Ci sono stati dei tempi, neanche molto lontani, dove correvo felice su per le scale facendo i gradini tre alla volta contando il tempo che rimaneva per poter raggiungere quella dannata felicità. C’erano tempi in cui gli interminabili viaggi di notte valevano come un secondo rispetto al viso che poi gelosamente sarei riuscita a guardare. Erano tempi, quelli, in cui niente era poi così complesso. Come se dall’alto avessi guardato la strada e fossi sicura che dietro tutti quegli ostacoli, dietro tutto quell’ignoto, ci fosse alla fine una terra sicura su cui approdare. Dove siano finiti quei tempi, adesso è diventato un quesito costante e ancora m’interrogo su quale sia stato l’attimo preciso che ha trasformato quella terra in un misero miraggio e abbia allungato i giorni di vedetta. Mi accorgo che più cerco di buttare via l’acqua dalla mia zattera, più i ricordi che la notte cerco di ricucire si sbiadiscono. Le parole che ieri venivano urlate forte, adesso sono soltanto un lieve sussurro e anche quei gesti che ero convinta di ricordare per sempre si spaccano in mille frammenti. Lo sforzo che faccio per ricomporli è una fitta profonda di silenzio. Ciononostante l’accetto e non perché tanto poi passa ma perché adesso ho la speranza che tutti i miei vuoti verranno colmati da tanti tasselli. Come pezzi di puzzle che s’incastrano alla perfezione e che hanno i nomi delle emozioni più belle.











