NAPOLI SOTTERRANEA: Vecchi giocattoli.
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NAPOLI SOTTERRANEA: Vecchi giocattoli.
oggi sono entrata, dopo tanto tempo, nel negozio di giocattoli dove ero solita andare con mio nonno e mia mamma. ricordo che stavo lì per lunghissimi minuti a fissare le barbie e i peluches, li volevo tutti ma costavano troppo, anche se mio nonno cercava quasi sempre di accontentarmi e riusciva a comprarmi qualche piccolo pupazzo, per me era importantissimo. amavo andare lí e passare lo sguardo tra gli scaffali pieni di giochi e tutti colorati. adesso il reparto giocattoli è semivuoto e le pareti sono tutte bianche, è stato deludente. mio nonno non c'è più e nemmeno tutti quei giocattoli che amavo. mi si è stretto il cuore, crescere è proprio una merda.
Dire di no (La macchinina rossa)
Sabato mattina. Lo squillo insistito del telefono. Una voce di donna che fatico a riconoscere:
- Scusami... stavi dormendo? -
Silenzio.
- Se hai cambiato idea... -
Il ricordo di quell'impegno mi coglie del tutto impreparato. Farfuglio di no e mi maledico: come ho potuto ficcarmi in questa situazione? * * * Accadde la settimana prima, al termine di una giornata campale. L'adrenalina era ancora in circolo e mi aveva impedito di tornare subito a casa a buttarmi sul letto. Due campari soda mi convinsero ad andare a cena con un collega e altra gente che non conoscevo.
Fu in quel locale affollato e rumoroso che conobbi Laura. Sedeva di fronte a me composta, un po' rigida, in un vestitino stampato a fiorellini pallidi. Era pallida anche lei, ma la penombra del locale accentuava il brillio degli occhi scuri. Era clamorosamente fuori posto rispetto al resto della compagnia, e mi domandai come ci fosse capitata. Dopo qualche banalità iniziò a parlarmi di sé e questa mi parve una concessione preziosa. L'ascoltai con interesse autentico mentre mi raccontava del suo impegno nel volontariato. Quale dolce trasformazione! Il suo stesso corpo sembrò ammorbidirsi, e protendersi verso di me con un angolo di sempre maggior intimità.
Sarà stato per quella iniziale rigidità che progressivamente vedevo sciogliersi nella confidenza nascente; sarà stato per i suoi occhi che spiccavano sempre più lucidi (ah, il vino!) sul pallore del viso... Sta di fatto che iniziai - senza neppure sentirmi colpevole - a fantasticare sul suo profumo; nella bolgia di quel locale era impossibile percepirlo, ma ugualmente mi volli convincere che la sua pelle odorasse di bucato fresco e cieli tersi. Mentre si sporgeva verso di me i suoi seni tendevano il tessuto leggero del vestito a fiori; continuavo a fissarla negli occhi, ma fantasticavo il turgore di capezzoli minuscoli e delicatamente rosati. Sì, doveva odorare di buono: di bucato, di caffelatte; di cose quotidiane, semplici e genuine. Non c'è niente da fare: alle confidenze, anche quelle che non sono poi davvero tali, non posso fare a meno di reagire che svelando qualcosa di me. Le raccontai di come io vivessi solo, e del disordine causato dalla mia invincibile ritrosia a buttare le cose vecchie. In effetti, decidere che un oggetto è giunto al termine della sua esistenza mi provoca un irragionevole disagio. E' per questo che nei miei armadi giacciono le cose più disparate. Le lascio riposare nell'ombra ma sono ben pronte, solo che io lo voglia, a farmi rivivere ricordi ed emozioni. Soprattutto - ed è questa una dote che raramente appartiene alle cose vive - sanno rimanere lì mute, e non è cosa dappoco. I ricordi sono una gran cosa, fino a che si possono comandare a bacchetta. Le raccontai di come qualche giorno prima avessi riscoperto alcuni giocattoli vecchi, in particolare una macchinina rossa che seppe evocare ricordi che speravo perduti. Quando qualcosa mi emoziona so essere un conversatore affascinante, e Laura mi ascoltò rapita. Poi, mentre scaldavo tra le mani il mio cognac, dopo un breve silenzio mi chiese se non avessi voluto regalare i miei giocattoli vecchi ai bambini abbandonati. - Sai quanta gioia possono ancora dare quelle che per noi sono soltanto cose vecchie... Ah, se tu vedessi gli occhi di quei bambini quando... - E mise la sua mano sulla mia. Indugiò nel contatto forse un attimo di troppo. La trassi dall'imbarazzo offrendole il bicchiere. Bevve solo un piccolo sorso, sorridendomi con gli occhi. Fu così che mi offrii di accompagnarla, il sabato seguente, all'Istituto. Certo, avrei portato con me un intero sacco colmo dei miei giocattoli vecchi. Compresa la macchinina rossa, sicuro! Per la gioia dei piccoli profughi di non so più quale tragedia. * * *
Le immagini e i profumi di quella serata sono svaniti, e non riesco a rievocarli attraverso la cornetta del telefono.
- No, non ho cambiato idea - la rassicuro - non ho sentito la sveglia...
Non credo di essere stato convincente.
Sotto la doccia torno a maledirmi. Perché non sono capace di dire di no? So bene cosa succederà adesso. Mi perderò in quel quartiere di periferia che non conosco. Arriverò tardi, ma Laura sarà ancora li' ad aspettarmi, in piedi davanti ad un edificio scrostato, stretta nel suo cappottino. Dio, mi sembra di vederla mentre se ne sta lì sul marciapiede a far scricchiolare la neve sotto la suola degli scarponcini. Quando alzerà lo sguardo sarà imbarazzata dalla mia macchina troppo costosa, ma ugualmente entreremo insieme in quel posto e attraverseremo corridoi di verde pallido e bianco sporco fino ad uno stanzone che odorerà di cavoli bolliti e risuonerà di un vociare sguaiato, o forse, peggio ancora, di un silenzio che non è da bambini, e rimarremo lì fino a quando non perderò di vista la mia macchinina rossa, piccolo pezzo della mia vita diventato ora ancor più inutile, e che sarà subito dimenticato sotto qualche tavolo di fòrmica da un bambino al quale non potrà comunque dare gioia. Alla fine usciremo in silenzio e non sapremo più cosa dirci... potremmo addirittura salutarci stringendoci la mano. Lo so. E' così che sarà. Eppure esco di casa con un sacco pieno di cose bambine e di vecchi ricordi. C'è anche la mia macchinina rossa, certo. Sono fatto così. Non so dire di no.