È un cammino in solitaria che non sembra più includere il ricordo di Alexander McQueen, lo stilista inglese morto nel 2010 e dal quale Sarah Burton ha raccolto il testimone.
Quella che ha sfilato a Parigi quest’anno, sembrava portare infatti la firma di D&G durante la sua collezione Viva La Mamma! Tutta colpa di fiori rossi e foglie.
Eppure, seppur in misura molto minore rispetto agli anni passati, Alexander è più vivo che mai, e lo si vede nei frills, nelle balze, nelle arricciature e negli abiti fascianti.
Ma anche nei tagli, nelle stoffe marmorizzate e nei trafori, dove si trova, con il supporto del beauty (che ci regala trecce boxer) e della pelle, quello stile punk che tanto aveva stregato sia l’establishment del fashion che il mondo dell’arte.
La collezione è scarna ma arricchita da una festa, che è anche un mix&match, di tessuti e decorazioni. Tra cui pizzo sangallo e macramé, paillettes e seta, e le storiche armature-corpetto con le maniche a sbuffo.
Anche Emanuel Ungaro, nella figura del direttore creativo siciliano Marco Colagrossi, si affida a tessiture e tessuti luccicanti, per creare capi semplici ma di forte impatto, come la giacca double-face, l’abito a portafoglio patchwork e il minidress a sacco in tessuto metal, dorato e stropicciato.
I materiali vengono infatti utilizzati a sorpresa, per sdrammatizzare gli outfit. Com’è anche nel caso del pantalone trasparente e dell’abito a tubino arricchito da un doppio strato che ricorda la tessitura della canapa.
Gioca con i materiali anche Cédric Charlier. La griffe belga propone, per la primavera/estate 2019, top di cotone decorati con ganci ad anello.
Ma anche camicie crop che lasciano intravedere il bikini, trench bicolor e pantaloni jacquard.
Il giovane stilista, entrato nel sistema moda nel 2012 con il brand che porta il suo nome, si prende gioco delle regole in maniera elegante, delicata e divertente.
Un po’ quello che accade anche da Chloé, la casa di prêt-à-porter di lusso fondata nel 1952 proprio a Parigi e la cui direzione creativa è oggi nelle mani di Natacha Ramsay-Levi, già donna di Balenciaga e Louis Vuitton.
Tagli asimmetrici, tessuti scivolati e cinture morbide in vita ci parlano di una collezione che strizza l’occhio agli anni Settanta.
Volendo giocare anche con stampe patchwork dove campeggiano fiori geometrici e stilizzati, greche e micrografiche, che si uniscono, a sorpresa, a stampe pop ed arabeschi, bicromatismi netti e crochet.
Rispolvera la tradizione anche Courrèges, marchio ora appartenente ad Artemis.
Attraverso i tessuti tecnici ed una palette neutra, la storica firma francese della moda propone i suoi capi futuristici mescolando le texture, gli stili e i tagli, facendo anche leva sulle trasparenze.
Gioco di tessiture e tagli anche sulla passerella di Dundas, dove il camouflage acquisisce una sua eleganza, grazie a pizzo e paillettes.
Norvegese, formato alla Parsons The New School For Design, Peter Dundas è affezionato al glamour sensuale degli anni Settanta e Ottanta.
Come testimoniano anche pieghe, nodi ed arricciature, frange, spalle armate, top halter, stoffe animalier, lunghezze mini-micro e lurex.
Novità invece da Elie Saab. Lo stilista israeliano mette infatti, parzialmente da parte, la sua tavolozza candida e i suoi ricami delicati, quelli che hanno costruito il successo dei suoi abiti da sposa, per giocare con scelte più bold.
Come nel caso dei decori sbrilluccicanti e dei trafori laser e delle tonalità scure utilizzate sui layer, dove la camicia è un mini abito abbinato a stivaloni e micro shorts e i maxi abiti si uniscono alle t-shirt. Un’eleganza resa rock anche da fiori sensuali e trasparenze bon-ton.









