Svendita del patrimonio, assunzioni di parenti e amici, riduzione dei servizi, maxibonus per i dirigenti (sempre amici) e ingresso in Unindustria (guidata da un fedelissimo di Alemanno). Stiamo parlando di Atac, l'azienda municipalizzata dei trasporti della città di Roma, un'azienda strategica della capitale, i cui destini sono la miglior fotografia della gestione della città di Roma della giunta Alemanno. Un mix letale di clientelismo, speculazione selvaggia e illegalità che favorisce i privati a danno dei cittadini. E il tutto più o meno alla luce del sole. Cominciamo dalla svendita. tra pochi giorni arriverà in consiglio comunale la delibera che prevede la svendita di numerose proprietà di Atac. Svendita motivata ufficialmente da esigenze di bilancio. Per risanare i conti in rosso creati da una gestione pessima che si è contraddistinta per gli scandali delle assunzioni a chiamata di amici e parenti di esponenti del Pdl e della giunta capitolina. Lo scandalo andato sotto il nome di Parentopoli i cui protagonisti sono ora al vaglio dei pm romani. Se non bastassero le assunzioni selvagge, ci sono i maxibonus a sette dirigenti: Angelo Cursi (parente, ma è naturalmente un caso, del senatore del Pdl Cesare); Francesca Romana Zadotti (detta la zarina, carriera fulminante, mezza famiglia - casualmente - in azienda); Gianluca Ponzio (ex militante di Terza Posizione); Manolo Cipolla (consigliere comunale Pdl Palombara Sabina con cognato al seguito); Mauro Lombardo (vicesindaco sempre Pdl di Guidonia Guidonia Montecelio); e infine il “sig. De Cristofaro", unico finora non riconducibile a “casuali” circostanze sospette. 4 milioni per loro, ad aggravare un bilancio con 700 milioni di euro di rosso. Mettete una dopo l'altra regalie e piaceri, duecentomila euro di gadget per i dirigenti ordinati dal figlio della zarina ad esempio, e otterrete il buco. Può bastare al sindaco Alemanno? No. Visto che con una certa faccia tosta Atac entra ora in Unindustria, al costo di 75000 euro l'anno, l'associazione romana di Confinfustria, guidata da Aurelio Regina. Che, solo e sempre per caso, è l'uomo che Alemanno ha messo al vertice dell'Auditorium. Una mossa che in molti interpretano come il preludio alla futura privatizzazione della municipalizzata capitolina. Una mossa che però sta incontrando una vasta opposizione, anche in diversi settori del Pd. Un secco no è arrivato stamattina dai movimenti romani per la lotta all'abitare (Action, Coordinamento, Bpm), dai centri sociali e dalle diverse realtà sociali e sindacali riunite sotto la sigla Roma bene comune. Un centinaio di attivisti questa mattina hanno fatto un blitz nella sede dell'Atac a via Prenestina srotolando striscioni e chiedendo un incontro con i vertici dell'azienda. Incontro infine ottenuto per il sei giugno (oltre i vertici Atac dovrebbero essere presenti l'assessore alla mobilità Antonello Aurigemma), quello al bilancio Carmine Lamanda e quello all'Urbanistica Marco Corsini) e che si pone l'obiettivo di fermare questa colossale svendita ribadendo un punto fondamentale: ciò che è pubblico deve rimanere tale. E anzi, diventare ricchezza comune e condivisa. Oltre che il no alla svendita i movimenti hanno infatti diverse concrete poposte su un riutilizzo virtuoso di quegli spazi la cui vendita non basterebbe di certo a risanare il bilancio, ma al contrario aprirebbe soltanto la via ad altre speculazioni. Come ad esempio la colata di cemento che investirebbe le periferie in compensazione della vendita delle proprietà Atac nelle zone centrali della capitale. Una colata che trasformerà la capitale, dove non viene destinato niente all'edilizia popolare per rispondere all'emergenza abitativa, senza che municipi e cittadini possano dire la propria e operata senza presentare un abbozzo di piano industriale.