Dopo qualche giorno scrivo queste due righe per fissare quella che è stata finora la mia maratona più veloce delle 9 corse: Venezia 2017. Il percorso che mi ci ha portato è stato molto diverso rispetto alle precedenti preparazioni, non ho, infatti, tenuto quasi nessun allenamento di “velocità”, solo forza, resistenza e capacità. Diversamente dalle altre volte ho anche però partecipato a molte più gare sulla distanza dei 30 km. Dopo la Cortina Dobbiaco di giugno, ho corso in autonomia 2 mesi di CL con un buon volume di km e: 1. Cansiglio Run (28 km con 1.000m D+), Camignada (34 km con 1.300m D+), Piancavallo Cansiglio (29 km con 1.000m D+), 30Trentina (30 km con 400m D+) e la mezza di PN con altri 12 km (5,5 prima e 6,5 dopo, questi ultimi molto prossimi alle sensazioni finali di una maratona). Venezia in sé non rappresenta comunque il momento clou della preparazione perché c’è ancora Valencia (preceduta dalla 30 delle piccole Dolomiti). La settimana di Venezia si conclude con 90 km, per me carico prossimo al massimo settimanale, indice questo di una brillantezza muscolare non proprio ottimale quella che mi sono trovato in gara. Dal punto di vista lavorativo la settimana antecedente è stata di buon carico, ma non stressante come mi era puntualmente capitato nelle precedente maratone e, solo con un leggerissimo fastidio alla gola. La vigilia a casa è stata, comunque, un plus, con riposino pomeridiano molto ristoratore. La cena della sera è stata a base di pasta in bianco lunga e parmigiano, la colazione alle (4:45) standard per un giorno normale: frutto, yogurt bianco 0% con cereali, noci e lecitina, un po’ di fesa di tacchino, due casa con burro e marmellata, mug di caffè americano. Commuting verso la partenza ad opera del GP Livenza in autobus da Sacile alle 6:00. Con me c’erano Marco, Paolo e Silvano che hanno composto il team End Polio Now ad opera del Rotary di S. Vito e Dino che si è aggregato correndo per la prima volta con i colori della Libertas Porcia. Appena arrivati, selfie di rito e poi siamo andati in un bar per un caffè e nel dehor ci siamo preparati (siamo stati lì dalle 7:30 alle 8:40 circa (qui ho mangiato un Kecarbo e ho deciso di correre in tenuta totalmente estiva, indossando lo smaniato antivento che mi ha prestato Marco). La giornata minacciava molta pioggia, ma in realtà abbiamo preso qualche goccia solo in questa fase. Dal bar ci siamo incamminati verso il retro di villa Pisani, percorso obbligato, abbiamo lasciato le sacche e abbiamo fatto un km circa di riscaldamento. Verso le 9:20 sono entrato in griglia (il la seconda, gli altri la prima, Dino un po’ più indietro). Ho atteso la partenza seduto a terra, come faccio sempre se ne ho la possibilità, chiacchierando con un ragazzo emiliano, più giovane di me, alla prima esperienza in maratona, trailer con la passione per le Dolomiti e con qualche mezzo Ironman già vissuto. Gli ho dato l’acqua che mi era rimasta nella bottiglietta perché sentiva di avere sete mentre io ero a posto. Gesto basico che ha molto apprezzato. Ancora con la maglia maniche lunghe indossata a coprire il pettorale, sono sceso lungo il Brenta per l’ultima incombenza fisiologica (e anche questo è un plus). Pochi minuti d’attesa e alle 9:40 siamo partiti. Trovo subito il mio spazio (solo i primi 3-400 metri sono stati un po’ difficoltosi) e chiuso il primo km in 4’20” (circa 20” la differenza tra gun time e real time) e vedo i pacer delle 3 ore a circa 150 m. Prendo il mio ritmo con in mano lo smanicato che dopo poco riesco a infilare nel piccolo marsupio che uso per portare i gel (4 che ho preso ogni 10 km). La riviera del Brenta è molto bella e il fatto che non ci sia il sole e l’ambientazione appaia tipicamente autunnale, con un po’ di foschia all’orizzonte, me la fa apprezzare ancor di più. Mi fa molto piacere notare anche che lungo il percorso c’è gente in strada ad applaudire e osservare questo fiume di persone dirette a Venezia. Ci troviamo in una strada fatta di “paesini”, non in una città. Sarà la tradizione in maratona dei veneti, sarà la ormai lunga tradizione della maratona di Venezia, ma questa cosa mi stupisce positivamente e mi fa fare un paragone: mia mamma pur non essendo appassionata di ciclismo, quando di fronte casa passa una garetta qualsiasi, esce a vedere e applaudire i ciclisti. Forse è la stessa genuina natura di curiosità e ammirazione quella che osservo nelle persone lungo la riviera del Brenta.
Nei primi km sono anche molto contento di riuscire a correre vicino ai 4’10” con facilità e km dopo km vedo chiudersi il gap con i pacer (1) che a loro volta si sono divisi in 2 blocchi (quello più avanti è avanti di altri 40 m circa). Siamo arrivati al 16imo km e, dopo aver preso un bel po’ di vento contro, penso che ora finalmente potevo proteggermi con il gruppetto e rallentare di qualche secondo al km. Marco B. mi aveva consigliato di stare con i pacer e così ora potevo fare. Il primo momento di disagio l’ho provato a Mestre, quando abbiamo attraversato il tunnel sotto la ferrovia, lì ho sentito mancare l’aria. Nella rampa d’uscita che ho affrontato senza spingere, ho preso una decina di metri dai pacer, gap colmato quasi subito e il km successivo è andato via a 4’05”, questo forse è stato un mio errore (se era nella chiusura di questo gap) oppure dei pacer. Errore perché qui per la prima volta vado sopra la “soglia”, 164 FC, e forse ho rotto un primo equilibrio. La sensazione non è stata, però, di fatica. Nella rampa d’accesso al parco di S. Giuliano (un po’ più di un centinaio di metri), prendo ancora qualche metro di distanza dal pacer che chiudo però prontamente, per la prima e unica volta esce il sole, percorro il parco e, al 30imo circa, bevo dei sali camminando (giusto qualche passo per non rovesciarmi addosso il bicchiere), il pacer è ancora vicino. All’uscita dal parco, unico tratto “mosso” della gara fino a questo punto, altra rampa che immette sul ponte della Libertà: qui il gap aumenta e io rimango completamente solo, proprio nel tratto che tutti mi hanno detto essere molto pesante psicologicamente. Tra me e me dico “adesso ti sfido brutto ponte del cazzo e vediamo chi vince”… al 32imo passo Silvano che cammina (era passato alla mezza in 1:25’ e rotti (secondo me già in crisi), io in 1’29 e rotti (molto contento e 3’ circa più veloce che a Londra nel 2015, cosa che mi ha dato molte speranza dato che mi sentivo, come a Londra, per niente affaticato), lo incito ma mi risponde “eh, ho le gambe dure…). Mi dispiace ma continuo, abbassando il ritmo di un po’ (anche questo ipotizzato da Marco B.: “se succedesse, non farne una tragedia”), ma ancora tengo… verso il 35imo iniziano i 3 km in cui mi sono giocato le 3 ore, mi scatta in testa il mantra “non voglio strisciare negli ultimi km, voglio correrli degnamente” e, con il senno di poi mi attanaglia il dubbio: se avessi stretto o i denti, di quanto (penso a unità di misura in secondi) sarei stato sopra le 3 ore? ma ormai è andata, faccio 3 km vicino ai 5’/km, poi sono a Venezia, per uscire dal ponte, altra rampa, poi discesa e. per passare dietro la stazione ferroviaria, si gira intorno all’unica zona veramente brutta (altri dicevano della bruttezza di Marghera, ma io non l’ho vissuta come tale). Appena svoltato a dx dopo il parcheggio, si dischiude la prima vista di Venezia: sempre la solita, sempre bellissima. Dopo piazzale Roma ci si dirige verso il porto, zona di partenza e arrivo del Venice Night Trail, altra gara che mi ha dato soddisfazioni (18° alla prima edizione) e poi si percorre al contrario parte dello stesso percorso. La marea è alta e spesso trovo dell’acqua sulla pavimentazione, mi stupisco un po’ perché non l’avevo minimamente messo in preventivo. Iniziano i ponti, li conto perché so che sono 14 in totale, dopo il quinto però lascio perdere perché ho capito che non sono un problema particolarmente marcato (ormai non guardo più il passo, l’obiettivo è non strisciare negli ultimi 2 km, anche se il passo è tornato decente), li affronto senza spingere e mi lascio andare in discesa, così credo che il ritmo risulti uniforme… il ponte sul Canal Grande è un altro passaggio dalle grandi emozioni perché sai che rappresenta uno degli impegni più grandi per l’organizzazione e perché il Canal Grande è Venezia! Da lì alla fine è certamente uno dei tratti più belli che si possa correre, li metto sullo stesso piano del Mall a Londra e, per me, ancor prima di Central Park a NY e la porta di Brandeburgo a Berlino. Entro in Piazza S. Marco e mi ricordo di aver io assistito da lì la maratona 2 anni prima e lì ho considerato per la prima volta di correrla. Alla seconda curva, quella che immette nel tratto che porta al “tornantino”, trovo l’acqua alta, 5 cm che mi fanno inzuppare completamente le scarpe, impreco perché non ho quelle di ricambio per tornare a casa! Verso la fine del tratto mi sento chiamare: sono Stefania, i bambini e gli amici che mi sono venuti a vedere. Qui mi si riaccende la lampadina dentro, provo una gioia autentica, incito il pubblico che si diverte a vedermi fare un po’ l’idiota, giro al tornantino e mi preparo a dare il 5 dicendo che sono forte e che oggi io avrei vinto, come è effettivamente poi stato, faccio una piroetta per dare quanti più 5 possibile, e con il senno di poi ringrazio di non essermi sfracellato in mille pezzi (siamo al 41imo circa e fare movimenti desueti può essere deleterio), continuo ancora con le mani alzate e un sorriso che immagino lasci intravedere pure i denti del giudizio, svolto nuovamente a destra e nuovamente faccio zuppa con le scarpe nell’acqua alta (che poi mi dicono essere scesa, quindi è toccato proprio a pochi, tra cui a me), quando esco del tutto dalla piazza, sotto palazzo reale vedo il cartello del 41imo km, ripenso a quello che ho appena vissuto e a stento trattengo l’emozione, credo che siano questi i motivi che mi spingono a faticare per arrivare a correre una maratona, andare a trovare il proprio intimo, quello che la quotidianità non ti consente di trovare perché sopraffatto da routine, lavoro e stimoli “di superficie”… difficile da spiegare, ma in sintesi quella sensazione che il tempo passi, passi velocemente senza lasciarti qualcosa di specifico… anyway, continuo lungo le rive, incrocio una nave da crociera, mi impressiona: come quella volta che stavo pranzando sul terrazzo del Danieli al 4° piano e ho dovuto rivolgere lo sguardo verso l’alto per vedere il ponte più alto della nave: uno scempio che continua a perpetrarsi solo per ragioni economiche e senza pensare al domani. Come tante, troppe, altre cose e situazioni. Ultimi ponti e vedo il traguardo, accelero negli ultimi 300m al ritmo che avrei dovuto tenere per tutta la maratona, arrivo con il mio personal best, ad attendermi c’è Marco che ha chiuso in 2:56’, un mito, un martello, un esempio di determinazione. Io sono comunque veramente molto contento per il timing finale e perchè, pur avendo avuto un calo importante, non sono “scoppiato del tutto” e poi per tutto quello che ho scritto qui sopra che rimarrà così come mi è rimasta Londra… queste due maratone sono accomunate anche dall’impegno sociale, quella volta in memoria della piccola Hyba, uccisa insieme alla madre dal padre, suicida in carcere quest’estate, questa volta per evitare che il virus della poliomielite possa accanirsi su bambini che ancora non hanno autonomamente accesso al vaccino. Forse ha senso che ogni maratona abbia un secondo fine… il dopo gara è stato bello tanto quanto la gara, sia con i ragazzi con cui ho corso, sia il pranzo successivo con la famiglia e gli amici: all’Aciugheta si mangia bene in un bell’ambiente. Il ritorno con Fabio e Riccardo è stato un primo modo per condividere questa bella esperienza.