Che cosa stiamo imparando o, per meglio dire, che cosa potremmo imparare da tutto questo? Nella confusione di reazioni difformi, nel “ciascun per sé” impedito e dolente, che cosa ci stiamo ricordando, malvolentieri? Che la realtà esiste e che siccome ne siamo parte ci limita. Prima ancora che potesse farlo il disastro climatico ci ha pensato il virus a ricordarci che siamo un frammento senziente della stessa cosa di cui sono fatte le cose. Che cosa stiamo imparando, ancora? Che siamo una specie, e che questo è il nostro “gruppo oggettivo”, l’unico club che regge quando la realtà bussa alla porta (e sappiamo che lo fa con l’ariete dei nostri limiti reali). I gruppi, dell’appartenenza ai quali siamo soliti bearci, i fortini delle nostre superiorità illusorie verso i nostri simili, svaporano di fronte all’emergenza del dato reale dei fatti. La barca è la stessa. D’altra parte, lo sappiamo: i nostri gesti e le nostre parole, le nostre istanze e i nostri sogni, li consegniamo al mondo in segni per l’interpretazione di qualcuno che possa farli propri. Un linguaggio di linguaggi che il “gruppo oggettivo” parla e che presta ai suoi parlanti: la nostra chance tra i vivi. Una specie, “categoria di classificazione degli organismi che comprende individui in grado di accoppiarsi tra loro e di generare prole feconda” e che partecipano della stessa impresa collettiva: una sopravvivenza conscia e che per questo non è più solo tale: è senso (nella doppia accezione di significato e direzione). La realtà ci limita ma la sfida della nostra impresa collettiva consiste nel saggiare quei limiti per verificare se non siano meno stringenti di quel che c’era parso. Attraverso la scienza l’umanità che siamo rifiuta la resa immediata e combatte per far vivere il senso che ci siamo dati. Che cosa stiamo imparando? Che, nell’isolamento e nella solitudine, non siamo soli. Stiamo facendo qualcosa tutti insieme, stiamo lottando tutti insieme. Non siamo mai stati così uniti. - Riccardo Vessa / WesaChannel












