Domani è ventitrè febbraio.
Due mesi fa io ho comprato una coppia di biglietti per tornare a Roma. (Sono biglietti aerei.) Uno era per il compleanno della mia donna, un altro per le elezioni. Ora, stasera ho studiato tutto il giorno in biblioteca, con un breve intervallo per andare a lezione. Sono reduce da una brutta influenza. Prendo un paio di aspirine, studio un paio d’ore, vado a casa d’una amica, mi bevo un po’ di vodka e mi faccio una canna. Tanto, mi dico, parto dopodomani. Domani non devo ancora partire.
È che a me partire un po’ mi mette l’ansia. Da bambina mi piaceva prendere gli aerei, mi ci trovavo bene. Mi piacevano anche gli aeroporti. Sembravo uscita da un film americano. Sognavo di essere la figlia di un pilota in modo da poter passare la mia vita in aereo, e di avere un quaderno dove collezionavo le monete di ogni paese.
Insomma praticamente ora io odio prendere l’aereo. Ho paura. So che sembra scemo ma ho paura. Comunque, mi dico, per fortuna non devo prenderlo domani, l’aereo.
Saluto l’amica e faccio per tornare a casa mia. Sono un po’ alterata. E a questo punto inizio a pensare di nuovo all’aereo. “Pensa se l’aereo è domani”, mi dico. “In fondo è un po’ che non controlli la data, no?” E in effetti è vero: è un po’ che non controllo la data. Allora inizio a pensare: “Magari è domani. Magari è davvero domani l’aereo.” E mi impanico. Inizio a immaginare tutte le cose che devo fare, chiamare il taxi, fare la valigia, fare la lavatrice, fare la valigia, mettere la sveglia, svegliarmi…
Torno a casa barcollando. Apro la porta, accendo la luce e apro il computer, che era già acceso. Apro la posta e controllo i biglietti. Guardo la data. Ventitrè febbraio. Guardo la data di oggi. Ventidue febbraio. Panico.