Invidio a tutti quanti il fatto di non essere me.
Fernando Pessoa - Il libro dell'inquietudine
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Invidio a tutti quanti il fatto di non essere me.
Fernando Pessoa - Il libro dell'inquietudine
Qualunque scena (purché sia una scena e non la vita) può essere interpretata. Bene o male che sia, può essere interpretata. E non durerà che per pochi minuti.
Joyce Carol Oates - Blonde
e come ci si poteva permettere di respirare, per non parlare di ridere o dormire o mangiare bene, se non si era neppure in grado di immaginare quanto fosse difficile la vita di qualcun altro?
Jonathan Franzen - Le correzioni
Gerhard Richter, Betty (1988), 102.2 x 72.4 cm, Saint Louis Art Museum
Mungo era il figlio minore di Ma-Mo, ma anche il suo confidente, la sua dama di compagnia, e il suo sguattero. Era lo specchio delle sue brame e il suo diario da adolescente, la sua coperta elettrica, il suo zerbino. Era il suo amico del cuore, il cane che lei non portava mai a spasso, era la sua più grande storia d'amore. Era la sua allegria in una mattina uggiosa, l'unica risata fra tutto il suo pubblico. Jodie gli diede un'altra spinta per staccarselo di dosso ma Mungo si limitò a borbottare e raggomitolarsi ancora più stretto intorno a lei. Suo fratello era la luna minore di Ma-Mo, il suo sole più caldo, e al tempo stesso un minuscolo satellite di cui lei nemmeno si ricordava. Mungo le avrebbe orbitato attorno all'infinito, anche se lei, e poi lui, fossero andati in pezzi.
Douglas Stuart - Il giovane Mungo
Mentre scendevo le scale verso il bordo vasca, qualche passo davanti a me c’era una ragazzina del corso di pallanuoto. Uno scricciolo bianco bianco, un fuscello a paragone di certe altre, che sembrano già sulla strada di diventare massicce nel giro di qualche anno. Doveva essere riemersa per andare in bagno, e ora riraggiungeva il resto della truppa. Io scendevo gli scalini con lentezza deliberata, per non obbligarla, vedendomi, a tenermi aperta la porta. Invece, quando arrivavo in fondo alle scale, lei era lì che la teneva, forse già da qualche istante. La ringraziavo, e lei rispondeva Buonasera e poi scappava via. È difficile trovare questa gentilezza nelle persone adulte, e in quella ragazzina era commovente, e mi faceva pensare – e mi fa pensare – che se anche solo metà del resto del mondo avesse di quelle maniere, vivere potrebbe anche essere quasi un piacere. Mi ricordava i ragazzini che, chiedendo di ributtarmi la palla nella loro parte di campo, quelle estati caldissime passate ai giardini a giocare, mi chiamavano Signore, anche se avevo appena pochi anni più di loro. Era il riflesso di una gentilezza inculcata con gentilezza da una famiglia amorevole, gentile a sua volta, esseri umani di un’altra pasta rispetto a quelli che invece per strada non ringraziano nemmeno quando mi fermo e faccio da parte per farli passare sul marciapiede. Sarebbe bello vedere quella ragazzina fra vent’anni da ora. Cosa sarà rimasto in lei di ciò che l’ha portata a compiere quel gesto? Allora immagino la pallanuoto sarà stata archiviata come una sbandata passeggera, e lei volerà in cieli ben diversi, sì, ma quali? Terrà ancora aperte porte per sconosciuti, augurandogli una buona parte di giornata come aggiunta, oppure quella tenerezza sarà sfumata, vinta dal resto del mondo?
Nel tratto dopo ponte San Niccolò, quello recintato dalle transenne, per mancanza di spazio ero obbligato a seguire a pochi passi una ragazza, vestita di nero, dalla canottiera alle scarpe enormi, che si portava dietro uno zaino da una cui tasca laterale sbucava una bottiglietta di kefir, così fuori posto sotto quel sole. Aveva capelli castani ricci e plastici come quelli delle pubblicità , qualche anello al naso, tatuaggi. Pochi minuti dopo mi sarebbe venuta in mente l’ovvia constatazione che era la cosa più bella che avessi visto quel giorno, e probabilmente fra qualche giorno – quando oggi sarà a distanza siderale – sarà ancora lei lo spettacolo migliore. Fra le tante anime che avrei voluto conoscere se la vita avesse seguito le mie direttive, ci trovo anche qualcuna come lei. Bella senza saperlo, alternativa, quasi sprezzante, una di quelle anime che mi piace pensare ai margini di chi invece è perfettamente inserito. Di quelle che ascoltano musica ragionevolmente strana, leggono libri ingialliti e sgualciti dal tanto consultare, che dicono cose profonde in serate invernali nere più della notte, su margini di muretti di periferia sporcati da graffiti incomprensibili. Era ovviamente più giovane di me, ma sono approdato in una regione della vita in cui questa osservazione ormai non fa più testo, ed era bello pensare aver avuto una compagna così, o anche solo un’amica così, che poi non ci sarebbe stata tutta questa differenza. Era bello pensarla diretta verso qualche sala piena di tavoli, fresca e dal latente odore di muffa, a perdersi per il resto della mattinata in un librone per preparare un qualche esame di una qualche università che un giorno dimenticherà per un lavoro completamente diverso, che le farà dimenticare anche questa versione di sé, a cui ripenserà un giorno, ormai grande, ormai adulta, ormai inserita, dicendosi anche solo per lo spazio di un rimpianto è stato bello.
Lui vorrebbe dirle: attieniti a quello che sai in questo momento. Non permettere a nessuno di convincerti di niente. Studia la tua fame e come saziarla. Fidati di qualunque suono di torca le viscere. Scrivi nelle cadenze del primo amore, delle seconde occasioni, dei raid aerei, dell'indignazione, dell'orrido e dell'allegro, dell'accettazione supina o del netto rifiuto. Crea la musica amara dei senzatetto, delle tristi baracche dei senzaterra, fredda all'equatore e fluida al polo. Fissa i suoni che fanno gli angeli dopo un'orgia durata tutta la notte. Qualunque cosa allunghi il giorno, qualunque cosa ti faccia superare la notte. Crea la musica di cui hai bisogno, perché il bisogno finirà , quanto prima. Fa' in modo che le tue progressioni predichino la fine del tempo e ricordino i morti come se fossero ancora qui. Perché lo sono.
Richard Powers - Orfeo
L’altra risale all’ultimo giorno di quinta liceo. Qualcuno acchiappò uno studente vagante nella bolgia di quelle ultime ore di scuole, e lo convinse a immortalarci, dietro al professore di Filosofia, che per l’occasione poggia la testa sopra il pugno della mano destra, e sfoggia una specie di sorriso sardonico, che ho sempre interpretato come la rassegnazione all’ennesima buffonata di una classe di tardo-adolescenti. Io sono in seconda fila, verso l’esterno, i capelli che, per l’ennesima volta nella mia vita, avevo ripreso a far crescere. Ridiamo tutti, anche se, da questa distanza abissale, non riesco a ricordare chi avesse detto cosa per farci sguaiare così. Sorrido anch’io, un sorriso sincero, da persona normale, a suo agio in quella classe, insieme a quelle persone. Una persona a suo agio nella sua vita, che in fondo non era ancora cominciata, che in fondo poteva ancora essere tutto quello che voleva. Forse il mio miglior sorriso che sia mai stato immortalato, anche soltanto per mancanza di competizione, visto che mancano foto di me, e nello specifico mancano foto di me che rido. È passata un’eternità glaciale da quel giorno di giugno in cui tutti giravano per la scuola perché tanto ormai era finita e chi volevi che gli dicesse nulla, eppure sembra che sia un paio di settimane fa, al limite il mese scorso. Persi di vista quasi tutti nel giro di un’estate oppure anche molto meno, perché appena fatta la maturità chi s’è visto s’è visto. Giusto una cena a fine estate nella casona di uno, un’altra un paio di anni dopo, poi niente, e va bene così, perché in fondo a legare la maggior parte di noi c’era soltanto la convivenza forzata dentro una classe. Ho cercato qualche nome su Facebook e Linkedin, tanto per farmi dilaniare dalla malinconia. Qualcuno è irriconoscibile, persi chili e guadagnati centimetri; qualcuno, dietro la faccia sorridente da adulto cela ancora i tratti dell’adolescente che faceva battutacce. Io da allora ho fatto poca strada perché in fondo quello della scuola era il mio stagno, e quando questo si è aperto ed è diventato l’enormità di un oceano, ho scoperto mi mancava qualsiasi cosa servisse per nuotare in quella vertiginosa libertà . Ora quegli ex adolescenti che mi chiedevano aiuto per il compito di Fisica o con cui ridevo mentre facevano le imitazioni dei professori lavorano in banche ospedali chissà dove. Io ancora faccio fatica a capire cosa dovrei fare, cerco ancora un ruolo, aguzzo gli occhi per un suggeritore che mi passi le battute, ma non trovo niente. Sono impacciato come allora, incapace come allora, sbagliato come allora.
"Noi siamo i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremmo milionari e divi del cinema e rockstar, ma non andrà così. E stiamo or ora cominciando a capire questo fatto." ha detto Tyler. "Perciò fa' poco lo stronzo con noi."
Chuck Palahniuk - Fight club
Avevo voglia di distruggere tutte le cose belle che non avrei mai avuto. Bruciare le foreste dell'Amazzonia. Pompare clorofluoroidrocarburi in cielo a mangiarsi l'ozono. Aprire le valvole nei serbatoi delle superpetroliere e svitare i tappi sulle piattaforme petrolifere. Volevo uccidere tutti i pesci che non potevo permettermi di comperare e annerire le spiagge della Costa Azzurra che non avrei mai visto. Volevo che il mondo intero toccasse il fondo. Mentre picchiavo quel ragazzo, in realtà avrei voluto piantare una pallottola tra gli occhi di ogni panda in pericolo che si rifiuta di scopare per salvare la propria specie e ogni balena o delfino che molla tutto e va a spiaggiarsi. Non vederla come estinzione. Prendila come un ridimensionamento. Per migliaia di anni gli esseri umani hanno incasinato e insozzato e smerdato questo pianeta e ora la storia si aspetta che sia io a correre dietro agli altri per ripulirlo. Io devo lavare e schiacciare i miei barattoli. E rendere conto di ogni goccia di olio di motore usato. Tocca a me pagare il conto per le scorie nucleari e i serbatoi di benzina interrati e i residui tossici scaricati nel sottosuolo una generazione prima che nascessi. Ho tenuto la faccia dell'angioletto come un bebè o un pallone da football nella piega del braccio e l'ho pestato con le nocche, l'ho pestato finché i denti non gli hanno segato le labbra. Poi l'ho pestato con il gomito finché mi è cascato tra le braccia come un sacco. Finché sugli zigomi gli era rimasto solo un velo di pelle nera. Volevo respirare scarichi. Uccelli e cervi sono uno stupido lusso e tutti i pesci dovrebbero galleggiare. Volevo dar fuoco al Louvre. Spaccare gli Elgin Marbles a martellate e pulirmi il culo con la Gioconda. Questo è il mio mondo, ora. Questo è il mio mondo, il mio mondo, e quelle persone antiche sono morte.
Chuck Palahniuk - Fight club
Questa è la tua vita e va finendo un minuto alla volta.
Chuck Palahniuk - Fight club
Every word, every thought, every sound Every touch, every smile, every frown All the pain we've endured until now All the hope that I lost, you have found
Billy Talent - Surrender
Forse è vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda, o forse, semplicemente, dovremmo ridefinire cosa si intende per bellezza, perché qualunque cosa ci sia nei miei occhi non credo rientri nei canoni tradizionali. Perché, infatti, ora, camminando, mi capita di guardare gli androni dei palazzi, e vederci così tanta bellezza? Spio i pesanti portoni di vetro - liscio, smerigliato, magari interrotto da liste di metallo - ammiro i gradini verso il primo piano, le infinite variazioni delle cassette della posta, la porta dell'ascensore che si intuisce poco oltre. Mi piace annotare mentalmente quali androni introducono accenti stilistici che altri non hanno: dove c'è un quadro, dove un vaso con una pianta che sfiora il terreno con le foglie, o che invece le punta verso il soffitto. Da un ingresso, addirittura, si vede un vaso pesante messo al centro di un piano rialzato coperto di ciottoli, come fosse la versione di periferia di un giardino zen.
Confesso quindi questo: mi piacciono gli androni del palazzi, non posso fare a meno, passandoci davanti di passo svelto, di girarmi per spiare cosa si riesce a intravedere dalle loro porte a vetri - quelle di legno pesante che invece non tradiscono la vita che sta dietro, quelle non mi dicono nulla - e pensare a chi ci vive, al genere di persone che passa di lì ogni giorno, che è passato di lì giorno dopo giorno da una vita. La mia mente stupida non può fare a meno di immaginare come sarebbe stata la mia esistenza se fossi rincasato lì, anziché altrove.
Da dove viene questa fascinazione per gli androni? Volessi darmi delle arie mi riempirei la bocca parlando di spazi liminali, inventati da internet, ma non credo che corrisponderebbe a quello che voglio dire. Forse mi piacciono gli androni dei palazzi perché sono spazi fatti per accogliere niente di più di un passaggio. Nessuno decide di fermarcisi in contemplazione, a nessuno verrebbe in mente di trascorrerci qualche momento di pace, come si farebbe dentro un salotto o un giardino. Nessuno li guarda mai, dopotutto sono così familiari, dopotutto non sono fatti per essere belli, o pittoreschi, o forse nemmeno accoglienti. Eppure, ci troviamo a passarci più volte al giorno, nel corso di una vita o forse più. Ci vedono passare in ogni periodo dell'anno, da soli o in compagnia, negli stati d'animo più diversi. Sono sempre lì, immutabili quando noi cambiamo come ogni forma di vita su questo pianeta. Negli androni non cambia mai niente, nemmeno la guida sulle scale, a malapena le piante che spesso ne occupano gli angoli. E, forse, è proprio lì che vedo quella bellezza folle che trovo il coraggio di confessare soltanto in un angolo di un angolo della rete dove non verrà mai nessuno a darmi del pazzo. Negli androni passiamo giusto gli istanti necessari a recarci verso le scale o gli ascensori, oppure quelli, poco più lunghi, che servono per controllare se è arrivata qualche lettera. Eppure sono santuari immutabili che contengono la parte più sacra delle nostre vite, quella comune, di ogni giorno, semplice come ritornare a casa. Ci sono sempre stati e in fondo non ce ne siamo mai accorti, perché non credevamo di doverlo fare. Ci hanno visto entrare e uscire così tante volte, ci hanno visto crescere e cambiare, ci hanno accolto a casa prima della nostra casa vera e propria. Così familiari anche solo perché ce ne rendiamo conto. Belli della vita perfettamente normale e poetica di ogni giorno. Ecco, forse, dopo tante righe, ho capito da dove viene quella bellezza che da qualche tempo non riesco a non vedere.