Involuntary cenobite
Volevo essere io ad attirarti. Per una volta volevo essere io il polo magnetico. Volevo essere capace di provocare quella fantomatica attrazione, emanare quell'energia mentale o carnale (o entrambe le cose), che -non importa cosa dicono- è vero potere e scatena passioni inconsulte. Quel potere che di solito sono le donne ad esercitare sugli uomini. Totalizzante, intossicante come il vino greco, che infatti dovevano diluire in recipienti appositi con acqua o miele, perché ti andava alla testa subito, troppo pesante e corposo com'era. Una vera mazzata. Poi ti meravigli che Polifemo sprofonda a dormire come un ciocco di legno.
Che i miei uncini si conficcassero, attraverso la tua pelle candida e liscia, nella tua carne in profondità, le mie catene ti tirassero a me, il mio abbraccio fosse inestricabile.
Dicono che se ami qualcuno lo devi lasciare andare. Non so se sia un cliché o una verità incontrovertibile. Ma così ho fatto. Mi sono fatto indietro, da parte, come fin troppe volte è successo.
È così irragionevole da parte mia, avere questa aspirazione? E dirlo, soprattutto?* Essere desiderato? Essere voluto? Essere cercato? Che s'inventino delle scuse per stare con me? Così irrealizzabile in questa vita? Essere lo Strigo, quello con la bacchetta magica? Catalizzatore di forti correnti, passioni torride, emozioni bagnate?
Invece pare che mi abbiano fatto intraprendere la via del buddismo zen, senza avermi prima interpellato.
*no, perché vedi, un uomo dev'essere imperscrutabile. Stoico. Granitico. Un menhir. Mai svelare i propri sentimenti apertamente. Non mostrare debolezze. Sicuro di sé sempre, anche i festivi. Altrimenti vali poco. E che me ne faccio di te?

















