Orson Welles, Quarto potere, 1941
L'inizio è folgorante. Una prova di montaggio superlativa. Ad alta velocità si susseguono immagini e voci narranti. Viene data la notizia della scomparsa del magnate Kane, con uno stile telegiornalistico. Un mix caleidoscopico di filmati di repertorio, prime pagine, fotografie d'annata. A ritmo serrato. Poi una sorta di documentario vecchio stile, di quelli pomposi, mostra il concepimento e la costruzione della faraonica quanto pacchiana reggia di Kane.
Poi l'incedere si attenua ed inizia il vero e proprio film. Una testata giornalistica apre un'inchiesta su Kane. In particolare si vuole svelare il mistero dell'ultima parola da lui pronunciata sul letto di morte: Rosabella. Chi è costei? Inizia l'indagine, un'indagine quasi poliziesca, che non baderà a mezzi e a spese.
Vari personaggi, il tutore di Kane, il suo caporedattore, il migliore amico, raccontano ciò che sanno. Partono i flashback, che ci mostrano la storia di Kane. La sua prima casa, dell'infanzia precocemente interrotta, la casa povera dei genitori. Che lo cedono in adozione. Kane viene adottato da un magnate, ed è designato come unico erede di un impero finanziario immenso.
Egli da subito vuole fondare un giornale e dirigerlo. I mezzi non gli mancano, ma neanche il carisma e la spavalderia, con la quale gestisce perfettamente l'impresa.
Presto rivela una smania di possesso, che lo spinge a volere tutto, e ad investire ogni dollaro. Non si tratta necessariamente di sperperi, anzi. Spesso acquista opere d'arte, a volte paccottiglia, tutto senza particolare criterio. Ma non è né il primo né l'unico, di certo.
Kane si sposa. Poi si stufa della vita domestica, e si trova un'amante. Una cantante priva di talento. Pensa di condurre una doppia vita, ma viene smascherato. Nel frattempo si era dato alla politica dicendo di voler diventare presidente. I rivali rendono pubblica la tresca sentimentale e lo rovinano. Perderà le elezioni e la moglie.
Ricomincerà una vita con l'amante, costruendogli immensi teatri dove ella possa cantare l'opera, tra continue stroncature e bordate di fischi da parte del pubblico.
Kane costruisce la sua reggia, Kandalù. Una vera e propria città, immersa in un immenso parco privato, con un castello in cima alla collina. Dentro a questo, immensi vuoti saloni.
Vediamo Kane seduto. Lui solo, sempre solo, qualche domestico che va e che viene. Lui solo in queste stanze sconfinate, sconfinatamente vuote. La sensazione di solitudine che comunicano queste inquadrature è senza eguali. Kane si è costruito un'immensa tomba. Un miscuglio indefinito di marmi scuri e statue ingombranti. Nelle fondamenta ha ammassato migliaia di opere che ha acquistato, senza neanche saperlo, che probabilmente non ha mai neanche visto.
Un'immensa tomba.
E alla fine sta morendo, e pronuncia quell'ultima parola, Rosabella.
Il mistero viene svelato. Non ai giornalisti, che hanno fallito nell'impresa. Ma allo spettatore. Viene svelato da un'inquadratura, che scruta meravigliosamente con sguardo aereo ed indagante proprio tra i cimeli ammassati.
Una scritta, rivelatoria.
Quarto potere è un'opera virtuosa, ricca di virtuosismi visivi. Dotata di un'azione frenetica e trascinante. Le immagini sono bellissime, le carrellate sinuose. Lo stile narrativo curato, con il continuo andare avanti e indietro nel tempo.
E c'è una morale di fondo. E' un film di un giornale che racconta la storia di un giornale, e del suo fondatore. Vedo un guardarsi dentro a se stessi, per scoprire le motivazioni delle cose. Di certe cose. Cercando ragioni di fondo, ragioni d'essere. In un mondo che è (sempre più) investito di un potere immenso, incontrollabile. Un mondo corrotto. Pregno di intrighi politici. Di cinismo. Di autentica crudeltà.
Kane è solo una vittima della sete di potere.
Una lezione impartita, ma non raccolta, perché la storia si ripete, ogni volta, in ogni epoca. La speranza è riposta in un altro mondo, contrapposto, genuino, povero, rurale. Innocente.
Luca Terraneo








