La casa di Lorenzo la stanno rifacendo. Ci sono passato davanti, stamattina, e da fuori ho visto i muratori che, dentro, mettevano su nuovi muri dove ricordavo un bel soggiorno, pieno di ombra e dell’odore quasi pesante del legno e delle sedie del salotto buono.
Quindi Lorenzo si è trasferito, e ha lasciato quella casa, meravigliosa, messa in una viuzza piccola piccola tranquilla tranquilla, che per una volta era una casa nel vero senso del termine. Non un triste appartamento incastrato in un condominio, in bilico tra gli alloggiamenti di altre persone da incontrare sulle scale e salutare –‘giorno, ‘sera, salve – senza gioia allo stesso modo. No, quella era una di quelle case a cui pensavo quando da piccolo disegnavo, sopra un foglio, su un bel prato verde, un rettangolo bianco con un portone, ai lati due finestre, con sopra un triangolone rosso come tetto e al lato un bell’albero con qualche mela nella chioma. Una bellissima casa a due piani, dove abitavano lui, i genitori e la nonna. Ricordo quanto fossi segretamente innamorato di quelle quattro mura, delle stanze grandi e ariose come un respiro preso a pieni polmoni, del giardino dove Lorenzo cercava rospi e tartarughe, con in fondo un capanno per gli attrezzi dove non ho mai messo piede. Allora, io e Mattia dicevamo che avremmo voluto comprarla quella casa, quando ci fossimo fatti grandi, eppure pare che qualcuno ci abbia preceduto.
Al piano terreno c’era il salotto, subito sulla destra, dove non penso di aver mai passato molto tempo, forse solo per qualche partita al suo super nintendo, e poco più. Andando avanti c’era la cucina , con il tavolo messo in un angolo, con due palchi per sedersi che correvano lungo i due spigoli della parete, come in una tavola calda; la portafinestra, che si affacciava sul giardino, un disordine di piante con in mezzo un sentiero di pietre. Accanto alla cucina un bagno, forse, o un ripostiglio. Poi, due rampe di scale che portavano di sopra, dove c’erano le camere – tre: una di Lorenzo e di sua sorella, una dei suoi genitori e l’altra di sua nonna – un bagno e un'altra piccola cucina. Ricordo in particolare la cameretta, che al me di allora sembrava altissima, con un mobile pieno di scaffali che correva fino al soffitto, pieno di giochi in scatola, videocassette, chissà cos’altro. In mezzo c’era un tavolo enorme in legno, uno di quelli con un ripiano di vetro sulla superficie, sotto cui incastrare le fotografie. Ne ricordo alcune di un cane, poteva essere un alano, e non so proprio a chi appartenesse. C’era anche un piccolo televisore, con attaccata una playstation, dove ho giocato qualche volta a Driver, che da allora ricordo sempre con affetto, sebbene non abbia mai imparato a giocarci. Ai muri qualche poster, qualche libro illustrato qua e là, forse, ma la mia memoria non è così dettagliata da andare oltre. Posso spingermi a dire che giocavamo per terra, qualche volta, su un qualche tappeto a colori probabilmente sgargianti, io lui e di necessità pure sua sorella, senza scarpe o pantofole, ma solo con i calzini. Sembrava tutto così intimo, ma in quegli anni – dagli otto ai diecidodici – molte cose in fondo lo sono, senza sembrarlo, lì per lì. Nella camera si apriva poi un balcone che dava sul giardino, e che comunicava con la camera dei genitori, che stava a fianco.
Chissà perché il sole splendeva così bene dentro quelle stanze, si rifletteva così luminoso su quelle pareti bianche, e io ho sempre associato tutto questo, quella casa, quel giardino, quel ragazzo che allora era un bambino e si chiamava Lorenzo, alle lunghe e commoventi serate d’estate, quando il sole cala e tutta l’aria è arancione, è caldo, sei un bambino in pantaloni corti e vuoi tanto bene alla vita da stare male.
Già, Lorenzo si è trasferito, quindi, e chissà come stava quella mattina (perché, sì, nella mia immaginazione è una mattina) quando lasciava quelle quattro mura su due piani che per me erano così belle e perfette. Magari per lui era una casa come tante, e come tutte le case conteneva anche dispiaceri e momenti tristi, liti ad alta voce e magari qualche pugno sul muro. Forse quella mattina, con uno zaino in spalla pensava a tutt’altro che a dove sarebbe stato, a tutt’altro che a lasciare quella reggia della fantasia di un suo compagno di scuola, che poi sarei io. Magari pure Mattia se n’è dimenticato, dimenticato che quella casa la voleva tutta per sé, magari per scivolare giù dai passamano delle scale come i ragazzini discoli nei cartoni animati. Anche Mattia ha cambiato casa, ma questo ormai da qualche anno, forse anche troppi; quella nuova non l’ho mai vista, anche se sta proprio qua, dietro la mia ( o meglio: il condominio dove adesso abita sta dietro il mio). Quella vecchia me la ricordo bene, un appartamento al piano terra dove ho imparato cos’è l’amicizia, ma tutte queste sono solo altre storie che mi piacerebbe raccontare un giorno, prima che le dimentichi.