- 23.07.79, Casa di Alexis - terzo piano
16.07.79, Casa di Alexis - tetto
AD - «Ah, Tia voleva farti un discorsetto» … «Credo»
«Voglio sapere che intenzioni hai. E che cosa sei.» domande vaghe, forse, ma quello sguardo color pece deve esserne ignaro perché resta fermo su di lui, eloquente e già pronto a spazientirsi.
« Mia madre è una gigantessa » e lo dice con tono basso, sì, ma meno titubante del previsto e di quanto abbia manifestato fino a quel momento. Solo gli occhi potrebbero andargli contro, in quella continua ricerca delle attenzioni da parte dell’interlocutrice tanto temuta. « Non posso e non voglio essere diverso dalla persona che sono » spiega, con l’intenzione di scandire ogni parola, tra un controllo alle sorti del bicchiere e uno sguardo alla Serpeverde. « Non voglio fare del male a nessuno, non voglio che lo sappia nessuno » aggiunge, fissando più serio che mai il viso della ragazza. « Ci sono già abbastanza troll che a scuola lo stanno capendo, non ho bisogno di altre prese in giro » conclude, con le labbra che si stringono tra di loro, amaramente, prima di sforzarsi di tornare a sorridere all’altra e riprendere il filo del discorso.
«Tutti lo sapranno.» che potrebbe quasi sembrare una minaccia, se non venisse prontamente motivata «Sei davvero alto.» Gli sorride, con un lampo di genuina fascinazione, mentre continua «Ma non c'è nulla da prendere in giro.» si puntella i gomiti sulle ginocchia, per restare protesa verso di lui «Sai che in Africa c'è un popolo, i Kuba, secondo cui il mondo lo avrebbe creato un gigante bianco di nome Mbombo?» e qui un indice si distende, ad indicare il ragazzo lì davanti, per sottolineare le analogie col personaggio mitologico. [...] «Mbombo non esiste, ma sai perché il mito ha scelto lui?» lo interroga, ma la domanda è retorica «Perché sono i diversi, che regalano qualcosa al mondo. Loro soltanto.»
« Pochi pensano che siano i diversi a regalare qualcosa al mondo, la maggior parte dei ragazzini non si fa così tante domande.. Hanno solo paura di me » e lui di paura non ne vorrebbe fare affatto da come l’espressione vada a rabbuiarsi. « Io non voglio fare del male alle persone, non ho scelto io di essere così e non lo capiscono proprio » e la presa sul bicchiere si farebbe poco più forte mentre in un sospiro lascia che il viso si distenda con un luccichio negli occhi di troppo. « Scusa » andrebbe però subito a dire, cercando di guardarsi finalmente intorno « sono troppo agitato per tutta questa storia » cercherebbe anche di giustificarsi tra un sorriso sforzato e una mano che si avvicina al viso per cancellare le prove e obbligarsi a fare finta di niente.
Lo ascolta in silenzio, lo osserva con attenzione, ma per molto tempo non ha nulla da rispondere. Continua a sporgersi verso di lui, però, e lo fa allungando entrambe le mani verso quelle altrui, in cui ora viene sorretto più forte il bicchiere. L'obbiettivo è quello di sovrapporre i palmi al dorso delle mani altrui, incorniciandole (dato che le dimensioni non le permettono di racchiuderle) nelle proprie. «Guardami.» replica a quelle scuse, tentando di incontrare gli occhi lucidi del mezzo gigante nei propri, ancora impassibili «Io non ho paura di te.» lo dichiara come se trovasse l'eventualità assurda «Tu a me non puoi far male.» forse pecca di superbia, nel crederlo, ma la convinzione con cui lo dice è indubitabile. Tenterebbe di trattenergli le mani quando lui le muoverebbe a scacciare quei residui di vulnerabilità dalla propria espressione, segni che lei continua a studiare con un'attenzione quasi scientifica, ma senza giudizio.
Non si sottrae poi dal contatto tra le sue mani e quelle di Tia, limitandosi a stringere poco più forte il bicchiere, nella continua paura di poterlo rompere per la sua eccessiva forza. Asseconda quindi i suoi ordini, fissandosi tra i pensieri quanto gli dice. « Come puoi essere così sicura del fatto che io sappia controllarmi abbastanza da non farti male? » Andrebbe a domandare, di fronte a tutta quella convinzione altrui, cercando di tornare in sé, riprendendo con la loro conversazione iniziale.