Mentre scendevo le scale verso il bordo vasca, qualche passo davanti a me c’era una ragazzina del corso di pallanuoto. Uno scricciolo bianco bianco, un fuscello a paragone di certe altre, che sembrano già sulla strada di diventare massicce nel giro di qualche anno. Doveva essere riemersa per andare in bagno, e ora riraggiungeva il resto della truppa. Io scendevo gli scalini con lentezza deliberata, per non obbligarla, vedendomi, a tenermi aperta la porta. Invece, quando arrivavo in fondo alle scale, lei era lì che la teneva, forse già da qualche istante. La ringraziavo, e lei rispondeva Buonasera e poi scappava via. È difficile trovare questa gentilezza nelle persone adulte, e in quella ragazzina era commovente, e mi faceva pensare – e mi fa pensare – che se anche solo metà del resto del mondo avesse di quelle maniere, vivere potrebbe anche essere quasi un piacere. Mi ricordava i ragazzini che, chiedendo di ributtarmi la palla nella loro parte di campo, quelle estati caldissime passate ai giardini a giocare, mi chiamavano Signore, anche se avevo appena pochi anni più di loro. Era il riflesso di una gentilezza inculcata con gentilezza da una famiglia amorevole, gentile a sua volta, esseri umani di un’altra pasta rispetto a quelli che invece per strada non ringraziano nemmeno quando mi fermo e faccio da parte per farli passare sul marciapiede. Sarebbe bello vedere quella ragazzina fra vent’anni da ora. Cosa sarà rimasto in lei di ciò che l’ha portata a compiere quel gesto? Allora immagino la pallanuoto sarà stata archiviata come una sbandata passeggera, e lei volerà in cieli ben diversi, sì, ma quali? Terrà ancora aperte porte per sconosciuti, augurandogli una buona parte di giornata come aggiunta, oppure quella tenerezza sarà sfumata, vinta dal resto del mondo?












