L'APPUNTAMENTO DEL MERCOLEDÌ LE STAGIONI DELLA MEMORIA: RICORDI CASORIANI. Viaggio nella cronaca del tempo e tra la gente comune. Fatti, cronache, sentimenti umili ed elevati. MAST’ANTONIO ‘O MASTERASCIO RITI STRANI MA INNOCUOI “FARE I VERMI”
Da “Casoria … una volta” di GIULIA CAMPECE II edizione, 2017
Mast’Antonio ‘o Masterascio - Riti strani ma innocui: “fare i vermi”
Mast’Antonio ‘o Masterascio
In questa stessa stradina, c’era un artigiano che teneva la sua bottega nell’atrio del palazzo; era un uomo un po’ particolare in quanto, nonostante vivesse una vita grama come gli altri, si pavoneggiava vantando lusso e benessere inesistente.
Il vicinato sapeva già che le sue erano frottole e lo canzonava un po’. Si sentiva qualche donna che, al suo passare, gli chiedeva:
- Mast’Anto’… ‘a mezzogiorno, la vostra signora ha preparato carne o pesce?
E lui, forse stando allo scherzo:
- Mast’Anto’… è passato il sarto a misurarvi il vestito nuovo, ma voi non c’eravate!
- Ve site fatte cheste belle scarpe ‘e vernice? - quando, invece, egli calzava scarpe scalcagnate e sempre le stesse; e così via.
Un brutto giorno si sentì distintamente una voce cantare:
- Mast’Anto’…mast’Anto’… tu sì piecoro e je no!
La canzoncina atroce si ripeteva a intervalli regolari e tutti uscirono nella strada per vedere da dove provenisse: niente…si udiva soltanto la voce! Uno scherzo terribile. Il pover’uomo, fatto oggetto della beffa, si mortificò e non ebbe più il coraggio nemmeno di farsi vedere.
La strana cantilena offensiva andava avanti da alcuni giorni; solo di notte la voce si fermava. I vicini, nonostante lo sfotto’ che essi stessi avevano fatto a quell’uomo che raccontava solo frottole, erano ormai dispiaciuti per lui. Finalmente, forse mossa a pietà, la giovane ‘Mmaculata, figlia dell’autore della burla, svelò l’arcano: era un pappagallo “parlante” a cui la frase era stata insegnata con pazienza per un lungo periodo di tempo.
Di giorno, il pappagallo, che probabilmente apparteneva a una specie particolarmente adatta ad assimilare e imitare il suono della voce umana, veniva sistematicamente posizionato dietro una pianta molto frondosa, sul balcone, e di notte veniva portato all’interno della casa; immaginate un po’ se avesse parlato anche di notte! Ci sarebbe stata veramente una rivolta, dato che gli abitanti del posto, dopo le prime risate fatte con gusto, ne avevano fin sopra ai capelli di quella monotona tiritera.
Riti strani ma innocui: “fare i vermi”
Rusulina ‘a crapara era la cummarella della nonna, per cui aveva un gran rispetto per tutta la famiglia. Abitava al pian terreno del primo palazzo a destra del vicolo; aveva un gregge e accanto al suo basso c’era un locale che fungeva da ovile, all’esterno del quale c’era un recinto con una lunga mangiatoia di legno, dove sostavano le capre dopo essere andate al pascolo accompagnate da Salvatore, il fratello della donna.
Per assurdo che possa sembrare, tutta la gente del vicolo faceva la “raccolta differenziata”, come si direbbe oggi. Separavano, infatti, dall’indifferenziato (allora non c’era la plastica), le bottiglie che erano “vuoto a rendere”; la carta blu che avvolgeva i maccheroni, che veniva riciclata per incartare i libri o per fare fagotti; infine l’umido: bucce di fave, piselli, angurie, meloni, foglie di scarto dei broccoli, insalata e verdure varie, ecc. Tutti questi resti venivano raccolti nei secchi di zinco o nei panieri di vimini e portati nella mangiatoia di Rusulina: tutti contribuivano a nutrire le capre ricevendone anche una piccola ricompensa.
Rusulina non era molto vecchia, visto che aveva una figlia di soli 18 o 20 anni, ma aveva l’apparenza di una donna più avanti negli anni. Era piccola e magra, aveva i capelli bianchi e raccolti: aspetto molto provato dalla fatica fisica.
In quel periodo poco si ricorreva al medico e, soprattutto, non si usavano medicinali: non c’era la “mutua”, il medico e i medicinali si dovevano pagare e fin quando la malattia non era gravissima si cercava di non spendere soldi.
Quando noi bambini facevamo dei brutti sogni o ci spaventavamo per qualche motivo, le mamme ci portavano da Rusulina che ci “faceva ‘e vierme”: ci scopriva la pancia e con il pollice di una mano ci faceva delle strane croci sull’addome, con l’altra sgranava la “corona” del Rosario mentre le sue labbra si muovevano balbettando qualcosa di incomprensibile.
Il rito si doveva ripetere per tre giorni consecutivi, dopo di che eravamo liberi dai “vermi”. Io non avevo paura anche perché la donna mi lasciava con una carezza, ma percepivo qualcosa di arcano e misterioso che mi accompagnava per un certo tempo. Era un piacere quando le mamme ci mandavano a portare il cibo per le capre, perché era bello pensare che ciò che avremmo buttato sarebbe servito a nutrire altri esseri viventi che Rusulina e Salvatore trattavano come figli.
La nostra ricompensa era una fetta di pane, portata da noi stessi, e che veniva cosparsa di cagliata di latte di capra dalle mani stesse della crapara.
A proposito dell’attaccamento di queste due persone ai loro animali, è giusto ricordare che Salvatore, portando al pascolo le sue pecore oltre i binari del treno, nel giugno del 1953, perse la vita in un incidente ferroviario per mettere in salvo il suo gregge.