Tratto di foce e lenze dinamiche
La pesca a bolognese nel tratto di foce con il coreano e la tremolina francese. Maree, correnti e lenze dinamiche (montature modificabili in peso e distribuzione).
Il “tratto di foce” è quella parte di corso fluviale che dalla foce vera e propria (sbocco a mare) si estende fin dove risale il cuneo salino e la marea esercita i suoi effetti in maniera rilevante. Spesso negli articoli e nei post ci siamo riferiti a questo tratto con il termine di “acque di transizione” identificandolo quindi per le sue caratteristiche di salinità intermedia (ma assai variabile in base a numerosi fattori), una zona in cui l’acqua dolce e quella salata si incontrano determinando la mescolanza di specie diverse, alcune tipiche delle acque dolci (es. carpe, breme, cavedani e pesci gatto) e altre delle acque marine (orate, cefali e spigole). Ovviamente in questo tratto, a seconda che ci si collochi più a monte o più a valle, le percentuali delle singole specie tendono a variare.
Le maree e le correnti di marea
L’acqua salata, più densa, tende a scorrere in prossimità del fondo del tratto di foce mentre quella dolce si colloca nella porzione più superficiale. Al confine tra i due strati abbiamo una zona di acqua salmastra. L’acqua dolce procede verso valle, quella salata in base all'entità della marea si spinge verso monte con forza variabile e comunque sempre minore man mano che aumenta la distanza dalla foce assumendo la forma a cuneo (si parla infatti di “cuneo salino”).
A seconda delle stagioni, di quanto ha piovuto (che influenza la portata del fiume), della fase lunare, delle condizioni meteorologiche (mare e vento in foce), ecc. le componenti dolce e salina sono soggette a notevoli variazioni così come tendono a variare le correnti che ci troveremo ad affrontare di volta in volta. La pesca nel tratto di foce è quindi assai dinamica e veramente, in questo caso, uno stesso spot può richiedere lenze anche molto diverse a seconda dei giorni e addirittura delle ore di uno stesso giorno.
Il coreano e la tremolina
Esche generiche la cui selettività aumenta notevolmente spostandoci dal mare al tratto di foce. Lo abbiamo detto diverse volte e il motivo è chiaro: poco appetite dai pesci di acqua dolce, che preferiscono i bigattini (e altro ovviamente), sono invece oggetto di estrema attenzione da parte di branzini, muggini e orate. Quindi se questo è il nostro target e vogliamo limitare il disturbo di altri pesci sono la nostra prima scelta.
La tremolina ha una marcia in più in quanto naturalmente presente, ma pecca nella conservazione. Il coreano rende bene ed ha una conservazione piuttosto lunga. A voi la scelta secondo le esigenze. Cambia anche la consistenza, con la prima molto più delicata e morbida e il secondo più tenace e resistenze. Quando i pesci sono diffidenti può essere un aspetto che contribuisce a fare la differenza.
Presentazione
Le tremoline si trovano sul fondo quindi generalmente è da lì che si parte. I coreani, non presenti in natura dalle nostre parti, possono mimare un anellide naturale (specie quelli verdi e di piccole dimensioni) o anche un’anguillina (quelli molto grandi). Anche in questo caso è bene iniziare la presentazione nei pressi del fondale.
Gli inneschi possono variare dall’anellide appena appuntato per la proboscide, libero di muoversi e fluttuare in corrente, al verme parzialmente infilato con l’ago. Dipende da come mangiano i pesci in quel dato momento. Per la tremolina ed i coreani piccoli, pescando appoggiati sul fondo, sono validi entrambi, mentre i coreani più corposi è meglio farli lavorare in corrente sospesi a 10-20 cm dal fondo e appuntandoli sottopelle solo per la testa.
Le varie specie attaccano poi l’esca in modo diverso, con il cefalo che “puppa e sputa”, l’orata che spesso mima la minutaglia e la spigola che oggi si avventa a mezz’acqua e domani grufola sul fondo. Proviamo dunque varie soluzioni se la risposta non è quella desiderata.
Lenze “dinamiche”
Per quanto appena detto la montatura deve potersi adattare alle mutevoli condizioni di corrente che possono manifestarsi non solo tra un giorno ed un altro ma più volte nell'arco di una stessa uscita. Nella pesca con la tremolina e il coreano, partendo con il presentare l’esca a livello del fondo, le lenze hanno una distribuzione del pesco raccolta. Ricordiamo inoltre che si tratta di esche pesanti (un coreano può arrivare anche a due grammi di peso) e ha poco senso fare lunghe e morbide corone utilizzando decine di pallini dal peso farmaceutico (come faremmo con il bigattino).
Non stiamo a disegnare schemi, che a poco servono in questo caso, ma esprimiamo un concetto di base: si parte con pochi pallini (es. 4) equidistanti e un raggruppamento subito sopra, il tutto in 25-30 cm. Il peso globale dipende dalla profondità e dalla corrente. A meno che non vi sia una corrente decisa e non si peschi in trattenuta bloccata (che è una tecnica specifica), il bulk (gruppo di pallini più o meno ravvicinati) è preferibile alla torpilla in quanto ci consente di modificare la presentazione aprendo e chiudendo la distribuzione, adattandola in sostanza per far fronte alle variazioni della corrente. Imperativo è non stringere troppo i pallini, così da poterli spostare senza particolare stress per la lenza. Uno dei tanti metodi per applicarli è quello del doppio filo: si affianca uno spezzone di nylon di maggior diametro (es. 0.20) alla lenza (es. 0.16) e vi si stringe il pallino, dopodiché si sfila lo spezzone e il pallino rimane sulla lenza facilmente spostabile. Una lenza di questo tipo può essere aperta fino a lasciare ampia libertà di affondamento e movimento all’esca oppure chiusa fino a stabilizzarla sul fondale.
Sono i due casi estremi della corrente lenta e della corrente più veloce. Cambiano anche i galleggianti ma rimane l’idea di montarli sostituibili. Una goccia che va bene in acque ferme o lente non si comporta altrettanto bene in trattenuta accentuata (in quanto tende a scivolare fuori dall’acqua).
Quindi lenze dinamiche sia come piombatura ma anche come tipo di segnalazione ci consentono di affrontare i tanti e mutevoli scenari che il tratto di foce offre.
Teorie e andamento delle maree
Se c’è un ambiente dove la teoria solunare sembra avere un certa validità è il tratto di foce. In questi mesi abbiamo registrato tutte le catture ed evidenziato coincidenze interessanti (con le dovute eccezioni, si intende). I risultati sono abbastanza in linea con quelli pubblicati in una newsletter di un po’ di tempo fa tuttavia sessioni di pesca più lunghe hanno fatto registrare improvvisi aumenti di attività anche in corrispondenza dei transiti lunari. Talvolta si passava dal non vedere neanche una tocca a catture in serie anche se, va detto, chissà cos'altro ha influito.
Pescando di tanto in tanto non ci si fa caso. Le molteplici variabili possono rendere una giornata che sulla carta era propizia una vera e propria tragedia. Pescando quasi tutti i giorni si riescono tuttavia a cogliere delle coincidenze che fanno riflettere, fermo restando l’opinione che più che un singolo fattore è la concomitanza di più fattori a determinare la maggior o minor attività dei pesci in certe giornate ed orari. La marea crescente frena il defluire del fiume, ne aumenta il livello, crea correnti di fondo più intense, innalza e spinge più a monte il cuneo salino. Si assiste e ci si confronta con il fenomeno della doppia corrente.
Nel tratto di foce l’altezza idrometrica varia con un andamento pressappoco sinusoidale che ricalca quello della marea. Tra i picchi vi possono essere decine di centimetri di differenza e questo impone un frequente controllo della profondità con la sonda per esser certi di pescare sempre alla giusta altezza. La risalita dell’acqua di mare genera una corrente che procede da valle a monte mentre il flusso dell’acqua dolce superficiale una corrente da monte a valle. In alcuni casi questo fenomeno si evidenzia con una tipica disposizione del galleggiante che si comporta come se la lenza dragasse sul fondo (deriva rivolta a monte e antenna rivolta a valle). Pescando con i bigattini dobbiamo tenerne conto in fase di pasturazione poiché le larve, dopo aver percorso un certo tratto verso la foce “rientrano” (tornano indietro) una volta che incontrano la corrente di fondo. Nella pesca con la tremolina e il coreano generalmente non si pastura ma è bene aver comunque presente questo aspetto. Dal picco di alta a quello di bassa la corrente si fa invece più uniforme come verso e spinge quindi in un unica direzione.
Al di là del ragionamento sulla pasturazione (dove convenga, a seconda delle correnti, lanciare le larve), che qui non prendiamo in esame, sono anche le lenze a doversi adattare. Una cosa è pescare con marea crescente, acque apparentemente lente, maggior altezza idrometrica e doppia corrente e un’altra è farlo con marea calante, minor altezza idrometrica ed una corrente che spinge con forza verso valle. Nel primo caso si pesca quasi fermi in un punto, nell’altro in trattenuta (con passate più o meno brevi). Gli anellidi, lo ripetiamo, sono esche relativamente pesanti e le variazioni della lenza incidono meno rispetto a quelle sulle lenze da bigattino. Ma incidono comunque. Si tratta in altre parole di modifiche più grossolane, fatte di aperture, chiusure e concentrazioni del peso in vari punti alla ricerca della presentazione migliore per quel dato tipo di corrente. Non vi sono “leggi”, anche perché i corsi d’acqua e la loro riposta alle maree sono diversi, e si tratta per lo più di un insieme tra osservazione, logica e fortuna (che non guasta mai e non di rado gioca un ruolo determinante). Lo si può chiamare senso dell’acqua, intuito o come volete e sovente, quando siamo in due a pescare, uno tenta una presentazione mentre l’altro prova una diversa alternativa così da capire prima “come vogliono l’esca”. In genere, bene o male, nel giro di poco ci si arriva. Tranne i giorni in cui non c’è proprio verso. In quel caso il pescatore più bravo è con buone probabilità anche il più fortunato. Diciamolo ogni tanto.
Testo e foto: Franco Checchi















