"Si stava meglio quando si stava peggio".
Non penso sia del tutto vero. Il tempo porta con se la parola magica "cambiamento", sbandierata su tutte le televisioni dai nostri pseudo-politici in piena campagna elettorale (e sarebbe meglio facessero quella del pomodoro). Insomma, il tempo non si ferma, e come è normale che sia, si cambia.
Prendendola alla larga, l'aumento della qualità della vita negli ultimi cinquant'anni ha portato con se molti pro e contro. I pro sono evidentemente le possibilità, economiche e sociali, che una persona può raggiungere e conquistare. Il contro più evidente è palese: avendo a portata queste possibilità le persone vogliono aumentare le prospettive della propria vita e quindi aspirare agli impieghi più "nobili" lasciandosi alle spalle le vecchie mansioni (non voglio sminuire alcun tipo di occupazione, non abbiatene male). Il risultato è che dopo la nostra fantastica carriera universitaria siamo pronti ad affrontare il mondo nei ruoli di manager, art director, marketing, avvocato, notaio, e chi più ne ha più ne metta: ci sarebbe bisogno di "more Spazzini per tutti". Mi rendo conto che è un'affermazione "leggermente" riduttiva, ma è una delle cause della crisi (se no qui non si finisce più).
Bene, ci sono ambienti in cui questa crescita sociale ha portato giovamento. Per esempio, la musica emergente.
Senza andare troppo indietro (eviterò di parlare dei tempi di mio padre, mio nonno e del nonno di mio nonno) vi posso dire che, per ciò che riguarda la mia seppur breve ma intensa esperienza personale, la situazione è migliorata parecchio. Insomma, quando suonavo i miei primi grandi gigs nelle più svariate piazze della ridente cittadina di Parma e Provincia non c'era uno straccio di niente. Niente spie. Niente microfoni per la strumentazione. Solo gli amplificatori portati da casa e un microfono per la voce (se andava bene ce n'erano due). Adesso i palchi, fin dalle minime dimensioni, mettono a disposizione strumentazione e tecnologia a sufficienza per mettere proprio agio qualunque band/artista (ok, la situazione si sta facendo abbastanza tecnica, ma cerco di tenera easy anche per i più "inioranti" dell'ambito). Band di ragazzi che suonano con le basi, il metronomo in cuffia, MacBook e controllers midi. Roger Daltrey (chi? O meglio, Who?) non si capacita tutt'ora degli ear-monitor: "Quando suonavamo noi il soundcheck si faceva durante il concerto. Alla fine, l'unica canzone che suonava in modo accettabile e dove si sentiva tutto era l'ultima in scaletta", disse all'O2 Arena di Londra, in occasione del tour di qualche anno fa.
Le possibilità sono molte, grazie ad Internet. Una volta c'era chi ce la faceva e chi non ce la faceva: i Beatles o i Pale TV (appunto, e mi scuso se nel frattempo ci sono altre duecendomila band che hanno scelto quel nome). Ora ci sono YouTube, Facebook, Twitter. Ora ci sono i concorsi, festival, contest, SplitGigs, Garage Band.
Insomma, il discorso sarebbe anche molto più ampio, ma il succo, giovani superstar, è: non lamentatevi se non vi sentite in spia, e ringraziate il vostro tempo che vi ha permesso di essere a suonare li in quel momento.
Penso sia bello. È bello che ognuno abbia la possibilità di esprimersi e che ognuno possa avere il suo spazio. Certo, la censura è ben minore, e il mondo si fa saturo. Ma quale settore non lo è?