E’ stato Il giovane Holden, l’avrò letto almeno dieci volte, il mio libro-medicina più efficace. Quando mi sentivo giù, e mi verrebbe da dire off, riprendevo l’edizione Einaudi bianca bianca per farmi ridere nel petto.
Un’altra grande delusione fu ammortizzata dall’ironia di A che punto è la notte, un’edizione blu del Club degli Editori: il thriller culturale orchestrato da F&L mozzò il fiato, almeno per il tempo di quella lunga giornata passata su un letto scassato, a miei pensieri disperati.
La sparizione di Bellow fu la pausa affogata tra un sonno obliterante e l’altro, la scelta casualmente caduta tra due separazioni assolute, eros e thanatos.
Mentre la febbre di un’influenza solitaria da studente fuori sede senza TV, fu alleviata dall’unguento narrativo kinghiano, Il miglio verde, e da un fornelletto elettrico che emanava il tipico odore metallico.
A volte mi è capitato di confondere la bellezza con il rimedio, e il piacere che ti provoca quello che è forse il mio romanzo italiano preferito, Tempo di uccidere, non ti libera da quel filo malinconico che Flaiano ti gira attorno agli occhi.
Piango dal ridere, piango anche per la tristezza con Barney, ma la sua versione mi ripulisce dalle tossine, ha un che di liberatorio. Cazzo cazzo e cazzo.