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Mia nonna mi chiede il coprispazzolino perché crede che il nonno la porterà in casa di riposo.
Immagina una storia. Capitolo 1: Il fraintendimento
Immagina una storia. Capitolo 1: Il fraintendimento
Cari amici, siccome non avevo una benemerita mazza da fare, mi sono fatto il solito giro su Google in cerca di foto stupide quanto il sottoscritto. Visto che ce n’è davvero un totale, mi è venuta voglia di creare questa nuova rubrica, in cui assocerò a un’immagine (che ritragga una persona, o una scritta sui muri, o una qualsiasi altra minchiata) una storia inventata, che sia plausibile o meno,…
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Caro diario, Santo cielo! A vent’anni è da stupidi scrivere ancora sul diario? Forse sì, ma ho bisogno di parlare con qualcuno. Ho bisogno di parlare di lui, perché mi sta facendo impazzire. Stasera ci siamo incontrati. Quando mi ha vista ha fatto una faccia strana… Mi ha detto “Ciao bella” e mi ha dato un bacio sulla guancia, ma aveva l’aria distratta, forse non aveva voglia di vedermi. Non ha neanche notato che ero stata dal parrucchiere. È stato vicino a me per un po’, ma parlava poco. Non è più come prima. Credo che mi odi. Probabilmente mi ritiene una stupida, ed io non riesco a dire niente di intelligente quando sono con lui, perché mi manda il cervello in tilt. L’ho visto salire in macchina, ma ho finto di essere troppo presa da una conversazione inventata per guardare lui. Poi mi sono chiusa in macchina e ho pianto. Come vorrei avere una possibilità. Ancora una. Lo so a cosa stai pensando. “Alla tua età vai ancora appresso alle ragazzine?”. Ma è più forte di me. La dovresti vedere. Stasera, quando l’ho vista, mi si è fermato il cuore. Aveva fatto qualcosa ai capelli, ed era truccata in un modo che… Aaah! Sono riuscito a dirle solo “ciao bella”, e per di più balbettando, spero che non se ne sia accorta, ma avrei voluto dirle che era bellissima, semplicemente bellissima. Non riuscivo a stare lontano da lei, ma non riuscivo neanche a starle vicino. Non trovavo parole abbastanza dolci per lei, non trovavo argomenti abbastanza alti… È una che risponde a tono, che studia, che sa il fatto suo, se capisci cosa intendo. E poi quegli occhi… C’è qualcosa in quegli occhi, come se avesse una storia da raccontare. Una storia? Ma che dico?! Cento, mille storie da raccontare. E io starei ore ad ascoltarla. Ore a guardarla. Ma lei non si lascia guardare. Non è più come prima. Lei adesso scappa. Scappa perché qualche stronzo prima di me le ha fatto del male, e le ha messo in testa quest’idea che gli uomini sono tutti animali, e magari è vero in tanti casi, ma io no… Io vorrei dirle che con me è al sicuro, vorrei dirle che per lei fermerei il mondo. Ma come faccio? Non posso, capisci? Non posso dirle che ogni sera, prima di tornare a casa, passo in macchina sotto casa sua, sperando di vederla affacciarsi alla finestra, e sorridere come non fa più.
“ La prima volta che lo vidi fu il primo giorno di scuola. Il liceo artistico era grande ed imponente, “sembrava un museo”, mi disse una volta. Mi sedetti in ultima fila e mi distesi sul banco, le braccia incrociate e il mento in mezzo ad esse. E la professoressa che spiegava, mentre io non ascoltavo. Il banco di fianco a me era vuoto, non era venuto nessuno. Mi succedeva spesso anche alle medie. Nel bel mezzo della spiegazione la prof si interruppe, perché un ragazzo dai capelli riccioli aprì la porta ed entrò in classe, scusandosi con la prof per essere arrivato in ritardo. E si sedette di fianco a me, l’unico posto libero. Mi sorrise e posò a terra lo zaino blu scuro. Lo scrutai per un po’ e mi accorsi che era davvero bello: la pelle abbronzata, i riccioli castani e quegli occhi azzurri, che prendevano sfumature di grigio verso la pupilla. -Simone.- mi disse. Si chiamava Simone. -Giorgia.- Non illudetevi, questa non è una storia d’amore. L’amore non centra niente. Ci feci davvero amicizia con quel ragazzo, che ogni giorno mi strappava un sorriso fra una spiegazione ed un’altra, e all’intervallo mi presentava ai suoi amici. Simone mi portava spesso al parco Ducale di Parma. Ci sedevamo sempre sulla stessa panchina di fronte al laghetto guardavamo le oche sguazzare e gli alberi intorno a noi. Non c’era mai molta gente, era un posto tranquillo. Allora tiravamo fuori i nostri album da disegno, le matite e ci mettevamo a disegnare tutto ciò che vedevamo. Disegnare era la nostra passione e ci tené allacciati più di qualsiasi cosa. Simone era aria fresca, stare con lui significava disegnare, e io volevo disegnare, volevo vivere nei miei disegni. Ci completammo a vicenda come nessun’altro fece mai. Avevo l’abitudine di disegnare a matita e lasciare i disegni in bianco e nero mentre lui li riempiva di colori. Così capitò che io gli insegnassi a vedere un ricordo in ogni disegno in bianco e nero, una sfumatura importante, e lui mi insegnò a colorare la mia vita, con i suoi, i nostri colori. Capitò che lui iniziasse a colorare a metà i disegni, lasciandoli a metà in bianco e nero, ed io cominciai a clorare le pagine del diario con i miei evidenziatori. Un giorno venni al parco Ducale da sola, Simone aveva la febbre. E come al solito tirai fuori il mio album da disegno. C’era una ragazza che attirò la mia attenzione: poteva avere al massimo un anno in meno di me, portava i capelli castani corti fino alle spalle e gli occhiali neri a montatura grande, quelli che vanno di moda, era bassina, portava un maglioncino bianco e dei pantaloni blu elettrico con le Blaizer. Era bellissima nella sua semplicità, così fragile sembrava. Portava le cuffiette nelle orecchie e sorrideva debolmente guardando lontano. Simone stette a casa per due settimane, ed io avevo l’occasione di tornare al parco Ducale da sola, con i miei disegni e i miei pensieri, e trovavo quella ragazza sempre lì, seduta sulla stessa panchina magari con in mano un libro o con le cuffiette della musica. Si scostava i capelli con dolcezza quando le ricadevano sugli occhi, mi fece pensare ad un fiore. Ed iniziai a disegnarla. Definivo bene i contorni del viso, la sua postura, il modo i cui teneva il suo libro in mano. Restava sempre quasi immobile ed io potei finire il mio disegno. Quella volta lo colorai, con colori pastello, sfumati, chiari, come mi poteva apparire lei. Si chiamava Bianca. Bianca. Il suo nome era come lei, fragile, sì, sembrava fragile. Lo venni a sapere perchè un giorno Simone venne da me mentre stavo disegnando sulla panchina del parco; stringeva la mano della ragazza minuta e me la presentò come la sua fidanzata. Cambiò tutto. Simone smise di stare con me e cominciavo a sentire la mancanza della sua voce fra un disegno e un altro. E veniva con lei al parco e si sedevano sulla nostra panchina, proprio davanti al lago. Smettei di colorare i miei disegni, perchè i colori del mio mondo erano spariti. E volevo dirglielo, volevo dirglielo che mi mancava il mio migliore amico. Smise di parlarmi, era preso da quella ragazza, uscivano tutti i giorni. E io smisi di cercarlo. Smisi di andare al parco. Non ricevevo più suoi messaggi e nemmeno mi chiamava. E così, di punto in bianco, se ne andò e tutto finì. Credevo di essere importante, ma evidentemente non valevo più della sua matita. Passai un anno così. E Simone mi vedeva tutti i giorni ma non mi salutava. Un giorno decisi di tornare al parco. Era tanto che non ci tornavo, più di un anno. Non c’era nessuno, così mi sedetti sulla “nostra panchina”. Il mio sguardo si perse nell’orizzonte, come faceva Bianca la prima volta che la vidi. Lo vidi, Simone veniva verso di me. Feci finta di non vederlo e cercai di nascondere le lacrime. Si sedette di fianco a me, mi mise un braccio intorno alle spalle, e io piansi lacrime che non avevo mai avuto il coraggio di versare.”
Unfreddoestivo
perché, light?
e nel momento in cui cessavo di esistere vidi il tuo corpo avvinghiarsi al mio nell'intento di proteggermi. ma poi scoprii il tuo volto fiero del fatto e finto di amore. nei miei occhi si specchiavano i tuoi così pieni di soddisfazione. non ebbi avuto nemmeno il tempo necessario ad ottenere una risposta alla mia domanda: 'perchè, light?'