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@velodidrama
È proprio bello lavorare con te, doc. Mi piaci un botto.
Ammilano ci vogliono cremati, st’estate.
Dica trentatré.
Ma oggi me lo ripeto da sola, per capacitarmene. Ogni traguardo è un passo felice. Soprattutto se a sbocciare, oltre a un fiore, ci sono io. Se ci si incontra come le star, a stringersi forte prima di un concerto del Blasco.
Mi auguro l’assenza di noia e preoccupazione, magari. Di non perdere capacità emozionale, quella che mi esplode dentro, sempre. Camminare, una corsetta piacevole, in avanti. Schivare, meravigliare. Capitare.
All’alba dell’età di Cristo, il sonno m’ha lasciata a piedi.
A due minuti alle quattro, a trenta metri dal mare, gli uccellini hanno iniziato a canticchiare, forte. Tento d’intonar la loro melodia. Tu la senti?
Hai deciso che il tuo mondo non potesse più contenermi. Ma io lì mi sono riscoperta. Allora non t’odio, né t’amo. Empatizzo, e resto un po’ con me.
Terrò la voglia, la pazzia, l’innocenza e l’allegria.
È quando la rassegnazione ti tocca.
Tocca emotivamente. Poi, tocca ammetterla.
Lì, in quello spazio infinitesimamente infinito, non so che accade, ma tu lo senti, un trac. Non è nemmeno un vaso in frantumi, fa meno rumore, più discreto. Urca s’è peggio.
Giusto un legno spezzato. Che poi si spezza pure male, ti rimane frastagliato, schegge ovunque, s’inficcano. Micidiali.
Insomma. Dicevo. Ti tocca, e m’è toccato.
C’è stata una parvenza di quelle potenti, con il peso delle cose concrete. Scossa, ritorno in me. Che c’ho na caterva di cose da fare. Suvvia.
Che poi, non m’addormento più.
Il sole ci saluta definitivamente intorno alle nove e mezza, che alle dieci ancora il ciel cobalto m’ispira vita. Dopo mezz’ora, percepisco sera e ceno. Che vizi, irrecuperabili.
M’imparo, poi. No, non imparo nulla. Nel senso che in tutto quel tempo a disposizione, tra il tramonto e la notte, se non evado, ti penso.
La botta me la da la musica. E io acconsento.
Intorno alle due, se gli organi si son parlati e hanno trovato una quadra, ti sogno.
Ch’io ancor devo capire, scoprire. Dici. Ma son grande abbastanza da rifinirmi.
Allora.
Pare ci sia una cinghia di qualcosa, dentro a un rullo da qualche parte, che fa un rumore stile cicala quando si scalda il motore. Auto nuova, insomma, inizia la prima elementare a settembre.
Per me necessaria. Vado ovunque, porto chiunque. Scarrozzo dentro e fuori la city. Non me l’accollo lo sbatti di lasciarla una giornata intera a riparare. Tant’è che il rumore lo fa da un annetto.
E se n’è accorto mio padre, a dicembre, chiedendomi di abbassare la musica perché incredibile, oh, non ti rendi conto di niente. Tu accendi, canti, e vai.
Ma ovvio.
Insomma, macchinina bellissima, già ti vogliono in tanti. E, allora, non vedo soluzioni, se non comprarne una nuova. Così funziona la mia mente. Se funziona.
Ironici tentativi di sabotaggio. Con un purtroppo sottinteso, sarei:
Alternativa. Criptica. Sarcastica. Tenebrosa. Strana. Strana forte, persino.
Il punto è che io vi ringrazio.
Ma sono tutto e niente, come tutti, in fondo.
Con qualche etichetta in più, forse, che non mi sono nemmeno scelta. Sicuramente, meno interessata a sembrare una cosa sola. Sinceramente, che noia.
Non li limo gli angoli. Non tutti, son tanti. Né abbasso il volume, se così mi garba. E non serve un interprete. Sarò per pochi simili, ma li trovo e sono simpatici.
Randomanti faccende e fantasmi creativi nella notte.
Noto è il mio sognar di rado. Il ricordo, perlomeno, della fantasia notturna.
Poi, l’amore celebrato, un figlio evocato, per dire. Comparse. Scomparse. Ricomparse.
Diamine.
Ho lasciato al mio inconscio materiale a sufficienza per una puntata speciale.
Allora, riaffiori. Ma con un pargolo in braccio, di sabato, all’alba.
Ma ti pare.
Decanto.
Un weekend lungo, e del rosso, tutto.
Un vestito cucito, mai provato. Una cerimonia quasi persa. Da dietro un cespuglio. Piegata sui tacchi, a origliare l'amore. A celebrare, un'amica. Una distesa d'erba immensa. Gospel. lo nel fogliame. Poi sbucata all'applauso finale.
Al sole cocente delle diciassette. All'alba ghiacciante delle cinque. I nostri corpi danzanti, nel mentre.
Poi, vesciche. Lacrime. Prima e dopo. Sapori di casa. Profumo di terriccio. Umido. Succoserie. Latticini. Rossi i calici, senza contarli. Pensando al tuffo del giorno prima. Il primo dell'anno. Bouquet. Tiramisù.
Lei, capelli rossi, corpetto gotico. Lui, bruno forte, kimono elegante. Il giusto storti. Amici miei.
Poi rosso, ancora. Di più, tra le gambe.
Si riparte.
Rimane in me, l'amore d'altri. Lo faccio mio. Un po’.
Umammamia.
Il mare, ad attutire.
Ma sai che si fa fatica a capire da quale parte d’Italia provieni?
Eh, Giancarla e Massimiliano, manco pe’ gnnnente avrei fatto teatro?
Che poi mi son data alla vita seria, per non spettacolizzare l’infinito.
N’è manco vero, s’intuisce.
C’è chi spettegolava, invece.
Tutto gira, tutto torna.
Pure la testa.
Pure la memoria.
Forse.
Si spera rimanga.
Cinquantaquattro minuti di telefonata fino a mezzanotte con un collega sinceramente dispiaciuto per ciò che vivo ogni giorno. Esagera. L’ha capito dopo due ore con la mia capa. La subisco da sei mesi. Si stava meglio soli. Inadatta e inappropriata. Ci abbiam fatto pure uno sticker, tempo fa.
Mi ringrazia per la pazienza, la professionalità, l’umanità. Altre robe. Allora me lo segno, va’. Che poi me ne vado, ma qualcosa resta sempre addosso. E forse basta, no?
Facce e faccende, in verde prevalente.
Poi la luna, sta su tutto.
All night long con un’amica che non vedevo da un anno. Per scelta sua.
Doveva disintossicarsi dall’ambiente lavorativo e ha pensato bene di eliminare pure me, già che c’era.
Ieri, la stronza di un metro e ottanta di figa che è, m’ha chiesto di passare una giornata insieme.
Io che nei legami ci credo e ci resto, ho accettato.
Abbiamo rinunciato a un concerto per risparmiare settanta euro, ed eccoci sulla corsia preferenziale alle tre di notte. Multa certa, equilibrio economico.
Poco fa mi scrive che ha dormito dopo mesi e mesi di insonnia. Non c’è di che.
Animali fantastici e dove trovarli.
Su Hinge.
C’è della pace, a volte.
Fumo, a volte.