notte; un ristorante con l’insegna a colori “open - cucina romana” dove il cameriere è un piccoletto del Bangladesh di nome Abdul e il cuoco un indiano che non ha idea di cosa siano gnocchi e trippa; un rivenditore di souvenir tunisino. Loro ce l’hanno fatta: difendono in abiti buoni e con un italiano esotico la parte di mondo che hanno conquistato, essendo immigrati ormai in regola, con il lavoro, la casa, in qualche caso la famiglia accanto. Avvisano di stare attenti, che da quel lato del marciapiede non sempre i neri, i russi e gli italiani che stanno per terra dormono buoni e in silenzio. I due fuori dal ristorante e il tunisino dei souvenir raccontano che se qualcuno, ed è successo anche poche sere fa, dalle finestre di una delle varie pensioni che affaccia proprio su quella spianata di miseria osa fare fotografie, loro si infuriano, lanciano di tutto, rincorrono chi azzarda accostarsi un passo di troppo a quella miseria che non si riesce a nascondere. Succede di continuo, anche gli stranieri sono spesso curiosi, fanno foto e si scatena il delirio: il passaggio dalla porta che conduce ai binari è sempre aperto, ci sono uffici della vigilanza, una grande farmacia anche notturna e un supermercato che, per caso o per necessità, in corrispondenza della spianata di letti di cartone dei russi, espone una parete che sembra una decalcomania, con il suo migliore assortimento di whisky, birra e superalcolici. Di quà i sommersi, di là i salvati, in mezzo corre il fiume della città, della vita. © RIPRODUZIONE RISERVATA