Posso dire acotar aspettativa zero e invece mi è piaciuto un sacco?
Nel dubbio io l'ho detto.
seen from United States
seen from United States
seen from Maldives
seen from China
seen from China
seen from Netherlands
seen from United States
seen from Chile

seen from United States
seen from United States

seen from Netherlands
seen from Russia
seen from United States
seen from United Kingdom

seen from United States

seen from United States
seen from United States

seen from United States
seen from Türkiye

seen from United States
Posso dire acotar aspettativa zero e invece mi è piaciuto un sacco?
Nel dubbio io l'ho detto.
(Un giorno qualunque)
In aula hanno interrotto la lezione per l’ennesima volta: oggi è stato il turno di un insegnante tedesco, arrivato fresco fresco da Lipsia per presentare un nuovo progetto. Una sorta di gemellaggio, mi è parso di capire, con possibilità di acquisire un doppio titolo qualora si decida di partire al terzo anno. Insomma, qualcosa che comprendesse la possibilità di fare le valigie e partire, lontano da questo posto dimenticato da tutti in cui non c’è possibilità di futuro – non ho idea di quali fossero i dettagli, né mi sono preoccupata di fingere di mostrare interesse nella discussione generatasi alla fine della presentazione. Ho smesso di ascoltare al sentir pronunciare la parola ‘erasmus’, attribuendo la scarsa attenzione ad un’infinita stanchezza che mi tormenta da settimane ma ben sapendo, sotto sotto, che il motivo fosse un altro. Io in erasmus non ci voglio andare – il ché, detto da una che studia lingue, sembra parecchio ridicolo. Io in erasmus non ci voglio andare perché solamente l’idea di partire e ritrovarmi sola in terra straniera, lontana da tutto ciò che mi fa sentire al sicuro, mi destabilizza enormemente. Frequento l’università in una cittadina a qualche ora dal mio paesello a cui, tra l’altro, faccio ritorno almeno ogni due settimane – figuriamoci allontanarmene per un anno intero! Eppure mi viene detto di partire; di cogliere la palla al balzo e approfittare dell’occasione, ché ho quasi ventitré anni e l’orologio continua a ticchettare, e con la disastrosa carriera accademica che mi ritrovo un’esperienza del genere non potrà che giovare al mio curriculum. Almeno, dicono, avrò qualcosa da scriverci. Già, perché nei miei ventidue anni da inetta non ho imparato niente, neanche ad allacciarmi le scarpe o pulirmi il moccio da sola. Ventidue anni, quasi ventitré, ma solo sulla carta. In realtà una bambina che ha ancora paura del buio e degli sguardi malevoli della gente; della cattiveria gratuita dispensata senza che ci si soffermi a conoscere; di me stessa, che non me ne sono mai saputa fregare e non sono mai andata controcorrente se non quando mi è stato imposto; di me, priva di talenti, che non ho mai saputo coltivare – che non ho mai voluto coltivare nel tentativo di arginare la delusione, sicura che dietro l’angolo tutto ciò che potesse attendermi fosse il fallimento. E così son rimasta, con un pugno di niente tra le mani, come niente sarà il mio futuro. Intanto penso ai miei compagni di classe, il paragone inevitabile. Quegli stessi che, perfetti, continuano a tormentarmi negli incubi peggiori nonostante dal liceo siano passati quasi quattro anni – sempre là, onnipresenti s’un angolo della mia mente, a puntare il dito su tutti i miei difetti e mancanze e sussurrare tra loro ‘te l’avevo detto che non sarebbe andata lontano’. A differenza loro, che chilometri ne hanno macinato in abbondanza. Io, in America come l’Artista, non sarei mai in grado di metterci piede.
Io, che la notte non riesco a dormire se non ho una confezione di Xanax sotto al cuscino.
Autoritratti
Quando scrivo qualcosa a mano, al netto della mia pessima grafia, non riesco a stare negli spazi. Sono troppo grandi quelli grandi, e sono troppo piccoli quelli piccoli. Detesto le righe e amo i quadretti; mi fanno sentire protetta, al sicuro, a casa. Ma ho bisogno di quadretti grandi, sennò soffoco. Oggi raccontavo a un’amica una cosa che avevo dimenticato: il mio esame di Geografia lo feci il…
View On WordPress
Credo che col tramandar le cose orali ci si perda sempre dei pezzi.
Prendete un modo di dire. Chessò: In amore vince chi fugge. Ecco, tutti ben sappiamo che è una stupidaggine. Infatti credo che originariamente ci fosse una 's'...
IN AMORE VINCE CHI SFUGGE.
Non è più bello e più sensato? Non è scappare dalla persona amata, o lasciare che questa se ne vada, a rendere forte il sentimento. Tutt'altro. È il non permettere di arrivare alla completezza di se. Lasciare sempre sfogo a piccole grandi sorprese o sfumature. Esserci, stare lì, rimanere nonostante tutto... e non essere mai raggiunti. Come l'orizzonte, come l'utopia. Credo sia questa l'arma vincente: lo sfuggersi, il rincorrersi, il continuare a costruire senza dover obbligatoriamente distruggere tutto ogni volta. Diverrebbe straziante.
Sfuggite innamorati, sfuggite! Fate credere di esser stati raggiunti e poi sfuggite! Senza abbandonare mai. Fatela diventare una sfida.
La vita è più bella se la si trascorre "giocando"...