LA STORIA DI NAPOLI JENTILE “MORANU LI FRANCISI” [Parte VIII] a cura di Nunziante Rusciano
Intanto gli eventi maturavano: il popolo siciliano era sempre più insofferente della dominazione angioina, mal sopportando di dover essere comandato da Francesi e che gli ordini, per di più, dovessero giungere da Napoli. La Sicilia in effetti ha sempre avuto aspirazioni secessionistiche, da Federico II a Finocchiaro Aprile che dopo gli eventi bellici dell'ultima guerra ebbe la pretesa di proporre la costituzione del regno di Trinacria! Nel 1282 i tempi erano maturi e la Sicilia si sollevò: il primo moto scoppiò a Palermo presso la chiesa di Monreale il 30 marzo. All'inizio sembrò che si trattasse di una banale rissa tra soldati francesi e giovanotti locali per questioni di gelosia o per un'offesa che gli stranieri avevano arrecato ad una fanciulla palermitana. Comunque, la violenza si scatenò e il sangue fu versato al grido di «morte ai francesi». Questa rissa violenta e questo grido furono ricordati anche da Dante (33):
Se mala signoria, che sempre accuora
Li popoli suggetti, non avesse
Mosso Palermo a gridar: Mora! Mora!
Da Palermo il cronista Michele da Piazza, di parte angioina, recriminò:
«tu infidelis contra ipsos (galligos) primitivam funestarti vocem emisisti in vulgari sermone: Moranu li Francisi».
I Siciliani, secondo quanto riportano i cronisti dell'epoca, in quel primo giorno massacrarono da 2.000 a 3.000 francesi: si chiedeva la resa dell'esercito di occupazione, ed ogni resistenza fu vana come quella organizzata dal giustiziere Giovanni de Saint-Remy. La ribellione, estesasi da Palermo a tutta l'isola, imperversò per un mese, sanguinosa e crudele, si da costringere gli Angioini a riparare a Messina nella speranza di potervi organizzare una difesa. Anche Messina però si ribellò e il 28 aprile si propose al Luogotenente Generale e Governatore dell'isola, Erberto d'Orléans, di ritirarsi con le sue truppe, se voleva salvarle, sulle coste calabre: la vittoria dei Siciliani era totale.
L'isola chiese di mettersi sotto la protezione del papa, ma Martino IV, alleato del re angioino, anziché accettare, da Orvieto minacciò di scomunica chiunque avesse aiutato i ribelli contro il loro legittimo sovrano. Egli rispose quindi chiedendo la resa e mandò in Sicilia un legato, nella persona del cardinale Gerardo da Parma. Re Carlo cercò di correre ai ripari, e, mentre chiedeva rinforzi al re di Francia, comprendendo gli errori commessi, o forse perché si era reso conto che venivano compiuti degli abusi, proibì ai funzionali regi di chiedere altro danaro; anzi intimò loro di rinunziare a qualsiasi richiesta e di inchinarsi alla volontà del popolo. Il lunghissimo decreto di riforma che il re emanò, nel mese di giugno, due mesi dopo la rivolta siciliana, non servi però a fargli rimettere piede in Sicilia. II sovrano aveva progettato di attaccare Palermo nell'aprile ma quest'impresa fu poi rimandata in attesa di rinforzi. Giunsero truppe dalla Provenza e navi da Genova e da Pisa e alla fine del mese di luglio si tentò uno sbarco nei pressi di Messina. Troppo tardi! Pochi giorni dopo Pietro d'Aragona sbarcava a Trapani, nonostante re Filippo lo avesse minacciato di considerarlo nemico della Francia, se si fosse immischiato nelle cose della Sicilia. Pietro aveva risposto che a lui premeva la crociata che aveva organizzato ed anzi con molta furberia aveva chiesto al pontefice di benedire le sue truppe. A sua volta il papa, che non era meno furbo, nel ricevere i messi dell'aragonese, aveva detto chiaro e tondo che alla crociata non ci credeva affatto e che temeva che tutta questa preparazione nascondesse lo scopo di impossessarsi della Sicilia: si era guardato bene, quindi, dal mandare benedizioni e anzi aveva invitato re Pietro a non muoversi dal suo regno. Anche le minacce del papa, come abbiamo visto, non avevano avuto maggior successo di quelle del re di Francia, e Pietro d'Aragona, sbarcato in Sicilia, fu accolto a braccia aperte dal popolo già preparato da tempo a questa evenienza. Fu quindi riunito il Parlamento, che gli chiese di occupare il trono (34) e il 4 settembre del 1268 fu acclamato re di Sicilia. Carlo I d'Angiò cercò ancora una volta di sbarcare sull'isola ma la flotta siculo-catalana e le truppe aragonesi non glielo permisero ed anzi fu obbligato a lasciare sul suolo siciliano armi e vettovaglie: la flotta angioina, infatti, fu battuta da quella siculo-catalana nelle acque di Reggio e furono catturate ben 21 galere piene di armi, di macchine da guerra e di uomini.
La disfatta fu cosi grave che si ebbe a temere uno sbarco in Calabria delle truppe aragonesi: era evidente che re Pietro mirava ad impossessarsi di tutto il regno e fu necessario prepararsi all'eventualità di un attacco. Mentre l'angioino aveva queste gravi preoccupazioni anche il papa, a cui si era rivolto per aiuto, non si trovava in un momento particolarmente fortunato: l'Umbria si era ribellata ed anche in Romagna le truppe francesi erano state battute da Guido i Montefeltro, mentre nella stessa Roma famiglie ghibelline come gli Orsini tramavano contro di lui e Corrado d'Antiochia, nipote di Federico II e rappresentante della fazione ghibellina, si fortificava tra il Lazio e gli Abruzzi. Martino IV scomunicò tutti i suoi nemici ma non era certo in grado di poter aiutare il re di Napoli: a Carlo quindi non restava che chiedere aiuto al nipote, Filippo III re di Francia. Si giunse poi ad un'intesa fra l'angioino e l'aragonese su cui si hanno — purtroppo — soltanto notizie frammentarie e non del tutto attendibili: i due sovrani si sarebbero sfidati a duello allo scopo di affidare le proprie ragioni ad un giudizio divino e lo scontro sarebbe avvenuto a Bordeaux in presenza del re d'Inghilterra. È inutile dire che questo accordo non fu approvato dal papa ed è probabile che esso dovesse avere più che altro dei motivi propagandistici, nel senso che affidandosi al giudizio di Dio, Carlo d'Angiò avrebbe fatto una figura meno brutta che rassegnandosi alla sconfitta.Il papa diede ordine al re d'Inghilterra di non presenziare a questo scontro e in effetti non si comprende bene cosa intendessero fare i due sovrani con questa sfida a «giudizio di Dio»: è anche probabile che fosse intenzione dell'angioino, con la notizia di questo scontro, mettere il principe di Salerno Carlo ed il Legato Pontificio in condizione di stringere un trattato di pace con la benedizione del papa senza perder troppo prestigio; a questo scopo il sovrano nominò Vicario del regno il principe di Salerno Carlo, suo figlio primogenito. Intanto Pietro III d'Aragona si organizzava per impossessarsi di tutto il regno e poiché nei suoi colpi di mano sulla costa calabra non aveva incontrato grandi difficoltà, mandò inviati ai Calabresi promettendo loro molti privilegi e concessioni se lo avessero aiutato. Il 14 febbraio del 1283, quindi, entrò a Reggio e si impossessò facilmente di tutta la Calabria meridionale. Egli avrebbe potuto forse proseguire per conquistare tutto il regno ma non poteva ritenersi sicuro della Sicilia, e poiché gli giunse notizia che erano avvenuti alcuni scontri fra i suoi Catalani e i Siciliani, ritenne più prudente ritornare sui suoi passi. Anche la regina Costanza, che era venuta nell'isola con i suoi figli e con Giovanni da Procida, non si sentiva sicura nella sua nuova residenza.
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N O T E
33] Paradiso, VIII, v. 73/75.
34] Quale marito di Costanza di Svevia figlia di Manfredi.