Fotografia di montagna. Il biancoenero di Vito Vecellio
di Carlo Maccà
Il libro che mi viene mostrato presenta in copertina un vecchio montanaro che tiene in mano un enorme porcino. Mi appresto a sfogliarlo immaginando le solite scene di genere: cime e nuvoloni e neve, vecchiette colla gerla, vacche e pastori…..Illustrazioni che possono utilmente rievocare ambienti e costumi (solitamente del passato) ma in cui è difficile ritrovare la qualità e la pregnanza, delle indagini sistematiche su luoghi e persone del Trentino e del Tirolo di Flavio Faganello. Il linguaggio della fotografia di montagna, per lo meno quella in biancoenero, si è fermato anche nei casi migliori (vedi, per esempio, L’altipiano di Enzo Rela con testi di Mario Rigoni Stern) a forme standardizzata prive di originalità.
Sorpresa! Fin dalle prime pagine e fino alla fine mi trovo a percepire una forma di linguaggio diversa, secca e decisa, in cui dominano il nero e il bianco e dove i grigi servono solo di riempimento. Un linguaggio con una forte cadenza grafica, ben oltre le belle lezioni di Faganello.
La nota (auto)biografica riconosce maestri Cartier Bresson (di cui mostra un autografo di incoraggiamento), Koudelka, Harbutt e, fra i più recenti, Meyerowitz e Parr. Pochi però mi appaiono i punti di contatto fra lo stile di Vecellio e e quello di questi maestri (Parr poi!), certamente più ammirati che fonti di ispirazione. Mentre spunta e traspare sempre, ma soprattutto nei risultati più efficaci, Mario Giacomelli, non imitato, ma profondamente assimilato nell’approccio sia tecnico che sensibile. Tale approccio aiuta Vecellio a trasformare soggetti, che in mano ad altri sarebbero foto di genere, ormai banali e straviste, in emozionanti simboli: la vecchia che trascina una fascina (Zoppè, pagine 56-57), l’altra vecchia che addita un albero (Zoppè, 44-45), il profilo del Cridola (14-15), la donna che, sorridente, s’appoggia alla falce mentre sullo sfondo il cane ti punta l'occhio addosso (Cibiana, p.90), ma anche il giovane che abbraccia il muso del cavallo (Valle, 106-107) e tante altre.
Poche, ma dignitose, sono le concessioni alla foto di genere: una coppia ascesa ad una croce di vetta; un valligiano col cappello Alpino; un gruppo di chierichetti per strada col prete; una banda paesana. Non una foto di genere, ma un omaggio al padre è l’uomo col fungo.
in montagna. Gente del Cadore e dintorni nelle fotografie di Vito Vecellio è edito (2014) dalla casa bellunese Nuovi Sentieri e “presentato” da Italo Zannier (che nelle due sue paginette, parlando soprattutto d’altri, Ruskin, Crawley, Vittorio Sella, De Biasi, Rey, i Pedrotti, Martens, riesce ad infilare qualche volta il nome di Vecellio e una generica esortazione verso la fine – come se non si trattasse d’un fotografo già con una sua personalità e un suo “segno”.
Più puntuali sono i testi di vari autori Raccolti nel Regesto. L’autore si presenta con vari auto-ritratti auto-ironici. Interessante anche la presenza di un foglio di provini (qui riprodotto solo in parte, come le altre immagini, tutte di dimensioni eccessive per il mio scanner) dal quale sono tratte tre delle fotografie nel volume.