Per favore, non facciamo gli eroi
Quando gli ateniesi arrivarono ad Itaca, Ulisse sapeva già quale fosse il motivo della loro visita. L’intera Grecia si stava preparando per la Guerra di Troia e Ulisse, con i suoi guerrieri di Itaca, aveva giurato che avrebbe fatto parte della spedizione. Ma dopo aver consultato un oracolo, che gli aveva preannunciato il ritorno sulla sua amata isola, qualora avesse preso parte al conflitto, non prima di vent’anni dopo la partenza, l’idea di partire per una guerra “non sua” e spingersi così lontano da casa non lo attirò più come prima. Non voleva più la gloria, non voleva lasciare la sua casa, il suo letto matrimoniale ricavato da un ulivo secolare. Non voleva allontanarsi da sua moglie, da suo figlio Telemaco e dal suo cane Argo. Non voleva lasciare il suo popolo. Decise allora di far finta di essere impazzito. Stava per dismettere i panni di eroe. Quando Menelao e Agamennone arrivarono al campo dove stava lavorando, si fece notare dai generali achei mentre spargeva il sale nel solco appena scavato dall’aratro che andava trascinando. I due ateniesi, al corrente della furbizia di Ulisse, presero il figlio Telemaco e lo misero davanti all’aratro, esattamente nella direzione del percorso che stava seguendo il padre. Ulisse si fermò per non ucciderlo, ovviamente, e l’inganno fu smascherato. Fu così costretto a partire per Troia, una guerra che durò dieci anni.
Panagiōtīs Tachtsidīs è nato a Nauplia, che era una colonia egiziana prima di diventare greca e quindi cara a Poseidone. Non dimentichiamoci che i Greci agli Egizi dovettero molto, quasi tutto, sotto l’aspetto culturale e scientifico. Grazie al popolo delle Piramidi imprarono a scrivere, a far di conto, a coltivare la terra: una volta raggiunta la stabilità sociale, poi, si diedero alla filosofia.
Il peregrinare di Tachtsidīs in giro per l'Europa iniziò nel 2010, giocando una dozzina di partite in due anni: una maledizione, un'esecrazione interminabile per uno dei giovani più promettenti di sempre che l'AEK Atene avesse sfornato negli ultimi vent'anni. Proprio lui, il giocatore più giovane ad aver esordito con la maglia delle Aquile. Aveva forse consultato un oracolo, Panagiōtīs, come Ulisse, che gli aveva predetto una possibile fine dei suoi spostamenti e l'approdo sicuro e definitivo solo dopo anni di sofferenze?
Non ho contato gli anni che Panagiōtīs Tachtsidīs abbia passato lontano da casa sua, in Grecia. Ma sono tanti. Più di dieci. O Quasi dieci, non importa. Non ha avuto un aedo, Panagiōtīs, che ne raccontasse le avventure lontano da casa. Non credo, inoltre, abbia combattuto alcuna guerra, anzi ne posso essere sicuro. Ricordo però il suo arrivo a Roma. Sembrava quasi che, così come Ulisse fosse predestinato ad un peregrinare infinto dopo la fine della Guerra di Troia, vinta grazie alla sua astuzia nell’architettare il famoso Cavallo, lui fosse il prescelto a diventare uno dei tanti “registi dai piedi buoni” delle squadre di Zeman. Un ruolo nascosto, occulto, quasi serendipico, da giocatore non astuto ma quantomeno diligente.
Con una squadra tutta sbilanciata in avanti, a Zeman serviva infatti il classico regista che sapesse anche difendere, oltre che attaccare, che giocasse davanti alla difesa ma in linea con i terzini di spinta. Ogni stagione, ne arrivava uno nuovo, per lui, dissidi e liti erano all’ordine del giorno. Il Boemo aveva già Pjanic ma quel centrale ellenico, che sino all'epoca aveva militato più che altro in Serie B nonostante fosse di proprietà genoana, lo aveva da sempre ispirato. Era un suo cruccio, come ne ha avuti tanti durante la sua carriera, da Baiano a Signori. Ci voleva scommettere e gli diede il posto da titolare, forse anche per alzare la qualità e la precisione dei lanci verso Lamela e Osvaldo, attaccanti all’epoca troppo egoisti e flemmatici per la fisicità e i ritmi del campionato italiano di Serie A. Vi ricordate come iniziava le partite quella Roma? Il calcio d'inizio, s'intende. In sei sulla linea di centrocampo e palla in fascia, subito, senza colpo ferire.
Tachtsidīs può essere visto come l’amico che noi tutti abbiamo, che pensa sempre a partire, a cambiare casa, a dare un taglio netto alla propria vita, ma che alla fine rimane fermo dove è sempre stato, con gli stessi patemi e le stesse speranze. Può incarnare la figura dell’antieroe, dello smodato e cupo pensatore che preferisce la costrizione alla libertà.
Chissà ora come si troverà, a vestirsi ancora una volta in giallorosso. Il giallorosso salentino a strisce, si intende, agli ordini del laziale Liverani, a giocare insieme ad Armellino e Tabanelli. Gli stessi salentini che, già retrocessi, vinsero a Roma contro la Roma negandola la gioia dello Scudetto. E soprattutto, chissà se Zeman ne seguirà appassionatamente ancora le gesta, ora che è tornato in Serie B e che non è più una giovane promessa che pareva compiere passi da gigante.
Forse siamo noi stessi i protagonisti dei fallimenti, quando siamo intenti a giudicare chi non riesca mai a partire nonostante i buoni propositi e quando dovremmo invece soffermarci a ragionare su chi, per caparbietà, dedizione e tenacia, rimanga a combattere nonostante le previsioni siano avverse. Forse la carriera di Tachtsidīs ci vuole insegnare proprio questo, partendo da “un gioco” come il calcio, fatto di ruoli, per arrivare alle scelte che ogni fine mese ci troviamo a fare in base alle nostre possibilità. Nessuno diverrà mai una leggenda, nel gioco del pallone come nelle squadre di Zeman, soprattutto se ne si è il regista. Per fortuna.