Presi e me ne andai, come avevo sempre fatto, col cuore in pezzi ma erta in piedi da una corazza di cemento armato; giuro non avevo niente, ma avevo bisogno di tutto.
Camminavo lentamente senza guardami indietro, forzando l'orgoglio, io, che orgogliosa non ero mai stata;
lo si diventa, per necessità, per bisogni primari, come mangiare o dormire, perché quando il dolore diventa parte integrante della tua quotidianità, quando la sua presenza diventa quasi soffocante da costringerti a sopravvivere, beh, allora non lascia via d'uscita;
tutto sta nel resistere o farsi divorare.
Così quel giorno voltai le spalle alla persona scopritesi la più importante della mia vita, solo perché, tutto quello che desiderava ogni cellula del mio corpo, era essere presa per un polso, per un braccio, ed essere fermata.
Che qualcuno mi fermasse.
Fermare quella forza, fermare quella lotta contro me stessa durata una vita, fermare quell'avanzata di pensieri, fermare il tempo.
E per un attimo, mollare tutto: convenzioni, maschere, corazze, e urlare.
Volevo urlare, urlare fino ad essere soffocata dal suo abbraccio;
urlare e crollare, spezzarmi ed essere tenuta in piedi da un paio di braccia;
urlare e sentire l'universo attutito, come non essere ancora venuta al mondo, in una placenta fatta dei suoi battiti lenti, scanditi, e per l'appunto, placanti.
Volevo esplodere ma essere contenuta.
Sgretolarmi ed essere raccolta.
Toccare il fondo mentre all'orecchio mi si sussurrava un valido motivo per ricominciare.
Nessuno mi afferrò il polso,
ma le parole non mi bastavano più.
Così chiusi la porta e me ne andai.
Mi verrà a cercare, sperai.